A proposito dei tappeti tibetani
L’Oriente si fa largo tra gli oggetti che arredano le nostre case. E anche tra i cultori e i collezionisti di tappeti, il Tibet si sta guadagnando una rispettabile nicchia, a fianco dei giganti persiani e caucasici. Nonostante io non tratti direttamente queste splendide opere d’arte antica, provo ad introdurre (a puntate) l’argomento del tappeto tibetano, che sempre di più è apprezzato e conosciuto anche qui in Italia. Non pensiamo però solo al classico grande tappeto rettangolare che adorna il pavimento del salotto: per i Tibetani (così come per ogni altra cultura nomade), il tappeto era allo stesso tempo un oggetto decorativo, un utensile da lavoro, un’opera d’arte ed uno strumento sacro. Dozzine di diverse tipologie di tappeti, di foggia e dimensioni diverse, possono disorientare e affascinare chi si avvicina per la prima volta alla conoscenza di questa secolare arte antica.
I Tibetani hanno sempre usato, e ancora oggi usano, i tappeti per un’infinita varietà di utilizzi, sia nell’ambiente monastico che in quello laico. La nascita di questa tradizione secolare è dovuta al clima freddo che caratterizza il plateau tibetano, ma anche alla generosa produzione di lana di ottima qualità e allo stile di vita nomade, che vede la realizzazione di oggetti facilmente trasportabili come necessità. A ciò aggiungiamo la tipica laboriosità che caratterizza le popolazioni himalayane ed ecco spiegata la straordinaria abilità raggiunta nell’arte dell’intreccio e della tessitura del tappeto.
A differenza delle vicine India e Cina, dove i tappeti erano realizzati in aree vocate e da artigiani specializzati, in Tibet la tessitura è da considerarsi una vera e propria arte popolare. È vero che oggi esistono dei centri dedicati alla produzione del tappeto nell’area centrale dell’altipiano, specialmente nella zona attorno alla capitale Lhasa e nelle città di Shigatse e Gyantse, ma è anche vero che tradizionalmente, i tappeti erano realizzati dai nomadi o dagli abitanti dei villaggi e destinati ad un uso domestico. È proprio tra questi esemplari che troviamo alcune tra le più rare e belle testimonianze di quest’arte antica.
Le tecniche di tessitura e annodatura tibetane hanno influenzato tutta l’area himalayana, arrivando a sconfinare anche in Nepal, nel Sikkim, e probabilmente anche nella parte settentrionale dell Arunachal Pradesh, in India.
Di solito noi Occidentali pensiamo al tappeto elemento di arredo: li utilizziamo stesi a terra o, al massimo, appesi a parete. Molti di noi, però, ignorano che in Tibet i tappeti erano utilizzati per molti usi diversi.
Tappeti da pavimento: erano usati generalmente per sedercisi sopra o per dormire. La loro dimensione media è di cm. 170×90. Quelli utilizzati per dormire sono chiamati nyeden, mentre quelli utilizzati come seduta, in particolare da monaci o da persone di rilievo, sono chiamati khaden.
Corsie monastiche: si tratta di tappeti che arrivano a misurare ben dieci metri di lunghezza, utilizzati nei templi buddisti come corsie, solitamente poste nel corridoio centrale della sala di preghiera, oppure posti a coprire le sedute dei monaci in preghiera, solitamente posti l’uno a fianco all’altro. Questa tipologia di tappeto, normalmente lunga almeno cinque metri, è composta da sezioni quadrate e viene chiamata kyongring.
Copri-ingresso: questo tipo di tappeto è molto usato ancora oggi nel Tibet meridionale e nel Buthan, sia a copertura degli ingressi delle tende che delle case. Normalmente sono di lana o feltro, e sono vivacemente decorati. La tradizione di proteggere gli ingressi delle abitazioni con un tappeto si è conservata fino ad oggi, tanto che in Buthan per accedere agli uffici governativi, è necessario scostare con la mano un tappeto di questo tipo. Sono conosciuti in Tibet con il nome di goyo.
Copri-colonna: il loro nome tibetano è kathum, sono lungi più o meno tre metri, e si trovano arrotolati attorno alle colonne dei monasteri buddisti. Stranamente, l’usanza di avvolgere le colonne dei monasteri con un tappeto è comune solo in territorio tibetano: nei numerosissimi monasteri buddisti in India settentrionale, Nepal e Buthan le colonne restano nude. Pare che quest’usanza sia un antico retaggio della cultura cinese.
Tappeti per Lama: esiste poi una tipologia di piccoli ma preziosissimi tappeti confezionati per essere utilizzati come cuscini dai monaci di alto rango. Questi sono sempre di piccole dimensioni sono sempre ornati con una cornice in finissimo broccato di seta. Questi esemplari, rarissimi, sono normalmente di colore giallo o rosso e, visto il loro utilizzo sacro, difficilmente sono disponibili al collezionismo occidentale. Il loro nome è thigyab-yol.
