Ogni tanto qualche soddisfazione. Oggi mi arriva un e-mail di un mio cliente statunitense, con allegata la foto di una splendida casacca in seta che aveva comprato da noi qualche tempo fa. Si tratta di una casacca tradizionale cinese in broccato di seta con dei motivi a dragone risalente al tardo periodo Qing, presumibilmente epoca Guangxu (seconda metà dell’800). L’esemplare è piuttosto raro e il mio cliente, già collezionista di arte orientale non se lo è lasciato scappare. La casacca era in discrete condizioni di conservazione e praticamente non vi erano restauri. Una volta venduto e spedito l’esemplare me ne ero quasi dimenticato, fino ad oggi, quando ricevo appunto l’immagine allegata al messaggio in cui il cliente, con toni entusiastici, voleva condividere con me l’emozione di vedere l’esemplare incorniciato ed esposto a casa sua.
Qui da noi il mercato delle sete antiche cinesi è stato quasi abbandonato dai collezionisti. Fuori dall’Italia, invece, è molto più comune trovare arazzi, casacche o vesti in seta incorniciate ad abbellire qualche parete di qualche casa.
Tutti sanno che la seta cinese è una delle più pregiate al mondo e che l’eredità delle tecniche di ricamo della Terra del Dragone si sono poi trasmesse in tutto il Sud Est Asiatico, in Giappone ed in India, ma la storia di questo preziosissimo tessuto si perde nella notte dei tempi.
L’allevamento del pregiatissimo baco fu un segreto custodito a lungo dai cinesi e non è possibile determinare il periodo in cui iniziarono a tessere tele così meravigliose con
Ormai la domanda è così frequente che potrei sovrapporre la mia voce a quella del cliente quando me lo chiede: “Come devo fare per pulire il mobile che ho appena acquistato?” Il solo fatto di aver comprato un pezzo che viene da lontano può far pensare a chissà quale pratica esoterica sia necessaria per mantenerlo in buone condizioni. No, nessun mantra da salmodiare tra i fumi dei bastoncini d’incenso. Basta la stessa cura che la Signora Adelina e quasi tutte le massaie che si rispettino mettono nel fare le pulizie settimanali: uno straccio o una scopetta di piume per eliminare la polvere e un po’ di olio di gomito. Magari cantando l’ultimo successo di Gigi d’Alessio o Biagio Antonacci, che non hanno nessun effetto specifico sul mobile cinese ma piacciono tanto alle nostre massaie. Questa mia lapidaria sicurezza che basta spolverarlo si basa sul fatto che un pezzo antico, sia esso un tavolo da calligrafo di epoca Ming o uno scrittoio francese in stile Luigi XIV, è resistito per secoli quando non c’erano né i prodotti antitarlo né i climatizzatori. Se ha resistito finora, non si sgretolerà tra le nostre mani da un momento all’altro, e basteranno alcuni accorgimenti per assicurargli ancora lunga vita e splendore. Oltre all’ordinaria manutenzione, ossia alla buona abitudine di tenerlo pulito,l’unico intervento che un mobile cinese antico richiede è la lucidatura periodica, che andrebbe fatta una o due volte l’anno, utilizzando esclusivamente cera per mobili. Leggi tutto …
Sto preparando del materiale per alcune lezioni sull’arte orientale che terremo l’anno prossimo qui al museo. Ecco un’introduzione all’affascinante mondo dei Thangka buddisti
I Thangka
La pratica del buddismo tibetano, che fa appello all’immaginazione per evocare la realtà della vita spirituale dei suoi fedeli, ha dato origine all’affascinante arte dei Thangka.
La parola “Than”, in tibetano, significa piatto, dritto, mentre il suffisso “Ka”,indica il cavalletto per dipingere: la parola “Thang-ka”, dunque, indica un’immagine dipinta. Oggi la parola è comunemente utilizzata per indicare i dipinti sacri del buddhismo tibetano: raffigurazione su tela, attraverso immagini e simboli, degli episodi più importanti della vita del Buddha, dei suoi discepoli e dei miracoli compiuti dai Lama più famosi.
Generalmente un Thangka si presenta come un dipinto realizzato su una tela di cotone, lana grezza o - più raramente - seta. Le dimensioni possono variare da pochi centimetri a qualche metro, e normalmente il dipinto si sviluppa in senso verticale, anche se non mancano esemplari più larghi che lunghi.
Sebbene molti di questi dipinti siano utilizzati per decorare le pareti dei monasteri buddisti, tradizionalmente i Thangka venivano conservati chiusi in appositi contenitori, per essere srotolati ed esposti solo in occasione di particolari ricorrenze o cerimonie religiose. Gli esemplari antichi, infatti, sono spesso provvisti di due listelli in legno o bambù (thang-ching) che facilitano lo srotolamento e l’esposizione. Talvolta le tele erano incorniciate in un riquadro di stoffa preziosamente ricamata ed arricchita con dei nastri di vari colori lasciati penzolare dalle estremità. Negli esemplari più preziosi, il riquadro era costituito da un ricco broccato decorato con motivi simbolici, quali segni di felicità o longevità, draghi, fenici o altri simboli legati alla spiritualità buddista. Anche il riquadro, come tutti gli altri elementi del dipinto, possiede un significato religioso specifico, ed alcuni esemplari erano realizzati con preziosissime sete di origine cinese.
L’arte dei Thangka è essenzialmente religiosa, ed il suo scopo è l’evocazione dei principi immutabili della legge buddhista per mezzo di immagini e simboli. I maestri pittori dell’antichità erano per lo più monaci, ed il loro lavoro artistico era inserito in un contesto puramente spirituale: la pratica della pittura era essa stessa una forma di meditazione e preghiera, così come la contemplazione dell’opera finita. Non vi era molto spazio per la fantasia o la creatività artistica, e sicuramente non vi era l’intento di esprimere, attraverso l’opera d’arte, alcun sentimento personale o visione del mondo. In questo contesto spirituale, creazione e fruizione dell’opera sono da considerarsi puri esercizi meditativi, strumenti attraverso i quali ascendere alla suprema consapevolezza: il cosiddetto Nirvana. Leggi tutto …
“In una tranquilla stanza di un tempio di montagna, un vecchio sacerdote si appresta a scrivere. Adagia un panno felpato a protezione del tatami, poi, con gesto attento, dispone su di esso un sottile foglio di carta bianca, fermandolo all’estremità con dei pesi di giada a forma di drago per impedirne il rotolamento. A destra sistema un’antica pietra abrasiva, una piccola vaschetta per l’acqua, il pennello favorito appoggiato su un sostegno di porcellana sagomato a mo’ di catena montuosa in miniatura, e un bastoncino di denso inchiostro nero, leggermente profumato con dell’incenso. Fa cadere alcune gocce d’acqua nelle scalfitture della pietra e poi vi sfrega il bastoncino per estrarne il prezioso liquido; ci vuole del tempo prima che l’inchiostro sia del nero intenso adatto alla scrittura.
Quando è pronto, il vecchio uomo si inginocchia davanti al foglio, fissando intensamente la superficie immacolata per qualche istante. Quindi solleva il pennello e lo immerge nell’inchiostro, ma non troppo, affinché il foglio non si bagni. Un respiro profondo, il pennello sospeso, e poi giù, la prima, decisiva, pennellata.
Dense pennellate nere, leggere e sottili come un capello, alcune, quando l’inchiostro va esaurendosi, striate; ed ecco che, danzando sul foglio, emergono i caratteri. Quale estasi!”