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	<title>Thais Blog &#187; Approfondimenti</title>
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	<description>Corporate Blog di Galleria Thais - Arte, cultura e curiosità dai paesi con gli occhi a mandorla</description>
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		<title>La cultura culinaria del Tibet: i ravioli &quot;momos&quot;</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 16:24:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmaria</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche tempo fa scrissi qualcosa sulla dieta dei monaci tibetani, affermando che talvolta mangiano anche carne, soprattutto in occasione di feste e celebrazioni. Infatti chi è stato in Tibet o in tutta l&#8217;area trans-himalayana non ha potuto non assaggiare i &#8220;Momos&#8220; un tipico piatto a base di ravioli cotti a vapore e poi saltati nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2011/02/WindowsLiveWriterLaculturaculinariadelTibetiraviolimomos_DE83food_momo_2.jpg"><img style="border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-top: 0px; border-right: 0px" border="0" alt="food_momo" align="left" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2011/02/WindowsLiveWriterLaculturaculinariadelTibetiraviolimomos_DE83food_momo_thumb.jpg" width="244" height="163"></a> Qualche tempo fa scrissi qualcosa sulla <a title="La dieta del monaco buddista - da Thais Blog" href="http://blog.thaisoriente.com/2010/09/la-dieta-del-monaco-buddista/"><font color="#cc0000">dieta dei monaci tibetani</font></a>, affermando che talvolta mangiano anche carne, soprattutto in occasione di feste e celebrazioni. Infatti <strong>chi è stato in Tibet o in tutta l&#8217;area trans-himalayana non ha potuto non assaggiare i &#8220;<em>Momos</em>&#8220;</strong> un tipico piatto a base di ravioli cotti a vapore e poi saltati nel burro o alla piastra. Una vera prelibatezza locale che io ho avuto occasione di gustare molte volte all&#8217;interno dei monasteri buddisti della zona e che ormai ho imparato anche a cucinare grazie <a title="Cena Tibetana a Domicilio" href="http://www.cenatibetana.com" target="_blank"><font color="#cc0000">ai miei amici monaci chef</font></a> che abitano a Milano.</p>
<p align="justify">La pietanza oggi è pubblicizzata come &#8220;piatto nazionale tibetano&#8221; e in effetti è una delicatezza tradizionale, anche se non appannaggio esclusivo del Tibet.<strong> I <em>Momos</em> si possono gustare anche in Nepal, Buthan, Sikkim e Ladakh o in tutte quelle regioni oggetto della diaspora tibetana</strong> come l&#8217;Himachal Pradesh, il Karnataka o il West Bengala. Non solo: in Nepal il piatto è diventato uno dei più apprezzati &#8220;fast food&#8221; tanto che i Nepalesi lo hanno esportato in tutta l&#8217;India del Nord e in molte città del Medio Oriente dove migrano stagionalmente come lavoranti.</p>
<p align="justify">Resta il fatto che il piatto, pur avendo origini tibetane, affonda le sue radici in culture antichissime. Alcune varianti si possono gustare in Cina (<em>Jaozi</em>), in Mongolia (<em>Buuz</em>), in Asia Centrale (<em>Manti</em>) ed addirittura nella Russia orientale (<em>Pelmeni</em>). La cucina tibetana infatti è generosamente influenzata dalle culture vicine, in particolare India, Pakistan, Cina e Nepal, ma è meno speziata, più leggera e meno varia. <strong>La dieta è tipicamente montana, simile in qualche modo a quella delle nostre valli alpine alla fine dell&#8217;Ottocento.</strong> Nonostante la povertà di ingredienti dettata dal clima secco e freddo e dall&#8217;alta quota, i Tibetani si sono ingegnati producendo una discreta varietà di piatti saporiti e nutrienti come la zuppa <em>Thukpa</em>, il pane <em>Tagi</em>, preparazioni saporite a base di riso e appunto i <em>Momos</em>.</p>
<p><span id="more-1491"></span>
