BH001676 Ormai è più di un anno che, per aiutare due miei amici monaci buddisti che vivono in Italia, ho messo in piedi un servizio di catering tibetano a cui ho dato il nome di Cena Tibetana a Domicilio. L’idea è piaciuta e ha goduto anche di una certa risonanza grazie alla stampa ed all’aiuto di alcuni amici. In molti chiamano incuriositi dalla novità, e i monaci girano un po’ in tutta Italia armati delle loro speciali pentole deliziando i fortunati commensali con squisite prelibatezze dal gusto himalayano. Io mi limito a rispondere alle telefonate ed alle e-mail, a spiegare come funziona e a rispondere alle cosiddette “frequently asked questions” del caso. Il resto lo fanno i monaci.

Una delle domande che sovente mi vengono rivolte riguarda la questione della carne. Sì perchè nel menù sono presenti alcuni piatti di carne e molti dei miei interlocutori (in particolar modo i membri delle comunità buddiste italiane) restano allibiti perchè sono convinti che “i veri monaci buddisti” siano vegetariani. Ebbene, non me ne vogliano i vegetariani, per cui nutro il massimo rispetto, ma purtroppo le cose stanno in modo diverso.

Il buddismo è una filosofia interessante, ma molto complessa e soprattutto “esotica”, cioè appartenente ad un contesto culturale diverso dal nostro. Come tutte le culture esotiche esercita un particolare fascino su noi Occidentali razionalisti e consumisti, ma buttandocisi a capofitto senza un approccio adeguato, si rischia di farsene un’idea troppo superficiale candendo nella banalità o, ancor peggio, nel fanatismo. E il fanatismo porta addirittura all’inappellabile negazione dell’evidenza e della ragione: per alcuni i monaci buddisti sono vegetariani e basta.

Capisco che ci si possa far trasportare dal carisma spirituale del buddismo, esaltandone gli aspetti più affascinanti, ma purtroppo spesso accade che la realtà sia molto meno romantica di come la dipingiamo. No, i monaci buddisti non sono necessariamente vegetariani. Ora, senza spingermi troppo in noiose questioni filosofiche, cercherò di fare un po’ di chiarezza in merito.

E’ vero: uno dei precetti fondamentali del buddismo è “non uccidere alcuna forma di vita”, e molti leggono in questo l’implicazione per cui i buddisti non dovrebbero mangiare carne di animali. I testi buddisti sono unanimi nel sostenere che essere vegetariani è un’ottima cosa per un buddista, ma non un obbligo. Del resto il buddismo è la filosofia della moderazione, dove viene data importanza, più che all’azione in sè, alla motivazione che vi è dietro. Buddha stesso ha precisato che è la condotta immorale a rendere impura una persona, non il cibo che mangia. Il Bhudda storico viveva di elemosina, lasciando che la sua ciotola si riempisse di ciò che veniva offerto dai fedeli. E se capitava in mezzo anche della carne, egli di certo non la rifiutava.

Ma allora la carne si mangia o no nei monasteri? In molti monasteri giapponesi e coreani e in quasi tutti i monasteri in Cina, la carne non si mangia. In molti monasteri in Tibet, Nepal e India ivece sì. Considerando il fatto che l’elemosina è una delle regole monastiche nel buddhismo Mahayana, cioè i monaci devono mangiare ciò che viene loro offerto, esistono tre regole fondamentali per il consumo della carne: si può mangiare se: 1) è offerta spontaneamente e non espressamente richiesta dal monaco; 2) la bestia non è stata uccisa appositamente per il monaco; 3) la bestia non è stata uccisa appositamente per le offerte.

