scrittura-tibetana Recentemente abbiamo acquisito un raro esemplare di libro antico tibetano, nella sua classica configurazione a pagine non rilegate, completo della sua ‘copertina’ originale. L’esemplare risale probabilmente alla prima metà del Sec XVIII ed è in discrete condizioni di conservazione.

Oggetti come questo sono molto ambiti dagli appassionati e dai collezionisti, ma possono disorientare i neofiti, in quanto esulano dal concetto occidentale di “libro” sia per come vengono scritti e confezionati, sia per come vengono conservati e letti. I testi tibetani erano perlopiù realizzati per tramandare la tradizione filosofica e spirituale del Buddhismo, ed esistono da quando in Tibet fu elaborata la scrittura. Questi “libri” erano costituiti da una pila di fogli ricavati dalla corteccia fibrosa di un arbusto particolare (Daphnae Cannabina). Ogni foglio veniva scritto su entrambi i lati, tutte le pagine erano poi impilate l’una sull’altra senza alcuna rilegatura. La pila veniva poi avvolta in un drappo di seta o di cotone e posta tra due pesanti blocchi di legno finemente intagliato, come copertine. A loro volta, le copertine erano tenute insieme legandole con un pezzo di stoffa pregiata.

1802_0058 Come accadde anche da noi, nei tempi antichi il libro era manoscritto utilizzando una cannuccia di legno appuntita ed imbevuta con inchiostro di china, successivamente i Tibetani importarono la tecnica della stampa xilografica ed affinarono la loro arte fino a creare degli autentici capolavori, ma andiamo per ordine.

I testi antichi tibetani, che nel 99 per cento dei casi altro non erano che scritture sacre e quindi venivano realizzati ed utilizzati esclusivamente dai monaci, erano scritti con un alfabeto sillabico composto da 30 simboli, elaborato nel tempo partendo dai 50 grafi dei gruppi alfabetici indiani.

Per la stesura di un manoscritto, i fogli venivano preparati mantenendoli del colore naturale della fibra, e1802_0060 successivamente lo scriba procedeva alla stesura utilizzando una calligrafia particolare, con un’elegante accentuazione delle curve, e talvolta arricchiva le scritture con delle illustrazioni miniate. Come è naturale pensare i manoscritti realizzati in questo modo sono oggi molto rari e preziosi. Con l’avvento delle tecniche di stampa xilografica, i monaci trasformarono i manoscritti in copie stampate che venivano realizzate in serie e successivamente distribuite tra i monasteri in modo da trasmettere la parola di Buddha.

Per ogni libro veniva realizzato un manoscritto “Mastro” dal quale procedere alla realizzazione delle matrici di stampa. Per ogni pagina si creava la matrice partendo da una tavoletta in legno di conifera che veniva incisa in modo che i caratteri risultassero in rilievo. All’inizio l’impressione silografica era realizzata cospargendo la matrice di inchiostro a china per poi pressarla sulla pagina in fibra. Questa tecnica era però soggetta a difetti e sbavature, e la china penetrava anche nelle porosità del legno, rovinandolo e limitando significativamente il numero di copie che potevano essere prodotte con una singola matrice.

Quindi i Tibetani inventarono una tecnica più raffinata che allungava la vita utile delle matrici. Veniva preparata la base per la stampa: uno speciale unguento nero composto da cenere di corteccia di sandalo mescolata a colla di bue. Questo preparato veniva spalmato sulla copertina_libro_tibetparte centrale del foglio, lasciando ai bordi una specie di cornice. Prima che l’unguento si asciugasse, la matrice veniva immersa in una polvere bianca composta da gesso e altri minerali, e poi veniva pressata sul foglio. In questo modo i caratteri risultavano di colore chiaro su base nera. Nel giro di qualche ora l’unguento si asciugava completamente, fissando i caratteri applicati con la polvere bianca. Con questa tecnica, oltre a produrre un maggior numero di copie per ogni matrice, si realizzavano testi più duraturi nel tempo.

Alcuni preziosi esemplari erano stampati utilizzando polvere d’oro e d’argento al posto del gesso, e le copertine erano finemente intagliate e decorate. Le copertine lignee dei libri tibetani, in particolare quelle dei volumi più grandi, mostrano pregevolissimi esempi di intaglio e di pittura. Anche se esistono manoscritt i indiani e nepalesi con copertine splendidamente decorate, lo sviluppo e la varietà di soluzioni decorative offerti dalle copertine dei libri tibetani sono senza precedenti: pur osservcopertina_librotibet2ando convenzioni iconografiche rigidamente stabilite, i Tibetani hanno mostrato un’impressionante fertilità di idee e una grande capacità di innovazione nella realizzazione di queste piccole e preziose opere d’arte.

Esistono copertine semplicemente dipinte, ma lo spessore dei blocchi di massello impiegati per tenere compressi i grandi e spessi fogli dei libri tibetani ha favorito il ricorso all’intaglio e alla doratura come principale forma di decorazione della faccia superiore delle copertine. Il pannello centrale, intagliato o dipinto, è generalmente circondato da cornici più o meno ricche e rilevate che presentano fasce di perle, di petali di loto e di volute vegetali.

Matrice_stampa Come già accennato, i buddisti immortalano la Dottrina sin dall’invenzione della scrittura, ma la datazione dei libri tibetani è tutt’altro che facile: il libro in sé può essere collocato nel tempo a seconda della tecnica di scrittura o stampa. Le copertine, invece sono piuttosto difficili da datare.

I libri, come ricettacoli dell’eterna dottrina del Buddha, appartengono ad un’area molto conservativa della produzione artistica, caratterizzata da una prolungata persistenza delle varie soluzioni stilistiche di tempo in tempo affermatesi. Le date in molti casi proposte restano dunque spesso aleatorie, anche se un auspicabile studio degli ingenti patrimoni librari di alcuni fra i maggiori monasteri esistenti potrebbe consentire decisivi progressi in proposito.

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