Copri-sella: tappeti utilizzati per foderare le selle equestri tibetane. Questa tipologia si riferisce in realtà a due tipi diversi di tappeto. La copertina (maden) , di forma quadrangolare, veniva posta tra la schiena del cavallo e la sella lignea, mentre il coprisella vero e proprio (masho), di foggia rettangolare era munito di occhielli attraverso cui far passare delle fibbie di cuoio per il fissaggio.
Copertine equestri cerimoniali: Esiste poi un tipo particolare di copertine per cavalli, chiamate Tekheb, utilizzato in aggiunta al normale coprisella, per adornare le cavalcature durante le cerimonie o in occasioni speciali, come i matrimoni.
Tappeti-tigre: questa è forse una delle tipologie di tappeto tibetano maggiormente conosciute ed apprezzate dai collezionisti occidentali. Si tratta di tappeti decorati con la raffigurazione di una tigre, o un vello di tigre, utilizzando i colori classici della tradizione monastica tibetana: il giallo e il rosso. La tigre è uno dei più potenti simboli del buddismo tantrico, e rappresenta la trasformazione dell’aggressività in forza interiore. Da qui l’uso da parte dei monaci di alto rango, per simboleggiare la loro abilità nel controllare gli istinti atavici trasformandoli in saggezza e benevolenza.
Sebbene la tradizione del buddismo tantrico sia ricca di simboli ed elementi iconografici di vario tipo, chi si avvicina al mondo del tappeto tibetano non deve lasciarsi ingannare: escludendo gli esemplari monastici come i tiger-carpets o i cosiddetti thigyab di cui abbiamo parlato sopra, molti elementi utilizzati per decorare i tappeti non hanno alcun valore simbolico, sono messi li solo “per bellezza”. Ciò appare in netto contrasto con l’arte himalayana in genere, che annovera un generosissimo numero di elementi simbolici tra i suoi pattern decorativi, basti pensare al rigore iconografico dei thangka. È pur vero però che i tappeti, così come gli arredi, erano spesso realizzati da laici, e come tali non dovevano necessariamente rispondere ai dettami stilistici e iconologici dell’arte sacra, ma piuttosto riflettevano attraverso le decorazioni la tradizione culturale tibetana.
(fine prima parte)

Enrica Garzilli said,
febbraio 6, 2010 @ 18:49
Le thangka, come i tappeti, in realtà esprimono una tradizione ben codificata (perlopiù religiosa) sia nelle immagini, sia nell’esecuzione (sia delle thangka sia dei tappeti stessi), come ben sai.
La cosa che mi pare bellissima è che per quello che per noi occidentali è un tappeto, e ha solo questo nome, lì è X, Y o Z. Voglio dire che il linguaggio ha diversi modi di chiamare il tapperto perché esprime tutta e una varietà di funzioni che da noi il tappeto non ha. Un po’ come il nero che per noi è nero, in Giappone può essere uno dei vari (mi sembra 3) tipi di nero esistenti.
E’ questo che apprezzo sommamente, la precisione e la varietà, e la lingua che gli si adatta. Una finezza linguistica e culturale che invece chi non sa niente della cultura a vedere, magari, i bambini sporchi in giro, non crede neanche che ci sia. Anzi, non sa nemmeno che esiste.
Gianmaria said,
febbraio 10, 2010 @ 10:58
Sono d’accordo con te, del resto la maggior parte delle lingue orientali riflettono molto bene la profondità e la varietà concettuale che sono chiamete ad esprimere. A questo proposito mi viene in mente l’arte della calligrafia orientale (cinese e giapponese in particolare), dove la forza poetica di uno scritto non è trasmessa solo sul piano semantico: il poeta che scrive un componimento può giocare anche sull’omofonia di molte parole (che però si scrivono con due ideogrammi diversi) e con lo stile di scrittura, che trasmette a sua volta stati d’animo, emozioni, fornendo al lettore molteplici chiavi di lettura dello stesso componimento.
Ovviamente tutto ciò risulta ermetico all’osservatore che non si ricorda di quanto la cultura orientale (dal Medio all’Estremo Oriente) sia antica e profonda.
Renzo said,
marzo 2, 2010 @ 23:44
Davvero interessante, stavo cercando notizie in questi giorni su questo argomento. Post molto utile. Renzo
Gianmaria said,
marzo 4, 2010 @ 10:22
Grazie del commento Renzo. Continua a seguirci!
galleria grossardi said,
dicembre 20, 2010 @ 16:51
sono un commerciante interesato a tappeti cinesi e tibetani antichi