Sto preparando del materiale per alcune lezioni sull’arte orientale che terremo l’anno prossimo qui al museo. Ecco un’introduzione all’affascinante mondo dei Thangka buddisti

I Thangka

La pratica del buddismo tibetano, che fa appello all’immaginazione per evocare la realtà della vita spirituale dei suoi fedeli, ha dato origine all’affascinante arte dei Thangka.
La parola “Than”, in tibetano, significa piatto, dritto, mentre il suffisso “Ka”,indica il cavalletto per dipingere: la parola “Thang-ka”, dunque, indica un’immagine dipinta. Oggi la parola è comunemente utilizzata per indicare i dipinti sacri del buddhismo tibetano: raffigurazione su tela, attraverso immagini e simboli, degli episodi più importanti della vita del Buddha, dei suoi discepoli e dei miracoli compiuti dai Lama più famosi.
Generalmente un Thangka si presenta come un dipinto realizzato su una tela di cotone, lana grezza o – più raramente – seta. Le dimensioni possono variare da pochi centimetri a qualche metro, e normalmente il dipinto si sviluppa in senso verticale, anche se non mancano esemplari più larghi che lunghi.Thangka vajrakilaya
Sebbene molti di questi dipinti siano utilizzati per decorare le pareti dei monasteri buddisti, tradizionalmente i Thangka venivano conservati chiusi in appositi contenitori, per essere srotolati ed esposti solo in occasione di particolari ricorrenze o cerimonie religiose. Gli esemplari antichi, infatti, sono spesso provvisti di due listelli in legno o bambù (thang-ching) che facilitano lo srotolamento e l’esposizione. Talvolta le tele erano incorniciate in un riquadro di stoffa preziosamente ricamata ed arricchita con dei nastri di vari colori lasciati penzolare dalle estremità. Negli esemplari più preziosi, il riquadro era costituito da un ricco broccato decorato con motivi simbolici, quali segni di felicità o longevità, draghi, fenici o altri simboli legati alla spiritualità buddista. Anche il riquadro, come tutti gli altri elementi del dipinto, possiede un significato religioso specifico, ed alcuni esemplari erano realizzati con preziosissime sete di origine cinese.
L’arte dei Thangka è essenzialmente religiosa, ed il suo scopo è l’evocazione dei principi immutabili della legge buddhista per mezzo di immagini e simboli. I maestri pittori dell’antichità erano per lo più monaci, ed il loro lavoro artistico era inserito in un contesto puramente spirituale: la pratica della pittura era essa stessa una forma di meditazione e preghiera, così come la contemplazione dell’opera finita. Non vi era molto spazio per la fantasia o la creatività artistica, e sicuramente non vi era l’intento di esprimere, attraverso l’opera d’arte, alcun sentimento personale o visione del mondo. In questo contesto spirituale, creazione e fruizione dell’opera sono da considerarsi puri esercizi meditativi, strumenti attraverso i quali ascendere alla suprema consapevolezza: il cosiddetto Nirvana.
Le geometrie ed i soggetti rappresentati nei Thangka erano rigidamente schematizzati, e dovevano rispettare l’iconometria buddistica. Generalmente il soggetto principale è Buddha in una delle sue innumerevoli forme, un Boddhisattva ovvero un “essere illuminato”, oppure un Rimpoche , la reincarnazione di un grande maestro Lama. Il soggetto principale era rappresentato al centro del dipinto, ed attorno ad esso vi erano i soggetti secondari, quali i discepoli o altre divinità minori.
La rappresentazione del Buddha con le immagini era rigidamente regolamentata da dettami iconometrici: la sua figura doveva portare i trentadue segni della bellezza e gli ottanta segni minori. Le proporzioni del corpo, della testa, la posizione di gambe, braccia e mani era calcolata in base ad un preciso schema. L’unità di misura utilizzata è l’anguli, che corrisponde grosso modo alla misura del dito medio di una mano. Prima di cominciare il dipinto, veniva presa la misura del dito del committente, ovvero di chi avrebbe fatto consacrare l’opera: un legame misterioso viene così a crearsi tra il donatore e la rappresentazione, questa diventando la proiezione ideale di quello.
Tutti gli elementi che compongono il dipinto venivano minuziosamente predisposti: la posizione da attribuire ai vari personaggi sulla tela, i loro colori, le posture e la gestualità delle mani. Ogni particolare assume un determinato valore simbolico all’interno dello schema generale del dipinto.
Il Thangka è di per sé un’opera religiosa, e l’autore era ben conscio del valore spirituale sia della creazione in sé, che del dipinto finito. I maestri pittori dei dipinti sacri himalayani erano monaci, spesso coadiuvati dai loro allievi; l’opera di realizzazione rispettava tempi e metodi dettati dalla tradizione religiosa, e il lavoro artistico era accompagnato da momenti di preghiera e di invocazione delle divinità rappresentate nel dipinto.

