La Via della Seta
Ogni tanto qualche soddisfazione. Oggi mi arriva un e-mail di un mio cliente statunitense, con allegata la foto di una splendida casacca in seta che aveva comprato da noi qualche tempo fa. Si tratta di una casacca tradizionale cinese in broccato di seta con dei motivi a dragone risalente al tardo periodo Qing, presumibilmente epoca Guangxu (seconda metà dell’800). L’esemplare è piuttosto raro e il mio cliente, già collezionista di arte orientale non se lo è lasciato scappare. La casacca era in discrete condizioni di conservazione e praticamente non vi erano restauri. Una volta venduto e spedito l’esemplare me ne ero quasi dimenticato, fino ad oggi, quando ricevo appunto l’immagine allegata al messaggio in cui il cliente, con toni entusiastici, voleva condividere con me l’emozione di vedere l’esemplare incorniciato ed esposto a casa sua.
Qui da noi il mercato delle sete antiche cinesi è stato quasi abbandonato dai collezionisti. Fuori dall’Italia, invece, è molto più comune trovare arazzi, casacche o vesti in seta incorniciate ad abbellire qualche parete di qualche casa.
Tutti sanno che la seta cinese è una delle più pregiate al mondo e che l’eredità delle tecniche di ricamo della Terra del Dragone si sono poi trasmesse in tutto il Sud Est Asiatico, in Giappone ed in India, ma la storia di questo preziosissimo tessuto si perde nella notte dei tempi.
L’allevamento del pregiatissimo baco fu un segreto custodito a lungo dai cinesi e non è possibile determinare il periodo in cui iniziarono a tessere tele così meravigliose con
questa fibra. Antichi scritti cinesi, che risalgono al XIII secolo a.C., alludono già al baco da seta, al gelso e alla seta vera e propria. La seta non viene sfruttata dai cinesi solo per i tessuti, ma anche per molteplici altri usi: corde di strumenti musicali, carta, ecc.
L’origine delle tecniche di tessitura è da ricercare nelle regioni della Cina settentrionale sulle rive del fiume Yangtze, dove si stabilirono le prime culture protostoriche cinesi. Anche se non si conosce esattamente l’origine della pratica, le tecniche di allevamento dei bachi sono ben documentate.
Le uova dei bachi da seta venivano custoditi in ambienti chiusi, le cui pareti erano rivestite di canne di bambu
impregnate d’acqua per mantenere un alto livello di umidità. Dopo la schiusa delle uova, le lerve venivano nutrite fino a sazietà con foglie fresche di gelso, le quali erano raccolte direttamente dalle piante più volte al giorno e tritate fino ad ottenere una polpa. I bachi erano fatti crescere in un ambiente semibuio, al riparo da rumori e odori. Una volta raggiunte le dimensioni del baco maturo, avveniva la selezione. I bachi più grossi venivano deposti su un letto di paglia di riso e, con il calore, venivano stimolati a secernere il filo. L’allevatore doveva quindi individuare gli esemplari più adatti, separarli dagli altri e lasciare che producessero il bozzolo di seta.
I bozzoli erano quindi messi a bollire, per uccidere il baco e sciogliere la sostanza colloidale che lo teneva insieme. A questo punto, con pazienza tutta cinese, l’allevatore (molto spesso erano allevatrici) individuava l’estremità di ogni filo per ‘srotolarlo’. Si otteneva quindi la seta cruda, di color giallognolo, pronta per essere tinta e tessuta.
Questa tecnica di allevamento rimase invariata per secoli, e le magistrali abilità dei Cinesi nell’uso del prezioso materiale non erano conosciute se non per le sete tessute da esportazione che i Veneziani e i Genovesi ci hanno fatto conoscere in antichità. Infatti i Cinesi non utilizzavano la seta solo per ricavarne abiti o arazzi, ma anche per costruire strumenti musicali, armi o come superficie di scrittura.
