La vita di Buddha
Spesso ho a che fare con appassionati di culture orientali, e in particolar modo conoscitori o seguaci della filosofia buddista. Molti di loro sono estremamente competenti in materia, ma talvolta qualcuno ha la tendenza a “divinizzare” il Buddha considerandolo alla stregua di un dio. Anche se è vero che il buddhismo, in senso stretto, può essere considerato una religione, in realtà questa affermazione è piuttosto riduttiva. Più che altro, la figura del Buddha, ovvero “Il Risvegliato” dovrebbe essere intesa come “uno che ce l’ha fatta” il cui esempio è da seguire.
Molti testi sacri buddisti raccontano la vita e le imprese del Buddha storico (il cosiddetto Shakyamuni), con lo scopo di fornire insegnamenti che aiutino i seguaci della dottrina a raggiungere lo stato della Consapevolezza Assoluta: il Nirvana.
Come è ovvio pensare, nelle Scritture la vita del Buddha è abbondantemente romanzata e permeata da leggende, tanto che molti, ancora oggi, mettono in discussione luoghi, date e fatti legati alla vita del fondatore di una delle quattro maggiori religioni del mondo. L’unica cosa che si sa è che il personaggio storico è realmente esistito, e nulla fa pensare che egli ritenesse sé stesso un dio. Il processo di divinizzazione è avvenuto molto, molto dopo.
Si usa generalmente ammettere che il fondatore della dottrina buddista sia nato 560 anni prima di Cristo ai confini tra India e Nepal, nella zona di Lumbini, non lontano dalla città di Kapilavasu.
Si chiamava Siddharta Gautama ed apparteneva al clan dei Shakya, il che gli valse in seguito il soprannome di “Shakyamuni”, il saggio dei Shakya. Suo padre era un reggente locale, il re di Shuddodana e sua madre si chiamava Maya. La nascita di Siddharta fu circondata da prodigi. In seguito ad una profezia, il pargolo crebbe fra i più svariati piaceri. Suo padre faceva di tutto per nascondergli la miseria di questo mondo, perciò egli visse fra bellissime donne, si sposò ed ebbe un figlio. Un’opera buddista ce lo mostra “fra le sue donne simili a dee, interamente puro, gradevole a vedersi ed adorno delle sue buone azioni”.
Ciò nonostante Siddharta non era felice nel suo palazzo reale. Decise quindi di recarsi nel giardino che suo padre aveva attrezzato per lui. Uscì dunque con il suo carro e, ad un tratto, (raccontano le Scritture) “vide un uomo, vecchio e decrepito, curvo e triste, appoggiato al suo bastone”. Il suo cocchiere glielo fece notare ed egli fu molto turbato dal fatto che “in ogni creatura la gioventù è vinta dalla vecchiaia”.
Poco dopo il giovane Siddharta uscì nuovamente e “scorse sulla strada un uomo malato, arso dalla febbre, con il corpo smagrito, sporco dei suoi propri escrementi”. Il cocchiere gli fece capire che la salute nell’uomo “è come il gioco di un sogno”.
Siddharta uscì una terza volta e vide sulla strada un uomo morto. Il suo cocchiere gli disse. “Signore, quest’uomo è morto, non vedrà più suo padre, sua madre la sua casa, i suoi figli. Ha abbandonato le sue ricchezze, la sua dimora, i suoi parenti e la folla dei suoi amici”. Colpito dalla distesa senza limiti dell’oceano del dolore, il principe si sentì invaso da un insistente pensiero: “farò in modo di compiere la liberazione”.
Quando il principino uscì da palazzo per la quarta volta, scoprì il rimedio al dolore incontrando un monaco-mendicante. Un uomo calmo, disciplinato, assorto, che aveva abbandonato le gioie del desiderio e “si sforzava di calmare sé stesso”. Siddharta decise allora di intraprendere questo tipo di vita.
Intanto, nella mente del giovane principe maturò un altro pensiero: ” Non sarebbe giusto e sarebbe ingrato da parte mia se me ne andassi senza avere prima ottenuto l’autorizzazione da mio padre”.
