Personalmente nutro una viscerale passione per l’arte Zen. Questa in Italia non è molto conosciuta, se non in alcune delle sue forme più famose, come l’ikebana (l’arte di disporre i fiori), o l’allestimento dei famosi giardini zen. Spesso, sentendo parlare di Zen, i più pensano a qualche esoterica forma di meditazione, con annessa tecnica respiratoria, per raggiungere la pace dei sensi. Questo non è del tutto sbagliato, dato che le tecniche meditative zen costituiscono uno dei prodotti della cultura giapponese maggiormente esportati in Occidente, ma a mio avviso pensare allo Zen come ad una pratica di meditazione è decisamente riduttivo. Lo zen è innanzitutto una dottrina, una ‘filosofia di vita’ (se mi passate il termine) che ha plasmato in modo profondo tutti gli aspetti della società giapponese. In secondo luogo è una corrente artistica, ovvero l’arte è un mezzo attraverso il quale la cultura zen esprime sé stessa.

Ora mi permetto di abbozzare una breve introduzione allo Zen, prendendo spunto da alcuni illustri testi che trattano l’argomento.
In senso lato, lo Zen è una forma di Buddismo, nata in Cina ed esportata in Giappone verso la fine del XII Secolo, dove trovò ampia diffusione, influenzando radicalmente molti aspetti della cultura giapponese. Non si può dire che Zen sia propriamente una religione in quanto, anche se mantiene forti legami con il buddismo, non si pone come strumento per adempiere al volere divino. Affermare che lo zen sia una pratica di venerazione del Buddha è tanto stupido quanto sostenere che la psicanalisi sia una pratica di adorazione di Freud!
Altro errore comune è credere che lo Zen sia una tecnica di meditazione o di elevazione spirituale. Vero è che la meditazione veniva utilizzata dai praticanti Zen, ma era solo uno degli strumenti attraverso i quali raggiungere il "Satori", ovvero la versione Zen del "Nirvana", l’illuminazione.
Lo Zen può essere visto come una dottrina, una serie di pratiche di vita da attuarsi in modo metodico e rigoroso per elevare sé stessi. Tutti gli aspetti della vita quotidiana erano rigidamente regolati dai precetti zen: lo studio, il lavoro, l’autodisciplina, i rapporti con gli altri, la guerra e, non ultime, le arti. In particolare la scuola zen di Rinzai, che trovava tra i suoi adepti molti samurai, insegnava che l’illuminazione poteva giungere all’improvviso attraverso la rimozione di tutti i blocchi mentali per giungere alla consapevolezza assoluta. Per ottenere ciò, agli adepti era richiesta una rigida disciplina ed un attento controllo di qualsiasi azione quotidiana.
Essendo l’arte una delle più profonde forme espressive del genio umano, inevitabilmente lo Zen influenzò tutte le discipline artistiche del tempo: la pittura, la scultura, l’arte ceramica, l’artigianato ed il teatro.
Particolare attenzione meritano la pittura e la poesia che credo siano le due forme d’arte zen più "esportabili" in Occidente.

Dipinto Zen - Il corvo
In realtà dare una definizione di Zen è compito tutt’altro che facile, e così spiegare le caratteristiche delle sue forme artistiche. Mi limiterò a riassumere la spiegazione data da Hisamatsu, uno scrittore e monaco Zen giapponese, che ha definito le caratteristiche dell’estetica zen in sette punti, facilmente individuabili in tutte le opere degli artisti zen e che aiutano l’Occidentale a comprendere quest’arte.

1. Asimmetria:
a differenza delle espressioni artistiche del buddismo tantrico (v. mandala e thangka), dove la simmetria rappresenta la ricerca della perfezione, lo Zen insegna che la perfezione, in quanto antitetica con l’esistenza umana, è essa stessa un ostacolo al raggiungimento della consapevolezza suprema, e pertanto va evitata. L’asimmetria si può trovare in qualsiasi opera di un pittore zen, nella metrica di un componimento Haiku o nell’organizzazione degli spazi di un giardino di pietra; allo stesso modo la si troverà osservando aspetti più quotidiani della vita giapponese, come ad esempio nell’arredamento di un tokonoma per la cerimonia del tè o nelle pratiche marziali giapponesi, come lo Iaido.

2. Semplicità
Nella pratica Zen, la ricerca della complessità e della minuziosità di particolari è aborrita, in quanto la mente deve restare sgombra, quindi tutto ciò che è superfluo è considerato un ostacolo. Secondo questa concezione, la bellezza zen è sinonimo di sobrietà, povertà, spazio vuoto. Un’espressione efficace di questa caratteristica è l’arte dei giardini, all’interno dei quali è limitata la presenza di piante, in modo che sia possibile ammirare la perfetta disposizione degli elementi in assenza di altri oggetti che possano costituire fonte di distrazione. Altro esempio è la pittura Zen, dove non trovano posto i colori. Conta l’abilità del pittore, che con il solo inchiostro saprà rendere più freddo il ghiaccio, più profondo un lago, più rosse le foglie autunnali, di quanto non saprebbe fare con il colore.

