
Shanghai, con i suoi 24 milioni di abitanti, è oggi la città più popolosa del mondo. Situata a pochi chilometri dal delta del Chiang Jiang, dove il Fiume Azzurro sfocia nel Mar di Cina, è di gran lunga il più importante centro finanziario e commerciale della Cina. Il suo porto è il più trafficato del Paese e, assieme a Singapore e Rotterdam, uno dei più trafficati del mondo.
La vivacità economica di Shanghai è ben rappresentata dal distretto finanziario di Pudong, che sorge sul lato sud-orientale del canale dello Huang Po ed ospita numerosi e modernissimi grattacieli, costruiti a partire dagli anni ’90, che offrono la sede a numerose imprese cinesi e internazionali. Pudong testimonia la storica vocazione internazionale della città, il ruolo di Shanghai come finestra sull’intera Cina e la sua economia emergente e dimamica.
Sull’altro lato del canale Huang Po sorge invece la città vecchia con i suoi giardini e alcune case tradizionali a pagoda che sopravvivono ancora oggi, quasi fagoccitate dagli edifici moderni. Lungo la riva del canale, all’altezza della confluenza del fiume Suzhou si trova la zona del “bund” di Shanghai: una promenade lungo il fiume che presenta una lunga fila di suggestivi palazzi in stile tardo vittoriano, in origine le sedi delle varie Concessioni internazionali.
Con il suo lungo viale, il Bund è uno dei simboli architettonici più importanti di Shanghai. Le facciate dei suoi palazzi, recentemente restaurate in occasione dell’Expo 2010, al calar del sole sono sapientemente illuminate e offrono al visitatore uno spettacolo suggestivo e affascinante. La promenade sul fiume è frequentata a tutte le ore del giorno da turisti, coppiette, joggers e praticanti di Tai Chi.
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Leggo stamattina la notizia relativa ad una truffa ai danni di un imprenditore pesarese che, in vista di un potenziale affare, ha acquistato “opere d’arte” di provenienza asiatica per un valore di circa un milione e duecentomila euro. Gli oggetti, spacciati per preziosissimi esemplari in avorio e giada, sono poi risultati dei falsi. L’incauto imprenditore si è fidato dell’esperto “collezionista” francese conosciuto ad un mercatino dell’antiquariato e ha sborsato un capitale per ricevere in cambio una paccottiglia acquistabile per poche decine di euro in qualsiasi negozio di souvenir di qualche grande città asiatica.
Il malcapitato avrebbe dovuto insospettirsi quando si è accorto che le “opere d’arte antica”, nonostante il valore esorbitante, non erano accompagnate da alcuna documentazione valida e avrebbe dovuto rivolgersi a qualche perito. Cosa che in realtà ha fatto, ma troppo tardi.
Quello appena citato è un caso abbastanza estremo, almeno qui in Italia, ma il mercato delle “croste”, cioè dei falsi, è piuttosto fiorente e considerando che la cultura artistica di provenienza non ci appartiene, in questo mondo sono molti gli appassionati, ma pochi gli intenditori.
Gli amatori ed i collezionisti che intendano incrementare le loro collezioni con oggetti d’arte asiatica sono in costante aumento in Italia, e sarebbe necessario tutelarsi. I metodi per proteggersi dal falso sono moltissimi e non sempre richiedono un’esperienza sul campo a livello di storico dell’arte; talvolta basta solo un po’ di buon senso.
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Ormai da un paio d’anni abbiamo attivato una linea di vendita e-commerce attraverso un sito dedicato e da quest’anno ci stiamo proponendo come venditori professionali su eBay. La compravendita di arte ed antiquariato orientali usando il web non è cosa da poco visti i costi e i rischi, ma stando alle statistiche i collezionisti e gli appassionati di tutto il mondo utilizzano sempre di più i canali delle aste online per arricchire le loro collezioni. In particolare eBay, negli ultimi anni è diventato il principale strumento di scambio a livello internazionale, perché permette di abbattere le barriere geografiche e rende accessibili oggetti in tutto il mondo.
Come molti giudiziosi collezionisti sanno, acquistare su eBay può essere un’esperienza divertente e gratificante, ma allo stesso tempo rischiosa, se non si sa cio’ che si sta facendo. Questa breve guida è dedicata a coloro che intendano cimentarsi nell’acquisto online di arte e antiquariato orientale attraverso il più conosciuto portale al mondo di aste online.