Siddharta si rivolse quindi al padre e gli chiese il permesso di abbracciare la vita religiosa. Disse: “Signore, io desidero quattro cose: se potete darmele, io resterò con voi. Che la vecchiaia, Signore, non si impadronisca mai di me; che io rimanga sempre in possesso dei bei colori della giovinezza,; che, non avendo il potere su di me, la malattia non mi colpisca mai; che la mia vita sia illuminata e non conosca mai declino”. Allora il re, seppur con il dolore nel cuore, decise di acconsentire che il figlio intraprendesse la vita monastica e gli disse: “Tu che metti la gioia nel soccorrere e nel liberare gli esseri, vai a compiere i disegni che mediti”.
Tuttavia i Shakya non erano decisi a lasciar partire il loro principe. Essi misero delle guardie alle porte della città. Gli déi vennero in aiuto al giovane e portarono con le loro mani gli zoccoli del cavallo di Bodhisattva. Quindi salì sull’eccellente re dei cavalli, simile al disco della luna piena. Indra e Brahma, ambedue davanti a lui, facevano strada.»
Giunto ad una certa distanza dalla città, Siddharta fermò la sua montatura e congedò gli dèi. «Discese dal cavallo Kanthaka, poi disse al suo scudiero: «Vai! Porta via questi ornamenti e questo cavallo; torna sui tuoi passi». In questo luogo della terra dove lo scudiero tornò sui suoi passi fu eretto un monumento.
Poi, il giovane pensò: «Come conservare un ciuffo di capelli, quando si è diventati un religioso, errante?»
Allora -dicono i testi -«tagliando il suo ciuffo di capelli con la spada, lo gettò al vento. E questo ciuffo di capelli fu raccolto dagli dèi del Cielo dei Trentatre per onorarlo».
Essendosi quindi allontanato, Siddhartha scambiò i suoi vestiti con i cenci di un cacciatore. poi si affidò agli insegnamenti dei saggi dell’India, andando dall’uno all’altro allo scopo di acquisire la conoscenza.
«Così il Bodhisattva giunse in seguito alla grande città di Vaiçàli. In quel tempo, Arata Kàlàma, circondato da discepoli, aveva fissato la sua dimora nella città di Vaiçàlì ed insegnava la legge de conduce alla povertà accompagnata dalla restrizione dei sensi.» Ma Siddharta, essendosi esercitato secondo la via di questo saggio, si mise a pensare: «La dottrina di Arata non è liberatrice, non libera completamente.»
Si recò allora a Ràjagriha dove, con una gran folla di discepoli viveva «un figlio di Ràma chiamato Rudraka». Rudraka «insegnava la legge che, con delle mortificazioni, conduce al luogo dove non c’è idea né assenza d i idee».
Ma Sidhàrtha pensò ancora: «Questa via non conduce né al disgusto del mondo, né all’assenza di sè, né all’impedimento della rinascita, né alla calma, né alla scienza superiore, né alla Suprema Conoscenza, né alla vita santa, né al Nirvana».
Lasciata Ràjagriha, Siddhàrtha si recò a Gayà, poi «dalle parti d’Uruvilva». «Là scorse il fiume chiamato Nairanjhana, dalle acque pure, con i bei gradini, abbellito da alberi e boschetti gradevoli, circondato da ogni lato da praterie e villaggi. Là, lo spirito del Bodhisattva fu estremamente soddisfatto ed allora il Boddhisattva si mise a praticare, durante sei anni, terribili austerità, fra le più difficili da praticare, più difficili fra le difficili … Si sedette a gambe incrociate sulla terra non pulita e, dopo essersi seduto, domò il suo corpo per mezzo del suo spirito e lo tormentò … E si applicò a prendere poco nutrimento.»
Ma dopo questi lunghi sforzi, nel cuore di Siddhartha si fece strada questa constatazione: «Non è questa la strada della Conoscenza; non può essere questa, in futuro, la via per giungere a far scomparire la sofferenza della nascita, della vecchiaia, della malattia e della morte. La strada che conduce alla Piena Conoscenza non si può ottenere con l’annullamento del corpo. E, d’altronde, se con la forza della scienza e della saggezza, con un corpo indebolito, io mi avvicinassi al terrazzo del Risveglio, la mia ultima esistenza non sarebbe votata alla compassione e tale non è la via della Conoscenza. Ma, dopo aver preso abbondante nutrimento ed aver fatto rinascere la forza nel mio corpo, io potrò avvicinarmi al terrazzo del Risveglio».