3. Severità o asciuttezza
In questo contesto la severità e asciuttezza racchiudono tutti i caratteri della dignità e saggezza tipiche dell’età matura, dove tutto l’acerbo ed il superfluo hanno lasciato il posto al nocciolo, alla vera essenza, che si manifestano attraverso una bellezza energica, inaccessibile e grave, come ad esempio quella di un pino che ha retto per lunghi anni vento e neve e ha così potuto superare la sua giovanile acerbità e debolezza.
Questa essenzialità estrema trova espressione nella "bellezza consunta", come quella emanata dalla patina di un antico mobile laccato, o dalle crepe e venature di un vecchio piatto di porcellana.

4. Naturalezza
Nell’arte zen la naturalezza non è sinonimo di ingenuità o innocenza, ma rappresenta l’immediatezza ottenuta solo dopo aver acquisito un’esperienza tale che l’atto creativo nasce da sé, senza che si debba "pensare". I tratti del pennello in un dipinto zen sembrano tracciati con sapiente velocità, quasi come se a guidare la mano fosse il vuoto creato dall’estrema sapienza. Questo ideale è illustrato nella storia di un vecchio pittore: quando gli chiesero quanto tempo avesse impiegato per realizzare la sua opera, egli rispose: "Cinquant’anni e cinque minuti. Cinquant’anni per studiarlo, cinque minuti per dipingerlo". In questo contesto naturalezza significa anche onestà: un vaso posizionato in maniera asimmetrica su un mobile acquisisce una bellezza che non potrebbe mai avere se fosse posizionato dopo attento studio degli spazi, così come la patina di un mobile antico è molto diversa da quella ottenuta artificialmente con mordenti e trucchi. La naturalezza è soprattutto sinonimo di onestà.

5. Impenetrabilità o riservatezza
È questa una caratteristica che rende le opere d’arte zen difficilmente falsificabili. Si tratta di quella pienezza di senso e di stato d’animo non manifestabili direttamente ad un primo approccio all’opera. È la capacità delle opere zen di suscitare la sensazione di qualcosa di non detto, di nascosto o trattenuto, che si può apprezzare solo attraverso l’intuizione e l’empatia, in quanto sfugge ai canoni della tradizionale disamina analitica dello storico dell’arte.

6. Non-assoggettamento
Caratteristica dell’artista zen è che, nonostante la rigida autodisciplina, egli affronta la sua esperienza artistica con spiccata disinvoltura e libertà, rifiutando qualsiasi pregiudizio dato dall’adesione a idee preconcette. L’adesione a qualsiasi "-ismo" è una limitazione dello spirito e della mente, per cui l’artista si lascerà guidare dalla sua "libertà demondanizzata", che da una parte non si lascia influenzare dall’ambiente, e dall’altra non rimane chiusa nella disinvoltura stessa. Questa caratteristica è esemplificata dal termine giapponese per indicarla, che potrebbe essere tradotto in: "esser-non-impedito dell’originario-esser-sé".

7. Tranquillità
Questa caratteristica si riferisce alla profonda quiete necessaria all’artista per lasciare che la sua mano sia guidata dallo spirito. Calma, questa, che si raggiunge solo liberando la mente da ogni pensiero e concentrandosi sul "qui ed ora" (l’hic et nunc tanto caro ai latini). Tale calma assomiglia più ad un’estrema forma di concentrazione rilassata, che si manifesta non solo nei momenti di quiete, ma più che mai in quelli di agitazione. Un detto zen recita: "Con il grido dell’uccello la montagna diviene ancora più quieta".

Questi sette punti costituiscono senz’altro un elenco approssimativo delle caratteristiche dell’arte zen, ma dato che un artista giapponese si prefigge sempre di catturare l’essenza del suo soggetto, piuttosto che eseguirne una copia fotografica, ognuno di questi tratti non sussiste di per sé e non è definibile da solo. Il fruitore non dovrà quindi affrontare l’opera con un approccio analitico che le spunti una per una, ma cercare piuttosto di utilizzare l’intuizione. È sì possibile che in alcune opere Zen uno o più dei tratti citati risaltino sugli altri, ma proprio nel fatto che questi sette tratti costituiscano in ogni momento un tutto risiede il carattere principale dell’arte Zen, per cui, ad esempio, questo "tutto" è distinto dall’abituale asimmetria o dalla mera naturalità. Ne consegue che ciò che si realizza nell’opera d’arte Zen, o se si può dir così, il soggetto di quest’arte, è lo Zen stesso.

Giardino Zen

Bibliografia:
Arte e opera d’arte nel Buddhismo Zen – Hoseki Hisamatsu
Managing Zen – Vittorio Mascherpa
Arte dell’Estremo oriente – a cura di Gabriele Fahr-Becker