L’arte della calligrafia
“In una tranquilla stanza di un tempio di montagna, un vecchio sacerdote si appresta a scrivere. Adagia un panno felpato a protezione del tatami, poi, con gesto attento, dispone su di esso un sottile foglio di carta bianca, fermandolo all’estremità con dei pesi di giada a forma di drago per impedirne il rotolamento. A destra sistema un’antica pietra abrasiva, una piccola vaschetta per l’acqua, il pennello favorito appoggiato su un sostegno di porcellana sagomato a mo’ di catena montuosa in miniatura, e un bastoncino di denso inchiostro nero, leggermente profumato con dell’incenso. Fa cadere alcune gocce d’acqua nelle scalfitture della pietra e poi vi sfrega il bastoncino per estrarne il prezioso liquido; ci vuole del tempo prima che l’inchiostro sia del nero intenso adatto alla scrittura.
Quando è pronto, il vecchio uomo si inginocchia davanti al foglio, fissando intensamente la superficie immacolata per qualche istante. Quindi solleva il pennello e lo immerge nell’inchiostro, ma non troppo, affinché il foglio non si bagni. Un respiro profondo, il pennello sospeso, e poi giù, la prima, decisiva, pennellata.
Dense pennellate nere, leggere e sottili come un capello, alcune, quando l’inchiostro va esaurendosi, striate; ed ecco che, danzando sul foglio, emergono i caratteri. Quale estasi!”
Queste parole, con cui uno scrittore rende omaggio alla calligrafia, danno l’idea di quanto quest’arte sia importante per gli Orientali.
In Occidente è difficile apprezzare appieno le profondità espressive della calligrafia: essa risulta piuttosto ermetica non solo a chi non sa leggere i caratteri, ma talvolta anche a chi parla e scrive correntemente la lingua, sia essa cinese, giapponese o coreano. Questo perché noi Occidentali ci esprimiamo graficamente attraverso un tipo di scrittura alfabetica, che riproduce le parole come vengono pronunciate. La scrittura ideogrammatica invece, associando un simbolo grafico ad un concetto, permette a chi scrive di esprimersi non solo utilizzando il significato semantico delle parole, ma anche attraverso la loro rappresentazione grafica. Potremmo dire che la calligrafia ideogrammatica lascia spazio a più livelli di comprensione; dispone di una “marcia in più”. Non solo: grazie alle numerose omofonie presenti sia nella lingua cinese che in quella giapponese, i calligrafi si divertono utilizzando dei sinonimi o degli omofoni, che vogliono dire una cosa ma alludono ad un’altra, lasciando ancora più spazio all’interpretazione! Proprio per questo, per comprendere appieno un componimento calligrafico non è sufficiente conoscere la lingua, saperla leggere e scrivere; bisogna “stare dentro” alla cultura d’origine. Un po’ come le corride in Spagna, che fanno rabbrividire il mondo ma piacciono tanto agli Spagnoli, e quelli si stringono nelle spalle e rispondono laconicamente che non si può capire la corrida se non si è Spagnoli.
È proprio questo fascino ermetico della calligrafia che rende quest’arte così misteriosa, e così seducente.
La calligrafia nasce in Cina nel periodo Neolitico, e viene in qualche modo standardizzata durante la dinastia Qin, attorno al terzo secolo A.C., per poi diffondersi anche in Corea, Giappone, e in minor misura anche nell’area di Annam, nell’odierno Vietnam del Sud.
All’inizio si scriveva solamente incidendo la pietra, l’osso o il legno, ma successivamente vennero introdotte la carta e la seta, che permettevano maggiore espressività. Da quel momento la scrittura si sviluppò a tal punto da divenire una forma d’arte paragonabile, se non addirittura superiore, alla pittura. Fin dall’antichità qualsiasi uomo erudito doveva saper scrivere ed esercitarsi per ottenere una buona grafia, ma nella scrittura cinese non si tratta solamente di combinare alcune pennellate per ottenere dei caratteri leggibili, bensì anche di esprimere significati su un piano astratto. Gli ideogrammi possono essere eseguiti con lentezza ed accuratezza, con mano grezza o delicata, a seconda dello stato d’animo o della tecnica dello scrittore, ma nella calligrafia si manifesta qualcosa di molto più importante: l’anima dell’autore. Essa non può mentire, ci sarà sempre un’esitazione nella mano di chi scrive, un movimento del pennello che rivela l’autentica intenzione dell’autore, e ci apre una finestra sulle emozioni ed i sentimenti che l’autore vuole esprimere, o anche su quelli che vorrebbe celare.
