lhasa I Cinesi si sono inventati una nuova “festa nazionale”: sarà celebrata il 28 marzo di goni anno e sarà chiamata “Il giorno dell’emancipazione degli schiavi”. Lo ha annunciato il 19 gennaio scorso il parlamento del governo cinese del Tibet. La festa è stata indetta in ricordo della sanguinosa repressione della rivolta dei Tibetani avvenuta nel 1959.

Con questa celebrazione Pechino rivedica di aver liberato i Tibetani dalla “schiavitù teocratica imposta dal Dalai Lama. La Cina spiega di aver annesso la regione nel 1951 per strappala al medioevo e proiettarla nel mondo moderno, liberando i suoi abitanti da una schiavitù imposta dall’oligarchia religiosa buddista.

I Tibetani invece contestano il fatto che non fu una liberazione ma un’invasione militare di uno stato sovrano, che costrinse all’esilio il Dalai Lama e i suoi seguaci, e ridusse alla fame molti dei suoi abitanti. Da allora opera un sistematico annientamento della cultura, delle religione e della stessa identità etnica dei tibetani, perseguitando con carcere e discriminazioni la semplice fede religiosa nel Dalai Lama e favorendo la massiccia immigrazione nella regione di etnici Han, cui sono riservati posti di potere a facilitazioni nei commerci.

 

La Cina non molla, non ha intenzione di cedere di un solo centimetro sulla questione tibetana. Dopo i tristi accadimenti del marzo scorso, dopo le Olimpiai della scorsa estate, ecco una netta presa di posizione di Pechino nei confronti del Tibet e del resto del mondo. Poco importa che l’opinione pubblica mondiale sia unanimemente avversa, per i Cinesi il tibet è cosa loro, e non tollerano alcuna presa di posizione in senso contrario.

Intanto le organizzazioni pro-Tibet annunciano  un 2009 ricco di manifestazioni e iniziative di protesta, dato che ques’anno ricorrono i 50 anni dall’annessione.