19/11/2008 "Pezzi di libro": Adozioni ad Alta quota - Introduzione
Come promesso, ecco la "prima puntata" della serie di post in cui pubblicherò alcune immagini e alcuni stralci del libro "Adozioni ad Alta quota", che ho scritto due anni fa.
In questa puntata l’introduzione:
"Un pugno di uomini percorre a piedi il corso di un fiume ghiacciato tra le valli dell’Himalaya per centosettanta chilometri. Camminando su scivolose lastre di ghiaccio per nove ore al giorno e dormendo in tende o grotte naturali, il gruppo raggiunge la valle dello Zanzkhar, nell’India del Nord, una delle regioni più inospitali del mondo, per portare il proprio aiuto ai piccoli monaci che vivono nei monasteri arroccati sulle pendici di quelle impervie montagne, ad un’altitudine di circa quattromila metri".
Questa è l’immagine che si delineò nella mia mente quando mio padre, Kino Obrietan, accennò per la prima volta all’idea di organizzare una spedizione invernale nello Zanzkhar.
L’ottobre 2005 un violento terremoto aveva devastato il territorio a cavallo tra il Pakistan orientale e il Kashmir indiano. Quella terra, già martoriata da più di quindici anni di guerra ininterrotta, era stata colpita da una nuova calamità.
I giornali parlavano di ottantamila morti. Le notizie che ci arrivavano erano frammentarie e confuse, nonostante avessi inviato continui messaggi via posta elettronica chiedendo ai miei amici indiani come stessero realmente le cose laggiù, non riuscivo ad ottenere informazioni aggiornate, e la preoccupazione
continuava ad aumentare. I nostri timori riguardavano in particolare la regione montuosa del Ladakh, abitata da buddisti. Non eravamo riusciti a sapere se il terremoto avesse raggiunto anche quella zona, dove si trovano i monasteri che ospitano i ‘nostri’ bambini, i piccoli monaci novizi che, dal 2001, visitiamo regolarmente ogni anno portando loro il necessario per vivere e studiare, grazie alle "adozioni a distanza". In seguito fummo rassicurati che il sisma aveva colpito solo marginalmente quei luoghi che ci interessavano e che, probabilmente, lassù non c’erano state vittime, Quel ‘probabilmente’ stava ad indicare che le comunicazioni erano comunque frammentarie in quanto quelle valli, durante il periodo invernale, rimangono completamente isolate dal resto del mondo. Nemmeno il governo indiano era in grado di riferire con sicurezza le condizioni dei monaci e degli abitanti dei villaggi. Così mio padre, quel giorno di ottobre, seduto a tavola mentre pranzava con il resto della famiglia, prese la decisione di partire.
Avevamo già organizzato altre spedizioni laggiù per portare aiuto ai piccoli monaci, ma sempre d’estate, quando le strade sono praticabili e gli spostamenti attraverso le valli himalayane, seppur avventurosi, si effettuano seduti a bordo di un fuoristrada. Ma d’inverno è tutta un’altra storia. La più consistente comunità di monaci ladakhi si trova nello Zanzkhar, un’ampia valle a circa tremilaottocento metri di quota, distante centocinquanta chilometri dalla città di Leh, la capitale del Ladakh, uno dei luoghi più remoti del pianeta che da novembre ad aprile, a causa delle abbondanti nevicate e del freddo intenso, rimane completamente isolato. Per arrivarci esistono due modi: in elicottero o a piedi. Il nostro obiettivo era raggiungere la valle per sincerarci dello stato di salute dei monaci. Naturalmente, volevamo anche portare generi di prima necessità per consentire loro di sopportare il gelo invernale e le difficoltà della vita in quel luogo.
Nel poco tempo a disposizione prima della nostra partenza avremmo cercato di raccogliere quanti più aiuti si potesse, concretizzandoli in abiti pesanti, medicinali, ma anche cibo, quaderni, penne, sapone e così via: tutto il necessario alla loro sopravvivenza, portandolo di persona per distribuirlo nei monasteri più isolati e inaccessibili. Avremmo raggiunto lo Zanzkhar a piedi, attraverso l’unica via che collega la valle con il resto del mondo durante il periodo invernale: il letto ghiacciato del fiume omonimo, che scorre tra stretti canyon, facendoci accompagnare da una guida e ventitre portatori, un numero sufficiente per trasportare i nostri soccorsi fino a destinazione.
