Arriva il secondo appuntamento con la serie “Pezzi di libro” dedicata al volume fotografico “Adozioni ad alta quota”. Dopo il primo appuntamento, qui uno stralcio del primo capitolo ed altre immagini.03

“Non ci sono strade, né sentieri, né valichi. Le montagne sono coperte da una spessa coltre di neve. L’unica via di comunicazione tra la remota valle dello Zanzkhar, incuneata nella catena dell’Himalaya e il resto del mondo, è una stretta gola dove scorre l’omonimo fiume dal letto spesso ghiacciato.

Un gruppo di ventinove uomini, sei di noi più Tsering, la guida, e ventidue portatori, si prepara ad affrontare 02un cammino di nove giorni fatto di neve, ghiaccio, roccia e acque tumultuose. Di freddo e di fatica. Per nove giorni quel paesaggio spettrale e pungente, quelle pareti a strapiombo e quello stretto canyon, saranno la nostra via, la nostra casa. Il viaggio comincia nel punto in cui il fiume Zanzkhar si immette nell’Indo, in un’ampia valle rocciosa, frastagliata da grosse pietre squadrate, sparse qua e là. Abbandoniamo la civiltà con andatura lenta e controllata, concentrati sui nostri passi, lasciandoci alle spalle il furgoncino e i due fuoristrada, che si allontanano arrancando sulla stretta pista tra le montagne.

Uno dietro l’altro, formiamo una lunga fila che cammina sul ghiaccio in assoluto silenzio. Nella gola siamo soli con i nostri portatori, le poche cose negli zaini e un grande bagaglio di entusiasmo e forza di volontà. Ci fanno compagnia soltanto qualche aquila, che volteggia sopra le nostre teste, e un solitario leopardo delle nevi: scorgeremo le sue tracce lungo il letto del fiume. Lentamente percorriamo i primi chilometri dei centosettanta sul fiume Zanzkhar, racchiuso nel freddoletargo invernale tra le montagne.

Un sottile strato di ghiaccio separa i nostri piedi dal turbinare sottostante dell’acqua nera e fredda. Talvolta lo spessore sotto di noi è solido e sicuro, talvolta fine e precario. Non è facile abituarsi al nuovo tipo di superficie sulla quale ci troviamo a camminare. Si scivola, si è rallentati dall’andatura incerta e dall’opprimente paura che il fondo gelato si rompa sotto il peso del nostro corpo, facendoci precipitare nell’abisso della corrente, che fluisce rapida ed inesorabile, ma invisibile ai nostri occhi.

12 La natura del ghiaccio cambia di metro in metro. Prima liscio e levigato come una pista da pattinaggio, poi corrugato e irregolare come roccia metamorfica o ancora fine, cristallizzato e nevoso. A volte uno strato perfettamente trasparente lascia intravedere un’intercapedine d’acqua sottostante. Questa lastra sottile si incrina e si frantuma sotto gli stivali, che vi affondano pesantemente, tanto che l’acqua stessa fuoriesce creando un velo liquido e scivoloso, che rende precario il cammino. I portatori sorridono delle nostre insicurezze, del nostro procedere lento e circospetto. Le orecchie costantemente tese a percepire l’agghiacciante crepitio, nel timore che l’intero letto del fiume stia per crollare da un momento all’altro sotto di noi.

I nostri compagni indigeni procedono abili e veloci, facendo scivolare le suole delle loro scarpe come se stessero pattinando. Presto impareremo a imitare quella loro buffa andatura. In alcuni punti il manto ghiacciato è troppo esile o addirittura inesistente, incalzato dalla furia della corrente, laddove la gola si restringe e le pareti di roccia cadono a strapiombo nel fiume. Non è possibile proseguire lungo il greto; siamo costretti a seguire i nostri angeli custodi in rocambolesche scalate, cercando di arrampicarci sul costone della montagna. 30

I nostri scarponi non sono adatti a questo terreno, ma del resto nemmeno i loro.26 Molti indos sano stivali in dotazione alle truppe di fanteria da montagna dell’esercito indiano. Sono caldi, impermeabili e a buon prezzo, ma assolutamente inadatti ad inerpicarsi tra le rocce. Altri, tra i quali Tsering, la guida, indossano logore scarpe da ginnastica. Non possiamo certo lamentarci con i nostri stivali da neve testati fino ad una temperatura di settanta gradi sotto zero.”