Avendo quindi deciso di riprendere il suo peso, Siddhartha ricevette il suo nutrimento da una ragazza chiamata Sujata. «Quindi, Sujata, figlia del capo del villaggio Nandika, prese il latte di mille vacche, ne trasse sette volte la panna più pura, poi versando questa crema ed il riso più fresco e più nuovo in un coccio nuovo, ed avendolo messo su di un focolare nuovo, preparò il pasto … poi lo coprì di fiori e lo profumò con acqua odorosa, poi disse alla serva chiamata Uttara: «Vai, Uttara, invita il bramino, sorveglierò io la zuppa di latte al miele».
Ritrovato il suo bell’aspetto fisico grazie al nutrimento offertogli da Sujata, il Bodhisattva ebbe questo pensiero: “Dato che ho preso un nutrimento eccellente ed abbondante che ha ridato forza al mio corpo, devo andare ai piedi del fico, il re degli alberi, per rivestirmi dell’onniscienza di un Buddha.»
Così Siddhartha si recò presso il fico nel luogo chiamato oggi Bodh-Gaya.
Gli dèi, racconta la leggenda, pulirono ed ornarono la strada che va dalla Nairanjana al terrazzo del Risveglio ed al fico sacro. «Dalle due parti di questa strada, era stata costruita per magia una pedana composta di sette cose preziose … e questo punto della terra, diventato liscio come il palmo della mano, senza pietre né ciottoli, fu coperto di diamanti, di perle, di cristallo, di lapislazzuli, di conchiglie, di corallo, d’oro, d’argento e di un’erbetta verde, soffice al tatto.» Quando il Bodhisattva si diresse verso il terrazzo del Risveglio, una luce si irradiò dal suo corpo e «da questa, tutti i mali furono calmati, tutte le ansie cancellate, tutte le sensazioni negative annientate … e coloro che erano afflitti dalle malattie furono guariti dei loro mali; coloro che erano tormentati dal timore furono rassicurati; coloro che erano trattenuti da legami furono liberati; i poveri ebbero dei beni; gli affamati furono saziati; gli assetati furono liberati dalla loro sete… Tutti gli esseri, in quel momento, furono pieni di sentimenti di benevolenza, di sentimenti di generosità gli uni verso gli altri, come quelli di un padre e di una madre.»
Andando verso l’Albero del Risveglio, «il Bodhisattva scorse Svastika l’erbaiolo che tagliava un’erbetta tenera, tutta nuova e fresca». Gli si avvicinò e gli chiese dell’erba. «Svastika, felice, rapito, pieno di allegrezza, prese una manciata di erba novella, soffice al tatto, tenera e bella» e gliela diede. Il Bodhisattva sparse lui stesso l’erba e se ne fece un sedile. Poi, «simile ad un leone, ad un eroe, ad un uomo forte e coraggioso, ad un saggio, ad un essere dotato di ogni merito e padrone della sua completezza, avendo assunto la posa delle gambe incrociate, si sedette su questo tappeto d’erba, il viso rivolto ad oriente, tenendo il corpo ben eretto».
Una volta seduto, il Bodhisattva pronunciò questa risoluzione: «Qui, su questo sedile, che il mio corpo si dissecchi, che la mia pelle, le mie ossa, la mia carne si dissolvano! Ma, senza aver ottenuto la Conoscenza difficile da ottenere, il mio corpo non lascerà questo sedile!».
Quando il Bodhisattva fu seduto sotto l’albero, Mara, il dio tentatore, tentò con ogni mezzo di distrarlo dalla meditazione. II demonio fece preparare la sua grande armata di quattro corpi di truppe, forte e validissima in combattimento, fiera e spaventosa, tale che né gli uomini né gli dèi non ne avevano mai vista di uguale né ne ave vano sentito parlare.»
Alcuni diavoli «avevano dei corpi sfolgoranti, lividi, neri, bluastri, rossi e gialli; alcuni avevano occhi deformati, profondi come pozzi … ; alcuni avevano ventri come montagne, con corpi debilitati; alcuni avevano il ventre come un otre ed i piedi simili a crani…; alcuni avevano visi deformi ed ispiravano terrore; alcuni avevano forme strane».