Addentrarsi tra i monti dell’Himalaya a piedi, in pieno inverno, con temperature che scendono fino a quaranta gradi sotto zero, non era cosa da poco. Mio padre era comunque risoluto: si doveva partire. Decidemmo che avremmo dovuto chiedere consiglio ad un alpinista esperto. Ci rivolgemmo a Paolo Ostini, e la sua reazione fu entusiastica, al punto che ci propose di unirsi a noi per occuparsi degli aspetti tecnici e alpinistici della missione. Paolo, ora affermato professionista di mezz’età, in gioventù è stato un esperto alpinista del CAI, e conserva ancora una profonda passione per la montagna. Simpatico e dal temperamento tranquillo, si rivelò un elemento chiave della squadra. Sì, perché per addentrarci nell’Himalaya d’inverno avevamo proprio bisogno di una squadra. Presto reclutammo gli altri: Mario Amelio, un esperto di medicina tibetana e conoscitore della cultura buddhista, che accettò di buon grado di aggregarsi. Ivan Zogia, cineoperatore di una rete satellitare privata, che avrebbe filmato la spedizione. L’immancabile Thupten, il monaco tibetano che da sempre ci segue nelle nostre spedizioni, come guida e interprete.
Iniziammo subito un impegnativo programma di preparazione atletica. Ogni mattina uscivamo verso le sette per due ore e mezzo di estenuante allenamento: corsa, marcia ed esercizi di potenziamento muscolare, seguiti da un istruttore. Assieme a Paolo iniziammo a contattare chi prima di noi aveva affrontato d’inverno quel versante dell’Himalaya. Le notizie non erano molto confortanti: il fiume che avremmo dovuto percorrere non è mai completamente ghiacciato e in alcuni punti la superficie gelata è precaria, non regge il peso di un uomo equipaggiato. Il rischi maggiore era l’eventualità di cadere in acqua a quelle temperature e di essere trasportati dalla corrente, Inoltre la zona è disabitata e avremmo dovuto percorrere centosettanta chilometri in completa solitudine, senza poter contare su di alcun aiuto esterno. Dalle alte pareti che fiancheggiano il fiume si sarebbero potute staccare delle valanghe, inoltre sarebbe stato difficile trovare la legna per accendere il fuoco e quasi impossibile procurarsi del cibo. Una spedizione di alpinisti inglesi che prima di noi aveva tentato l’impresa, era stata costretta fare dietro front dopo quattro giorni di marcia, in quanto uno dei componenti aveva perso tre dita a causa del congelamento ed un altro aveva rischiato l’ipotermia. A fronte di queste notizie, tra di noi sorsero dubbi e preoccupazioni, ma mio padre era risoluto e determinato. Il fiume Zanzkhar, da tempo immemorabile, viene utilizzato dagli abitanti della zona come unica via di comunicazione con il mondo esterno. Se ce la fanno loro, avremmo dovuto farcela anche noi.
Ci procurammo l’equipaggiamento necessario: tute da alpinista, abbigliamento ad alta tecnologia, scarponi da ghiaccio, picche, ramponi, zaini da montagna, tende e sacchi a pelo per affrontare il freddo intenso.
Decidemmo assieme ai preparatori atletici che per essere all’altezza di un’impresa del genere ci saremmo dovuti allenare intensamente per almeno tre mesi. Fissammo dunque la partenza per il 2 gennaio 2006.
Kino partì due settimane prima assieme a Thupten alla volta di Kathmandu, la capitale del Nepal, per
continuare il suo allenamento in un ambiente simile a quello che ci saremmo trovati ad affrontare e per accllimatare il fisico alla quota. Durante il periodo di Natale mi trovai a dover coordinare, assieme a Paolo, la preparazione della spedizione. Avremmo inviato per via aerea più di trecento chilogrammi di attrezzatura. A ogni componente sarebbe stato assegnato un set completo da alpinismo, una dotazione per la sopravvivenza ed un sacco a pelo. In più l’assegnazione del vestiario doveva essere doppia, perché in caso di caduta in acqua era indispensabile poter contare immediatamente su un cambio di indumenti asciutti per evitare l’ipotermia.
Finalmente, il secondo giorno del nuovo anno partimmo alla volta di Nuova Delhi, In India, dove ci saremmo incontrati con mio padre e con il monaco e dove ci saremmo procurati tutto il necessario per i bambini. Raggiungemmo in aereo Leh, la capitale del Ladakh, una località a tremilacinquecento metri di quota, non lontano dal confine con il Pakistan, che più che a una città di montagna assomiglia a un’immensa base militare. Lassù incontrammo i nostri accompagnatori, e dopo alcuni giorni di adattamento al clima e all’altitudine, partimmo per quell’esperienza indimenticabile, che avrebbe cambiato le nostre vite.
Quasi duecento chilometri a piedi in uno dei luoghi più inospitali del pianeta. Solo noi, la guida, i portatori, il fiume gelato, l’eco dello scricchiolio dei nostri passi sulla neve ghiacciata e i nostri pensieri, immersi nel silenzio. Ci incamminammo dal punto in cui le acque dello Zanzkhar si uniscono a quelle dell’Indo, nel cuore della catena himalayana. Da quel momento in poi potevamo contare solo sulle nostre gambe, e per ripararci dal freddo, sull’abbigliamento che avevamo con noi. L’unico contatto con il resto del mondo era garantito da due telefoni satellitari, che spesso risultavano inservibili: il letto del fiume, infatti, scorre all’interno di gole strette e profonde. Difficile ricevere il segnale dei satelliti. Impossibile, addirittura impensabile, che un elicottero di soccorso si potesse avvicinare. Eravamo completamente isolati.