<p align="justify">Matorniamo a noi: i <em>Momos</em> sono dei ravioloni realizzati con un semplice impasto di farina di grano, acqua e<a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2011/02/WindowsLiveWriterLaculturaculinariadelTibetiraviolimomos_DE83palline_2.jpg"><img style="border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 5px 0px 0px 10px; border-top: 0px; border-right: 0px" border="0" alt="palline" align="right" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2011/02/WindowsLiveWriterLaculturaculinariadelTibetiraviolimomos_DE83palline_thumb.jpg" width="244" height="164"></a>&nbsp; sale, imbottiti con vari tipi di ripieno che può essere a base di carne (yak, bufalo o montone), patate, formaggio di <em>gee </em>(la femmina dello yak) o montone, oppure vegetariani. I più tradizionali sono quelli di carne, mentre quelli di patate e formaggio sono apprezzati perlopiù in India del Nord.<br />Il ripieno dei Momos di carne è costituito da un trito di carne semigrassa mescolato con aglio, cipolla, peperoncino e alcune spezie come la curcuma e il garam masala. <strong>La tecnica di preparazione è piuttosto singolare</strong>: incece di stendere la pasta in una sfogla sottile da cui ottenere i ritagli come farebbero le nostre massaie, in Tibet la pasta viene modellata fino a formare una lunga salsiccia spessa circa tre centimetri, che poi viene spezzata in piccole palline, che vengono schiacciate e poi lavorate una ad una con un mattarello <a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2011/02/WindowsLiveWriterLaculturaculinariadelTibetiraviolimomos_DE83dischetti_2.jpg"><img style="border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 5px 10px 0px 0px; border-top: 0px; border-right: 0px" border="0" alt="dischetti" align="left" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2011/02/WindowsLiveWriterLaculturaculinariadelTibetiraviolimomos_DE83dischetti_thumb.jpg" width="244" height="164"></a> fino ad ottenere un disco del diametro di circa 8-10 cm. che deve essere molto sottile alle estremità e un po&#8217; più spesso al centro. Il disco di pasta viene poi adagiato sul palmo della mano e, dopo aver appoggiato il ripieno al centro, si chiude il disco in due fino a formare un raviolo a foggia di mezzaluna. I ravioli vanno cotti subito per evitare l&#8217;essiccazione della pasta.</p>
<p align="justify">Ne esistono molte varietà:<strong> i più tradizionali sono cotti al vapore e serviti assieme ad una salsa a base di pomodoro e spezie</strong>, ma spesso dopo la cottura a vapore vengono saltati solo da un lato oppure fritti, o ancora serviti in brodo con salsa piccante. Insomma, ce n&#8217;è un po&#8217; per tutti i gusti e lasciando perdere quelli al ripieno di yak, che è una carne molto dura e fibrosa, piaceranno a quasi tutti i palati.</p>
<p align="justify">Ecco la ricetta per fare i momos, leggermente rivisitata per adattarla agli ingredienti disponibili qui in Italia.</p>
<p align="justify">Ingredienti per 4/6 persone:</p>
<p align="justify"><strong>Per la pasta:</strong></p>
<p align="justify"> &#8211; 300 gr di fanina bianca 00<br /> &#8211; 1 tazza d&#8217;acqua per impastare<br /> &#8211; sale</p>
<p align="justify"><strong>Per il ripieno:</strong></p>
<p align="justify"> &#8211; 400 gr di macinato misto (manzo e maiale)<br /> &#8211; 2 spicchi d&#8217;aglio tritati finemente<br /> &#8211; 100 gr di aglio porro tritato finemente<br /> &#8211; un cucchiaino di curcuma<br /> &#8211; un cucchiaino di garam masala<br /> &#8211; un pizzico di zenzero fresco grattuggiato<br /> &#8211; sale<br /> &#8211; un tuorlo d&#8217;uovo (facoltativo)</p>
<p align="justify"><strong>Preparazione:</strong></p>
<p align="justify">Preparare la pasta adagiando la farina in una ciottola capiente e versare l&#8217;acqua possibilmente calda, poco a poco, regolare dil sale e impastare fino ad ottenere la consistenza della pasta per la pizza o per il pane comune. Preparare il ripieno lavorando tutti gli ingredienti fino ad ottenere un composto omogeneo.</p>