La tecnica pittorica

Thangka paintingCome accennato poco sopra, i Thangka sono realizzati da monaci, organizzati in squadre di allievi coordinati da un maestro. La realizzazione di un dipinto con la tecnica tradizionale richiede una serie di operazioni complesse che cominciano con la scelta della tela, e culminano nella cerimonia di consacrazione, alla fine del lavoro.
In primo luogo il maestro sceglie la tela. Questa è spesso di cotone importato dall’India o dalla Cina sotto forma di filato e tessuto localmente. La tela deve essere particolarmente morbida e leggera, per consentire l’arrotolamento del dipinto senza rovinare la superficie.
Il supporto di tela viene poi affidato ad un allievo che esegue il lavoro di intelaiatura: tende il supporto su un primo telaio interno, e successivamente su una struttura a tiranti. Una volta tesa, la superficie viene preparata applicando una sostanza collosa ottenuta tramite bollitura di pelle di Yak, e poi viene steso uno strato di ‘dam, una mistura formata da una polvere biancastra (ka-rag) mescolata a colla di pelle. L’allievo lascia che la sostanza penetri tra le fibre e asciughi, poi leviga entrambe le facce della tela utilizzando una conchiglia, fino a che la superficie non abbia raggiunto la lucidità desiderata. Terminata la fase preparatoria, il maestro procede al disegno di una struttura geometrica costituita da un reticolo di linee sottili, che servirà per la corretta collocazione dei vari personaggi. Questo lavoro viene effettuato con l’ausilio di una cordicella impregnata di polvere di gesso che viene appoggiata alla tela lasciandovi la traccia. Ciascuna delle divinità raffigurate nei Thangka dispone di un proprio schema geometrico fatto di tracce secanti il centro del dipinto. I personaggi secondari si distribuiscono entro spazi quadrangolari minori.
Il maestro procede quindi alla parte più difficile dell’opera: il disegno dei soggetti. Egli traccia i contorni utilizzando la punta di un carboncino o un pannello. Disegna dapprima la figura centrale e poi i personaggi minori, rispettando le caratteristiche iconografiche tipiche del soggetto rappresentato: proporzioni tra busto, gambe e braccia, dimensioni di mani e piedi, e posture del corpo. In particolare, il Buddha deve possedere una numerosa serie di caratteristiche estetiche, quali il collo allungato, le dita affusolate, le spalle ben arrotondate, ecc. L’immagine del Buddha sarà eseguita con tracce curvilinee e tutte le spigolosità caratteristiche del corpo umano, quali le scapole, le caviglie e le protuberanze ossee saranno assenti, a sottolineare la natura divina della figura. I personaggi minori potranno invece essere disegnati mantenendo uno stile più antropomorfo. Il disegno dei soggetti richiede da una parte abilità artistica, dall’altra l’assoluto rispetto delle regole iconografiche. L’abilità richiesta è notevole, così come la quantità di conoscenze necessarie, e solo gli allievi più dotati verranno iniziati dal maestro alle tecniche del disegno.
Terminato il disegno dei soggetti, l’opera viene nuovamente affidata agli allievi per l’applicazione del colore. I pigmenti utilizzati per la realizzazione dei Thangka sono di origine minerale, alcune delle materie prime utilizzate per fare i pigmenti sono piuttosto rare e vengono importate da tutto L’oriente, godendo talvolta di franchigia doganale. Tra i pigmenti utilizzati più frequentemente troviamo ad esempio la malachite per il verde, il cinabro o il vermiglio per il rosso, il gesso per il bianco e il cobalto per il blu. Queste materie prime venivano frantumate, mescolate con sostanze colloidali quali gelatina o colla di pelle, e stese sulla tela utilizzando una serie di spazzole e pennelli di varie dimensioni, con una procedura paragonabile alla tecnica occidentale della tempera.
Nonostante i colori sui Thangka siano spesso vivi e contrastanti, alcuni maestri realizzavano fini sfumature e gradazioni di tono, che rendevano l’opera artisticamente più preziosa. Alcuni esemplari molto preziosi venivano decorati con l’applicazione – in alcuni punti – di foglia d’oro, e in altri casi venivano eseguite decorazioni a rilievo, con tecniche molto simili a quelle anticamente in uso per la decorazione dei mobili tibetani.
Terminata l’applicazione dei colori, l’opera viene riconsegnata alle attenzioni del maestro, che la prepara alla cerimonia di consacrazione. In questa fase finale, egli esegue “l’apertura degli occhi”: gli organi della vista delle figure principali devono essere disegnati solo ad opera ultimata, per permettere a questi di “prendere vita”.