Il percorso, l’arrivo a destinazione nell’ampia valle ricoperta da uno spesso manto di neve, l’accoglienza dei monaci e degli abitanti, il rocambolesco salvataggio in elicottero sono documentati, in questo libro, delle fotografie che Kino Obrietan ha scattato con la sua Canon. L’idea del libro nacque lassù, sulle rive di quel fiume durante le interminabili ore passate la sera accanto al fuoco, così difficilmente acceso all’interno di umide grotte, cercando di far asciugare gli scarponi e chiacchierando tra di noi per esorcizzare il freddo pungente.
Lo scopo era di dare un esempio, uno stimolo, con la testimonianza delle immagini, di come si può portare aiuto a chi ne ha bisogno, come abbiamo fatto noi realizzando qualcosa di concreto, e che ci permettesse di continuare ad essere utili anche a spedizione conclusa, per sostenere quei piccoli monaci anche negli inverni futuri. L’altro proposito che intendevamo finalizzare con l’aiuto di un libro, era dimostrare che il volontariato è qualcosa di serio, che viene dal cuore, e che costa sacrificio. Tutta la spedizione è infatti stata finanziata da Kino e Paolo Ostini: sono stati sostenuti i costi relativi al viaggio e all’equipaggiamento sena chiedere aiuto ad alcuno. Abbiamo distribuito ai monaci più di 480Kg di generi di prima necessità quali abiti pesanti, medicinali, quaderni e penne per i bambini e abbiamo adottato trentaquattro piccoli monaci. Il denaro utilizzato per l’acquisto degli aiuti e per le adozioni a distanza lo abbiamo ricevuti da molte famiglie italiane, desiderose di adottare a distanza un bambino dell’Himalaya, da alcune associazioni di volontariato, e da un anonimo benefattore indiano, che incontrammo nella hall di un albergo a Nuova Delhi il giorno del nostro arrivo in India. Egli ci consegnò personalmente denaro in contanti per i bambini, ma non volle che il suo nome fosse menzionato. Ammiriamo la sua generosità e rispettiamo la sua scelta.
Chi era con me sul ghiaccio a condividere questa esperienza non può non provare una profonda commozione nello sfogliare le pagine di questo libro. Le fotografie di mio padre sono la vera documentazione del nostro viaggio, della nostra missione, con la speranza che riescano a trasmettere, almeno in parte, quelle emozioni che provammo noi in mezzo a quel desolato, ma indimenticabile paesaggio di rocce, ghiaccio e neve.
Devo riconoscenza a quelli che erano con me lassù. Al monaco Thupten, inseparabile compagno di tutte le nostre spedizioni, per il quale provavamo una particolare preoccupazione in quanto non eravamo sicuri che ce l’avrebbe fatte e che, invece, ha affrontato il viaggio con stoica determinazione. A Ivan che, nonostante dei problemi ai tendini, è sempre rimasto concentrato nel suo lavoro riprendendo con la telecamera i momenti più importanti della missione. A Mario, del quale ammiro l’incredibile forza e temperamento, che era in grado di scacciare con apparente noncuranza qualsiasi tensione o nervosismo semplicemente pronunciando il mantra "Om Mani Padme Hum". A Paolo, che mi ha trasmesso la sua profonda passione per la montagna e l’alpinismo, e che ha dimostrato grande spirito di sopportazione anche durante i nove giorni in cui rimanemmo bloccati nello Zanzkhar prima che l’elicottero venisse a recuperarci e che, grazie al suo telefono satellitare, ha permesso l’organizzazione del nostro salvataggio. A mio padre, capo spedizione, senza il quale non avrei mai vissuto questa, e tante altre avventure.
Un ricordo ed un pensiero, in particolare, vanno ai nostri ventitré portatori, uomini d’acciaio che hanno affrontato con noi quelle desolate lande di ghiaccio portando pesi talvolta doppi del nostro. Ci hanno insegnato quanto prezioso sia un sorriso. Ed infine ai piccoli monaci, ai Quali Kino, Paolo ed io dedichiamo questo libro. Loro ci danno la motivazione per continuare a fare qualcosa di buono. La loro felicità è il premio alle nostre fatiche perché, come disse Mario Amelio: "La ricompensa più grande è la consapevolezza di essere utili".

Thais Blog » Pezzi di libro: "Adozioni ad alta quota" - seconda puntata said,
Dicembre 16, 2008 @ 10:40
[...] di libro” dedicata al volume fotografico “Adozioni ad alta quota”. Dopo il primo appuntamento, qui uno stralcio del primo capitolo ed altre [...]