Il segreto del bruchetto mangia-gelso fu gelosamente custodito fino a quando il regnante Cao Pi conquistò nel 263 d.C. il regno di Shu aprendo così il commercio con l’Occidente. Le carovane che dalla Cina partivano verso Occidente e viceversa trasportavano un’infinita varietà di merci preziose quali oro, argento, giada
, spezie e cibo, ma tutti i popoli che commerciavano con i Cinesi restavano affascinati dallo splendido tessuto, tanto da far sì che diventasse la principale merce di scambio dei carovanieri. Per questo la principale arteria commerciale che in antichità univa Oriente e Occidente viene oggi chiamata “Via della Seta”.
Fu nel 1907 che l’archeologo ungherese Aurel Stein scoprì la Caverna dei Mille Buddha dentro alla quale erano gelosamente conservati dal tempo tessuti e sete copte, bizantine e sassanidi, dei secoli V e VI della nostra era, e ornamenti di stili greci, cristiani e buddisti influenzatisi reciprocamente. Questi resti riportano la storia della seta a quei tempi lontani in cui si suppone che questa uscì dalla ricca e potente Cina. La storia narra che un sovrano delle terre di Khotan (oggi Hotan), in Asia Centrale, si sposò con una principessa cinese, la quale, per poter continuare a indossare i suoi lussuosi vestiti di seta, si vide costretta a esportare clandestinamente dal suo paese le uova del baco da seta, nascoste tra la sua capigliatura. Fu così che venne introdotta la bachicoltura nel lontano paese di Khotan.
Vera o no che sia la storia, ci sono comunque prove che la corte cinese includesse la seta tra i regali che scambiava con i paesi vicini e che questi andassero nel paese della seta a prendere le tele tanto preziose. Risulta superfluo, d’altro canto, discutere se furono i cinesi ad esportare la seta o i mercanti occidentali a importarla nel resto del mondo.
Nell’impero di Bisanzio il commercio della seta importata supponeva un costo così elevato che Giustiniano stabilì per questo ferree limitazioni doganali. Forte fu l’influenza di Bisanzio sui suoi vicini tramite la cristianizzazione, che utilizzò politicamente a suo favore. Con tali influenze si alleò contro i persiani, i più vicini esportatori di seta. Infine, fu verso l’anno 555 che due frati, sicuramente nestoriani, su incarico dell’imperatore Giustiniano, viaggiarono in Estremo Oriente, lungo la rotta del Caucaso, evitando la Persia, portando da lì i chicchi (uova) del baco da seta nascosti nei bastoni vuoti. Tuttavia, quell’avventura non portò ancora la sericoltura cinese nel Mediterraneo orientale, perché questi chicchi non dovevano essere della specie più pregiata e, inoltre, Giustiniano, con il suo eccessivo monopolio sulla coltivazione, soffocò l’incipiente industria bizantina della seta. Il successivo tentativo lo realizzarono i sogdiani, popolo dell’Asia Centrale, prima vassalli dei turchi, poco amici della guerra, ma bravi agricoltori e grandi commercianti.
Avvalendosi della loro privilegiata posizione geografica, tra turchi, persiani e bizantini, stabilirono trattati con la potente Bisanzio, assicurandole la fornitura dell’autentica seta cinese. Furono i sogdiani, carovanieri pazienti, a tracciare le rotte commerciali tra il nord della potente Cina (a sud della Mongolia e a nord dell’India) e le ricche nazioni dell’Asia Occidentale.
Ci sono, quindi, non una, bensì tre rotte principali di comunicazione e commercio tra i due estremi dell’Asia. Una, a nord di Altai, per il lago Barkul, Urumtsi, il porto Talki, la valle dell’Ili, Talas, poi per il Mar di Aral, il Caspio, il Caucaso e l’Asia Minore. Le altre due sono le più conosciute dagli Han, che passano per il Tarim meridionale e si riuniscono alla base dei passi che attraversano i deserti del Pamir ed entrano in Cina. I sogdiani, bevitori di vino e non di liquore di riso, industriali, agricoltori, commercianti, artisti e uomini di legge, formarono una specie di confederazione feudale, i cui centri più importanti sono le attuali città di Samarcanda e Bukhara.
Il Tang Su, storia della dinastia Tang (626-907), parla del commercio crescente che all’epoca si sviluppò tra Cina e Occidente, sia per le rotte di carovanieri che per la sua industriosa isola di Ceylon, da dove arrivarono varie ambasciate diplomatiche fino alla corte cinese.