Iconografia e composizione

Come già detto, la distribuzione dei personaggi e degli elementi simbolici avveniva secondo uno schema ben preciso. Il personaggio principale occupa il centro del dipinto, mentre le figure secondarie, siano esse divinità o religiosi, vengono disposte tutt’intorno secondo criteri strettamente gerarchici. Nella parte superiore del dipinto, ai lati e sopra al capo della figura principale, vengono collocati gli dei più importanti del pantheon. Ai lati si trovano i discepoli, oppure gli antenati o i maestri. Nella parte inferiore del dipinto trovano posto i “guardiani della dottrina” divinità dall’aspetto irato, ma anche divinità benevole, apportatrici di protezione, salute e prosperità.Iconografia_thangka
Dalla disposizione dei personaggi è possibile individuare il lignaggio di una o dell’altra scuola monastica. Lungo il corso dei secoli si è inoltre assistito all’abbandono di uno stile rigido e ripetitivo e all’introduzione di elementi che lasciavano all’artista maggior spazio creativo, quale l’introduzione di scene di vita e del paesaggio. Questa evoluzione stilistica ha trasformato i Thangka in strumenti per la trasmissione delle tradizioni: i soggetti rappresentati non erano più solo divinità o Illuminati, ma anche religiosi illustri, dei quali si narrano gli episodi di vita.

Evoluzione stilistica

L’opera d’arte buddista è caratterizzata dal suo essere considerata strumento divinatorio, e in quanto tale, risulta ermetica alle velleità artistiche della mano che la realizza. L’ipertrofia stilistica e la rigidità dei sistemi di codificazione iconografica tipici dell’arte himalayana non hanno tuttavia impedito una certa evoluzione delle forme, dovuta anche al fatto che le tecniche e gli stili pittorici erano tramandati attraverso le generazioni tramite tradizione orale, il che impediva di mantenere esattamente la stessa manualità nel tempo. Inoltre, a nozione di stile non era ignorata dalla tradizione artistica tibetana, da sempre sensibile all’estetica.
Lo stile pittorico himalayano è il risultato di contaminazioni dalle aree vicine, quali le regioni del Bihar e del Bengala in India, il Nepal e la Cina. Se le pitture più antiche sono caratterizzate da una rigida organizzazione spaziale e da modelli ripetitivi, negli esemplari degli ultimi tre secoli troviamo una maggior forza creativa, resa dall’introduzione di elementi paesaggistici e simboli di origine cinese.
La zona più significativa in quanto a quantità e qualità di opere oggi disponibili è il Tibet Orientale, dove è maggiormente presente l’influenza cinese. Gli esemplari antichi provenienti da quest’area si dividono approssimativamente in due grandi correnti artistiche. La prima è caratterizzata da un uso di colori più sobrio, con toni piuttosto spenti e un’organizzazione dello spazio relativamente rigida. Un secondo raggruppamento, più fedele ai dettami artistici cinesi della dinastia Ming, è caratterizzato da colori più vivaci e di maggior contrasto.