Dal suo concepimento negli Anni ’90 eBay è diventato lo strumento principe nel campo del collezionismo internazionale. Si vedono e si comprano gli oggetti più disparati, con un prezzo di partenza che varia da pochi centesimi a parecchie centinaia di migliaia di dollari. Il sito registra milioni di transazioni ogni giorno, la maggior parte delle quali terminano con buona soddisfazione di acquirenti e venditori.
Ma come tutte le belle cose, anche eBay ha le sue debolezze. Una di queste, forse la peggiore, è la continua battaglia per l’autenticità e la qualità degli oggetti e per la credibilità dei venditori. Se è vero che oggi il portale dispone di svariati strumenti e tecniche per evitare le truffe, primo tra tutti il “feedback”, è pur vero che il problema dell’autenticità è particolarmente sentito quando si trattano oggetti d’antiquariato e da collezione.
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Qualche tempo fa scrissi qualcosa sulla dieta dei monaci tibetani, affermando che talvolta mangiano anche carne, soprattutto in occasione di feste e celebrazioni. Infatti chi è stato in Tibet o in tutta l’area trans-himalayana non ha potuto non assaggiare i “Momos“ un tipico piatto a base di ravioli cotti a vapore e poi saltati nel burro o alla piastra. Una vera prelibatezza locale che io ho avuto occasione di gustare molte volte all’interno dei monasteri buddisti della zona e che ormai ho imparato anche a cucinare grazie ai miei amici monaci chef che abitano a Milano.
La pietanza oggi è pubblicizzata come “piatto nazionale tibetano” e in effetti è una delicatezza tradizionale, anche se non appannaggio esclusivo del Tibet. I Momos si possono gustare anche in Nepal, Buthan, Sikkim e Ladakh o in tutte quelle regioni oggetto della diaspora tibetana come l’Himachal Pradesh, il Karnataka o il West Bengala. Non solo: in Nepal il piatto è diventato uno dei più apprezzati “fast food” tanto che i Nepalesi lo hanno esportato in tutta l’India del Nord e in molte città del Medio Oriente dove migrano stagionalmente come lavoranti.
Resta il fatto che il piatto, pur avendo origini tibetane, affonda le sue radici in culture antichissime. Alcune varianti si possono gustare in Cina (Jaozi), in Mongolia (Buuz), in Asia Centrale (Manti) ed addirittura nella Russia orientale (Pelmeni). La cucina tibetana infatti è generosamente influenzata dalle culture vicine, in particolare India, Pakistan, Cina e Nepal, ma è meno speziata, più leggera e meno varia. La dieta è tipicamente montana, simile in qualche modo a quella delle nostre valli alpine alla fine dell’Ottocento. Nonostante la povertà di ingredienti dettata dal clima secco e freddo e dall’alta quota, i Tibetani si sono ingegnati producendo una discreta varietà di piatti saporiti e nutrienti come la zuppa Thukpa, il pane Tagi, preparazioni saporite a base di riso e appunto i Momos.
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Qualche anno fa, mentre mi trovavo ospite in un monastero buddista nella remota valle dello Zanskar, sull’Himalaya indiano, un vecchio monaco mi mise al collo una strana pietra ovale d’un color grigio traslucido con delle strisce chiare. Avevo già visto oggetti simili addosso a qualche religioso, oppure a decorazione dei copricapo tradizionali delle donne tibetane, ma non avevo mai chesto cosa fossero esattamente. Ringraziai il monaco, anche se non avevo la minima idea di quale fosse il valore di quel dono. Guardando meglio la pietra, notai che aveva un aspetto singolare. Sembrava vecchia di secoli e risplendeva di una bellezza consunta, un fascino antico che metteva quasi soggezione. Era lucida e levigata, ma non come può esserlo il ciottolo di un fiume. Sembrava quasi “consumata”, come se una mano grinzosa l’avesse accarezzata per millenni. Decisi che quel monile mi piaceva e che l’avrei tenuto al collo, anche a ricordo dell’ospitalità dei monaci durante quel viaggio fantastico e terribile che avevo fatto sulle montagne dell’Himalaya.
Mi piaceva, anche se non sapevo cosa fosse, ma gli sguardi ammirati dei Tibetani che la vedevano al mio collo mi spinsero a fare delle ricerche. Bene, chiedendo e leggendo qua e là scoprii che il regalo che il vecchio monaco mi aveva fatto era assai prezioso. La pietra che portavo (e tuttora porto) al collo è detta “pietra del paradiso”, che i tibetani chiamano Dzi.
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