Pezzi di libro: "Adozioni ad alta quota" – terza puntata
Eccoci al terzo appuntamento con la serie “Pezzi di libro” dedicata al volume fotografico “Adozioni ad alta quota”. Dopo la prima e la seconda puntata, la storia continua con un altro stralcio del racconto di viaggio ed altre immagini.
Il fiume si fa sentire incessantemente sotto la coltre di ghiaccio. A volte lo si nota spostarsi lentamente là
dove non è coperto dal suo freddo sudario, e l’acqua nera trasporta sottili placche gelate, come piccole zattere galleggianti. Dove la furia delle rapide impedisce alla superficie gelida di solidificarsi lo si scorge turbinoso, con il suo ruggito penetrante.
Lo si avverte anche nel silenzio tombale in quei punti dove il letto è completamente ghiacciato, e lo si immagina scivolare invisibile sotto ai propri piedi o lo si intravede scorrere dove la lastra è trasparente e sottile. In questa gola silenziosa e gelida, pur se intrappolato sotto il manto nevoso, il fiume è fonte di vita, una protesta contro la rigidità invernale di questo luogo disabitato.
In alcuni punti l’acqua è profonda soltanto alcune decine di centimetri e, dove il ghiaccio è più fragile, si può rompere facilmente con i piedi e le racchette: possiamo così improvvisare un guado, con l’appoggio dei ciottoli del greto. Utilizzando le funi e le imbracature di sicurezza possiamo raggiungere l’altra sponda.
Qualche altra volta, invece, il fiume non ci è amico e ci impedisce di passare. Dove le rocce costringono le acque all’interno della gola, il fiume raggiunge i sette metri di profondità e la corrente è più furiosa che mai: siamo così costretti a lunghe deviazioni tra le pareti rocciose per aggirarne i tratti impraticabili.
Nonostante il rischio di valanghe e la possibilità di precipitare nel vuoto, dobbiamo scalare la montagna per parecchie decine di metri, issando l’equipaggiamento con le funi per poi ricalarlo di nuovo.
Possono esser necessarie diverse ore per aggirare un tratto che, altrimenti, avremmo percorso in pochi minuti. Del resto, non c’è alternativa: la scelta è tra l’andare avanti o tornare indietro.
Quando le ombre proiettate nella gola dalle montagne ricoprono completamente il fiume e la temperatura inizia la sua lenta, ma inesorabile discesa, cerchiamo un’ansa sabbiosa ricoperta di neve, una grotta o un anfratto nella roccia, e allestiamo il campo per la notte. Depositiamo gli zaini con il resto dell’equipaggiamento e cominciamo a preparare il bivacco, mentre i portatori si sparpagliano in varie direzioni arrampicandosi lungo i declivi rocciosi. Torneranno portando sulla schiena pesanti fascine di arbusti e legna.
A volte la loro assenza dura poco, a volte di più, perché la legna scarseggia lungo il fiume, ma la nostra sopravvivenza dipende dall’accensione del fuoco. Durante la notte le temperature rasentano i quaranta gradi sotto zero e l’allestimento del campo deve essere ultimato prima che calino le tenebre.
Dopo sette ore di marcia sul ghiaccio, l’accensione del fuoco è accolta con gioia. Mentre i nostri compagni sciolgono la neve per preparare la cena, noi ci raduniamo attorno al falò per scaldarci, asciugare gli stivali e commentare la giornata. Presto sarà buio e dovremo essere già dentro ai sacchi a pelo per proteggerci dal freddo intenso.
Quando è possibile, pernottiamo all’interno di una grotta. Le grotte sono polverose e terribilmente umide, ma si scaldano più facilmente rispetto alle tende, e sono più sicure. I portatori accendono almeno tre fuochi, l’aria è satura di fumo e di fuliggine nera che ricopre tutto: abiti, attrezzature e cibo. Dobbiamo stare molto attenti alle faville incandescenti, per evitare che buchino il tessuto impermeabile delle giacche a vento o dei pantaloni, ma il tepore emanato dalle fiamme e dalla fila russante di sacchi a pelo è molto più confortevole delle gelide tende da campo.
Al mattino, i sentieri che avevamo tracciato il giorno prima con il nostro passaggio, sono già spariti, rimarginati come una ferita nell’acqua che si è solidificata. Il calore del respiro e l’umidità dei nostri corpi ha irrigidito i sacchi a pelo, coprendoli di una spessa brina bianca. Viene riacceso il fuoco per la colazione e per sciogliere il gelo all’interno degli stivali. Poi, in marcia ancora una volta, aprendo un altro evanescente sentiero nel ghiaccio.