Secondo me la scelta di proibire o meno il consumo di carne in un monastero è (e dovrebbe essere) dettata da motivazioni, personali o collettive, che vanno oltre il semplice dogma religioso. Come un po’ ovunque nel mondo, la dieta è influenzata dalla disponibilità di cibo. Pensate ad esempio al Tibet: un altopiano a 4000 metri di quota, con un clima proibitivo ed una popolazione seminomade la cui economia è basata sulla pastorizia. Come farebbero i poveri monaci del Tibet ad essere vegetariani in un paese dove in pratica non cresce la verdura? Io questo lo so bene, che ogni anno vado a portare assistenza ai bambini monaci himalayani, sempre sofferenti di eczemi ed altre magagne dovute alla malnutrizione. No, i monaci dell’Himalaya non sono vegetariani: l’unico cereale che cresce in abbondanza è l’orzo, ma per il resto dipendono dai pochi animali che i pastori allevano: capre, polli e yak. No, essere vegetariani è un lusso che non tutti si possono permettere.

In sintesi: il monaco può mangiare la carne a patto che l’animale non sia stato ucciso apposta per lui. Molti obiettano che “non uccidere ma lasciare che altri lo facciano per noi è una squallida ipocrisia e non ha senso dal punto di vista etico” (ho citato letteramlente da una e-mail giuntami da Anna, un’amica vegana). Ora, lasciando perdere il fatto la questione non può essere liquidata con un approccio così superficiale, dato che vi sono questioni sia storiche che dottrinali che hanno determinato tale usanza millenaria; ma soprattutto, di quale etica stiamo parlando? Della nostra, o della loro?
Cara Anna ti ricordo che l’etica (la parola “etica” deriva dal greco ethos ed è un sinonimo di “morale” che deriva dal latino mos, moris. Entrambi i termini significano “costume, consuetudine”) è una branca della filosofia che si occupa di stabilire ciò che è giusto, buono e accettabile nel contesto di una determinata cultura. Il filosofo Fernando Savater è un fermo sostenitore del fatto che non esiste un’etica al di sopra della cornice culturale di riferimento, cioè che non esiste nulla di universalmente giusto o sbagliato, e comunque in tutte le religioni bisogna sempre rapportare i dogmi alle necessità pratiche quotidiane. Il compromesso è necessario per i fedeli di qualsiasi religione, sennò cosa dovremmo dire noi Cristiani del nostro rapporto con il Nono Comandamento? ;-)

Ma ora lasciamo perdere queste colossali banalità e torniamo a noi. Cosa mangiano, dunque, questi monaci? Per esperienza personale (ogni tanto bazzico tra i paesi a religione buddista) posso dire che la carne viene consumata con moderazione, solitamente nei giorni di festa o per celebrazioni particolari. Mentre in Indocina i monaci mangiano una sola volta al giorno il cibo che hanno recuperato attraverso l’elemosina, in India e nei paesi trans-himalayani il vettovagliamento è più organizzato. Ogni monastero ha una cucina dove solitamente si preparano due pasti: uno al mattino presto e l’altro al pomeriggio.

Mentre nei piccoli monasteri sull’Himalaya i monaci si radunano in refettorio, dove il cibo uscito dalle cucine (principalmente tsampa, riso, patate e un po’ di verdura) viene consumato assieme e in silenzio, nei grandi monasteri come quelli che ci sono a Dharamsala o nelle riserve dello stato del Karnataka, in India, le cucine servono ai monaci due razioni di cibo quotidiane molto semplici. I monaci si mettono in fila all’ora prestabilita e ricevono solitamente due o tre forme di pane, una ciotola di riso e un po’ di carne (tipo curry). I religiosi poi portano il cibo nella loro cella per consumarlo quando preferiscono durante il corso della giornata. Nel corso delle celebrazioni invece i monaci consumano il cibo direttamente nel gompa, la sala di preghiera, tra la recitazione di un mantra e l’altra.

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Nell’immagine qui sopra io (il secondo da destra) nel monastero femminile di Zhangla, nella valle dello Zanskar, in India. Le monache hanno preparato per noi i “momos” dei ravioloni ripieni con carne di montone e spezie. Alla faccia del vegetarianesimo…