Questa forma d’arte si è così sviluppata nel corso dei secoli che anche tutti gli strumenti e gli accessori venivano realizzati come vere e proprie opere artistiche.
Il calligrafo dell’antichità lavorava su appositi tavoli, un po’ più alti rispetto alle nostre scrivanie: circa 75/80 cm. su cui l’artista lavorava spesso stando in piedi. Talvolta il piano di lavoro era provvisto di un bordo a cornice leggermente rialzato, all’interno del quale poteva essere appoggiato il foglio di carta o di seta, che poi era tenuto fermo da appositi pesi fermacarte, sovente vere e proprie sculture in terracotta, pietra o giada.
Sul tavolo, il calligrafo sistemava anche un porta-pennelli cilindrico, talvolta realizzato utilizzando legni preziosi, avorio o giada e finemente intagliato. Nel contenitore era custodito l’intero set di pennelli, e il calligrafo sceglieva di volta in volta quello più adatto al lavoro da eseguire.
Una vaschetta per l’acqua, un sostegno per il pennello, la pietra abrasiva ed i bastoncini di inchiostro completavano il corredo.
L’inchiostro era ricavato dalla cenere di legno di pino misto a olio vegetale, legato con una colla ottenuta attraverso la bollitura di pelle di bue,e combinato con altre sostanze quali incenso, canfora, polveri aromatiche, talvolta polvere d’oro. L’incenso era confezionato in bastoncini o cilindretti. Spesso questi erano decorati con incisioni o disegni a rilievo, e ne esistevano di veramente preziosi. Inoltre, si dice che questi inchiostri con l’età “maturino”, come certi vini.
Per ottenere l’inchiostro liquido, il calligrafo sfregava energicamente il cilindretto sulla pietra abrasiva e versandovi contemporaneamente alcune gocce d’acqua. Quando la consistenza ed il colore raggiungevano la qualità desiderata, il pennello poteva essere intriso delicatamente nell’inchiostro per poi procedere al lavoro.
In particolar modo in Giappone, quest’arte era strettamente legata alla spiritualità, tanto da essere considerata una delle maggiori forme artistiche della filosofia Zen. Il calligrafo giapponese sceglieva con cura lo scrittoio e la sua dotazione, allo scopo di elevare il proprio spirito ed ottenere l’ispirazione. La stanza da scrittura era arredata in modo minimale, per evitare che l’artista potesse essere distratto, ma i pochi oggetti erano raffinatissimi e posizionati con estrema cura.
Negli ultimi venti secoli, sia in Cina che in Giappone si sono sviluppati numerosi stili di calligrafia: alcuni eleganti e manierati, altri più eccentrici ed istintivi: le pennellate possono essere dense e sicure, sottili e delicate, a seconda della mano dell’artista e della quantità di inchiostro residuo sul pennello.
Spesso la bellezza e l’espressività del componimento poetico avevano la priorità sulla leggibilità dei caratteri. I significati potevano poi essere percepiti, immaginati, sognati dal lettore. Per capire di cosa sto parlando andate a vedervi qualche opera di Sakai Hasetsu.
Molto si potrebbe ancora dire sulla calligrafia orientale, ma tanto per darvi l’idea, ecco un video carino che ho scovato su youtube.
Bibliografia:
“Arte dell’Estremo Oriente” – G. Fahr-Becker – Ed. Konemann”
“Enciclopedia della calligrafia cinese” – Yat Ming e Cathy Ho – Ed Il Castello 2007