A metà del secolo XII, a Vézelay, San Bernardo evangelizza la seconda crociata per aiutare i cristiani del Levante. Tuttavia, i crociati cattolici d’Europa non andavano d’accordo con gli altri cristiani bizantini, giudicati semi-eretici da Roma. In tali circostanze, il re di Sicilia, Ruggero II, saccheggiò i territori bizantini di Eubea, Tebe, Corinto e Atene. Lì catturò, come prigionieri, alcuni operai della seta per portarli a Palermo, dove li obbligò a lavorare per lui. Ancora oggi sono conservati dei tessuti prodotti da questa fabbrica di Palermo (fine del secolo XII).
La seta arriva in Spagna con gli arabi, nel secolo VIII: non solo i tessuti, ma anche la seteria, cioè tutta l’industria della seta. La tipica zona dei campi irrigabili di Murcia fu, sotto la dominazione araba, il centro della coltivazione della seta più importante di tutto il Medioevo in Europa. Granada e Toledo rappresentarono empori e mercati importanti per i tessuti di seta. A Siviglia, verso il 1150, le fabbriche contavano 6000 fusi. In quegli anni, i commercianti genovesi firmarono un trattato – non gradito dal Papa – di commercio serico con il re musulmano di Valencia.
Malgrado ciò, e nonostante il fatto che da Ceylon erano arrivate missioni commerciali e diplomatiche in Cina, gli arabi non permisero mai ai cristiani di arrivare con le loro navi fino all’Oceano Indiano. Potevano solo percorrere l’impero musulmano da nord: Armenia, Crimea e Caucaso. In questa direzione partirono, verso il 1254, due fratelli, mercanti veneziani. Nicolò e Matteo Polo. Passarono per Costantinopoli, Armenia e Persia e arrivarono al palazzo del Kan Berca, nel Gran Catai, denominazione che per lungo tempo evocò la Cina settentrionale, precedentemente chiamata dagli occidentali “paese degli Esseri”.
Comunque, si arrivò via terra alle regioni settentrionali della Cina, e via mare nella Cina meridionale. Tuttavia, i cinesi erano più renitenti all’influenza cristiana rispetto ai mongoli. I sovrani mongoli avevano sentito parlare del cristianesimo e si erano interessati alla diceria di un alimento sacro che rendeva immortali i cristiani. I fratelli Polo, accompagnati dal loro nipote Marco, portarono al Kublai Kan olio sacro del santo sepolcro di Gerusalemme.
È molto probabile che Marco Polo portasse nel lontano Oriente una missione più religiosa che commerciale,
concependo la religiosità con la sua intenzione missionaria, secondo l’ossessione europea di quel tempo di cristianizzare tutto il pianeta. I mongoli, che avevano dominato e colonizzato la Cina settentrionale, erano, a loro volta, favorevoli al cristianesimo. La madre del Kublai Kan era nestoriana. Se non lo fosse stata, Marco Polo non avrebbe mai stabilito un contatto così prestigioso con la corte del Gran Kublai Kan. Così, quando Marco Polo ritornò a Venezia, oltre che con la testa piena di meraviglie del mondo, sbarcò pieno di ricchezze. Tuttavia, già nell’anno del suo ritorno, il 1295, la sericoltura era prospera in Sicilia e in tutta la penisola italica. Per un lungo periodo successivo, gli italiani monopolizzarono il commercio della seta con la Francia, la Germania e l’Inghilterra.
Con la caduta del dominio mongolo e con la rinascita nazionale cinese nella dinastia Ming (1368), la Cina si chiuse a Occidente e il commercio si fermò a Java e Sumatra. Inoltre, i pirati giapponesi proliferavano lungo le coste cinesi.
I racconti di viaggio di Marco Polo furono molto diffusi. Tuttavia, né durante l’antichità, né lungo tutto il Medioevo è mai esistita la denominazione “via della seta”.
Fu subito dopo la scoperta di Aurel Stein che gli antropologi si interessarono a quelle vecchie rotte commerciali a Oriente e da questo interesse nasce il nome mitico di “via della seta”, più come insieme di vari percorsi che come tracciato fisico di un solo cammino.