«II demonio con il suo seguito lanciava sul Bodhisattva vari proiettili ed anche montagne simili al Monte Sumeru, ma questi proiettili lanciati sul Bodhisattva, si trasformavano in archi di fiori … ».
«Ritornò e lanciò sul Bodhisattva ogni sorta di temibili armi: spade, archi e frecce, lance, giavellotti, asce, pietre, piloni, folgori ad una punta, mazze, dischi, martelli, alberi, pietre, catene e bocce di ferro, ma anche queste armi, non appena lanciate, si trasformarono in ghirlande di fiori».
«Nel mezzo di questi spaventi, simile al Monte Sumeru, lo spirito di colui che porta i segni delle qualità e della benedizione non era agitato. Come magia, come sogni, come nuvole, così egli guardava ogni cosa».
Il Bodhisattva disse allora: «La Terra, questa madre degli esseri, mi è testimone».
«Poi, avendo avvolto il demonio ed il suo seguito in un pensiero di dolcezza e di compassione, batté misuratamente la terra con la mano destra. La terra si mise allora a tremare in sei modi diversi e risuonò fortemente da ogni parte. Allora la grande dea della terra mostrò la metà del suo corpo ornato di tutti i suoi orpelli e così parlò: «Va bene così, grande uomo, va bene come tu hai dichiarato».
Allora il demonio inviò le sue figlie per turbare il Bodhisattva.
«Giunta è la primavera, la più bella delle stagioni; gli alberi sono in fiore; rallegriamoci, amico … Mentre la tua giovinezza non è ancora trascorsa e sei nella prima parte della tua vita, mentre non sei ancora stato raggiunto né dalla malattia, né dalla vecchiaia; mentre possiedi beltà e giovinezza e ti siamo amiche, assapora le gioie del desiderio con volto ridente!».
Ma lui restava impassibile: «I desideri sono incostanti, come la goccia di rugiada su di un filo d’erba..
come nebbia d’autunno. 1 desideri sono simili a spade, a dardi, a picche; sono simili ad un rasoio
cosparso di miele; simili alla testa di un serpente, ad un solco di fuoco; sono da me ben conosciuti come
tali».
Dopo aver vinto Mara e le sue truppe, simboli dei nostri timori e dei nostri desideri, Shakyamuni si rinchiuse in una profonda contemplazione.
«Alla prima veglia della notte, al fine di produrre la percezione della scienza della vista della saggezza, che viene dall’occhio divino, egli preparò accuratamente il suo pensiero e lo diresse».
«Allora il Bodhisattva, coll’occhio divino perfettamente puro, che vale molto di più dell’occhio umano, vide gli esseri migranti, rinascenti; di buona casta, di cattiva casta, sulla buona strada, sulla cattiva strada… infermi, rialzati, vaganti sotto l’influenza delle loro opere e li distinse bene».
«Alla veglia della metà della notte, ricordò esattamente le varie specie di dimore precedenti, sue e degli altri esseri».
«All’ultima veglia della notte, quando spunta l’aurora», egli cercò l’origine della vecchiaia e della
morte, l’origine dell’esistenza e capì che sopprimendo l’ignoranza si sopprime la grande massa delle sofferenze.
Così egli ottenne la triplice scienza, «essendosi rivestito della qualità perfetta e compiuta del Buddha.
! Avendo così ottenuto il perfetto Risveglio, Shakyamuni trascorse alcune settimane nel godimento di quanto . aveva realizzato. Gli dèi gli ricordarono il suo voto di liberare tutti gli esseri e perciò egli pensò «a mettere in movimento la Ruota della Legge». Mara tentò nuovamente di impedirglielo, ma invano.
Allora le sue tre figlie, «con sventatezza femminile», presero l’aspetto della piena giovinezza e, nella loro cecità, si avvicinarono al Buddha. ” non fece alcun caso a loro, ma le trasformò in vecchie decrepite.
Nella settima settimana, due mercanti, i fratelli Trapusha e Bhallika, passarono vicino al luogo dove viveva il Buddha. «Essi presero del miele, dei dolci e delle canne da zucchero sbucciate» e portarono tutto al Buddha.
Allora, «avendo riconosciuto che era giunto per il Buddha il momento di mangiare, nello stesso istante, dai quattro punti dello spazio, giunsero i quattro grandi re portando quattro vasi d’oro».
Dato che il Buddha, trovandoli troppo ricchi, li rifiutava, gli offrirono successivamente altri vasi fatti con le più diverse materie preziose. Ma Shakyamuni accettò soltanto vasi di pietra; quando li ricevette, li prese e ne fece uno solo. Ed è in questo unico vaso che egli prese il nutrimento dei due mercanti.
Il Buddha, chiamato anche il Tathàgata, «Colui che è andato così», cioè il «Perfetto», restò a Bodh-Gayà per varie settimane, assorto nella meravigliosa pace della contemplazione. Poi si recò a Bénarès, la città santa dell’India, al fine di predicare la sua dottrina. Nel Parco delle Gazzelle, davanti a cinque dei suoi antichi compagni di austerità, egli pronunciò il suo primo discorso e «mise in movimento la Ruota della Legge».
«Esistono, o monaci, due estremi da cui deve star lontano colui che conduce una vita spirituale. Quali sono tali due estremi? Uno è una vita di piaceri, l’altro è una vita di mortificazioni. Da questi due estremi, o monaci, il Tathàgata si è tenuto distante ed ha scoperta la Via di Mezzo che conduce alla Pace, alla Conoscenza, al Risveglio, al Nirvana. Ma qual è questa Via di Mezzo che conduce alla Pace, alla Conoscenza, al Risveglio, al Nirvana? È la Nobile Via Ottupla che si chiama giusta Comprensione, giusta Intenzione, giusta Parola, giusta Azione, giusti Mezzi di esistenza, giusto Sforzo, giusta Attenzione, giusta Concentrazione».
«Eccovi, o monaci, la Nobile Verità sul Dolore: la nascita è dolore, la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore, l’unione con coloro che odiamo è dolore, la separazione da coloro che amiamo è dolore, non ottenere quello che desideriamo è dolore; riassumendo: i cinque tipi d’oggetti dell’attaccamento sono dolore».
«Eccovi, o monaci, la Nobile Verità sull’Origine del Dolore: è la sete di esistenza che conduce di esistenza in esistenza, accompagnata dal piacere, la sete del piacere, la sete dell’esistenza, la sete della prosperità» .
«Eccovi, o monaci, la Nobile Verità sulla Soppressione del Dolore: l’estinzione di questa sete per mezzo del completo annientamento del desiderio, rinunciandovi, liberandosene, non lasciandogli posto alcuno» .
«Eccovi, o monaci, la Nobile Verità sulla Via che conduce alla Soppressione del Dolore: è la nobile Via Ottupla».
Per più di quarant’anni il Buddha insegnò questa misurata ed equilibrata dottrina con molteplici e svariati mezzi. Poi, avendo fondato la Comunità dei monaci o Sangha, egli si spense vicino a Kuçinagara, circa 480 anni prima della nostra era.
Quando Shakyamuni raggiunse il Perfetto Risveglio a Bodh-Gaya, conobbe un perfetto stato di pace interiore. La dottrina buddista si fonda su questa esperienza umana: è essenzialmente un metodo pratico che permette ad ognuno di ripetere l’esperienza del Buddha. Naturalmente, insegnandole, il Maestro, che conosceva le diverse inclinazioni di tutti gli esseri, si sforzò di adattarla ad ogni temperamento, ad ogni grado di sviluppo individuale. È per questo che l’insegnamento del Buddha ha rivestito diversi aspetti e ha dato origine a varie tradizioni.
In particolare, alcuni posero l’accento sulla ricerca della pace buddistica attraverso la pratica della meditazione, dando luogo alla cosiddetta Cravaka, la “via degli uditori”o al Pratyekabuddha, la “via dei Buddha”
Altri insistettero sull’amore universale e la compassione: non ricercarono più la pace per sé stessi, ma tesero al raggiungimento del Nirvana come strumento per aiutare tutti gli altri esseri senzienti e portarli verso la salvezza. Questi esseri illuminati che, per scelta, rinunciano allo stato di Buddha e rimangono in questo mondo vengono chiamati “Boddhisattva”. la dottrina in questione è chiamata Mahayana o “grande sentiero”, mentre le prime due vengono chiamate Hinayana, “piccolo sentiero”.