<p align="justify">Lavorare la pasta fino ad ottenere delle salsiccie tubolari dello spessore di circa 3 cm. da cui ricavare delle palline dello stesso diametro del salsicciotto. Schiacciare le palline una per una con il palmo della mano fino ad ottenere un piccolo disco che andrà poi steso lavorando con il mattarello. Questa è la parte difficile: il mattarello non deve agire su tutto il disco ma solo sulle estremità facendo ruotare la &#8220;pizzetta&#8221; in modo che i bordi risultino molto sottili ed il centro sia un pò più spesso. Diciamo tre millimetri per il centro e una frazione di millimetro per le estremità. I dischi vanno lavorati in questo modo fino a far loro raggiungere un diametro di circa otto centimetri.</p>
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2011/02/WindowsLiveWriterLaculturaculinariadelTibetiraviolimomos_DE83chiudi_2.jpg"><img style="border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-top: 0px; border-right: 0px" border="0" alt="chiudi" align="left" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2011/02/WindowsLiveWriterLaculturaculinariadelTibetiraviolimomos_DE83chiudi_thumb.jpg" width="244" height="164"></a> Adagiare il disco sul palmo della mano e posizionare un cucchiaino abbondante di ripieno al centro. Chiudendo delicatamente la mano far combaciare i bordi e sigillarli formando delle pieghette. I ravioli dovrebbero avere la forma di una mezzaluna. Preparare poi la pentola con acqua bollente su cui poi adagiare il cestello per la cottura a vapore. Prima di adagiare i ravioli sul cestello è utile ugere la base con dell&#8217;olio per evitare che si attacchino. Inoltre è bene evitare di metterne troppi alla volta altrimenti si incollano l&#8217;un l&#8217;altro. Cuocere a vapore per circa 15 minuti e servire ben caldi. Se avanzano possono essere conservati in frigo e poi fritti o saltati in padella. sono ancora più buoni.</p>
<p align="justify">Se volete potete servirli con <strong>la salsa tradizionale</strong>:</p>
<p align="justify"> &#8211; 1/4 di tazza d&#8217;olio<br /> &#8211; 1/2 cucchiaino di zenzero fresco grattuggiato<br /> &#8211; 1 spicchio d&#8217;aglio tritato finemente<br /> &#8211; 1/2 cipolla rossa tritata finemente<br /> &#8211; 1 cucchiaino di garam masala<br /> &#8211; 3 pomodori freschi tagliati a dadini o 1 scatola di pelati<br /> &#8211; 1 pizzico di curcuma<br /> &#8211; un pizzico di peperoncino in polvere<br /> &#8211; 2 bicchieri d&#8217;acqua<br /> &#8211; 1 pizzico di pepe nero<br /> &#8211; 1 cucchiaio di salsa di soia<br /> &#8211; 1 cucchiaio di aceto<br /> &#8211; sale</p>
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2011/02/WindowsLiveWriterLaculturaculinariadelTibetiraviolimomos_DE83tenzin_chef_2.jpg"><img style="border-bottom: 0px; border-left: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-top: 0px; border-right: 0px" border="0" alt="tenzin_chef" align="left" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2011/02/WindowsLiveWriterLaculturaculinariadelTibetiraviolimomos_DE83tenzin_chef_thumb.jpg" width="164" height="244"></a> Fate scaldare l’olio in una casseruola e fatevi soffriggere a fuoco vivo lo zenzero, la cipolla e l’aglio, mescolando spesso. Unitevi anche i pomodori, il garam masala, la curcuma, il peperoncino e mescolate bene il tutto. Lasciate cuocere per circa un paio di minuti, quindi aggiungete l’acqua, portate ad ebollizione lasciate cuocere per circa 5 minuti. Infine unite sale, pepe, salsa di soia ed aceto, mescolate bene, togliete dal fuoco e mantenete al caldo – la salsa deve essere servita calda.</p>
<p align="justify">La ricetta della salsa è, per così dire, &#8220;blanda&#8221;: i Tibetani esagerano col peperoncino. A leggersi sembra complicata ma poi è facile. L&#8217;unica difficoltà è realizzare i dischi id pasta e sigillare i ravioli in modo da ottenere una forma piacevole. Io li ho fatti più di qualche volta; i miei non saranno belli come in Tibet ma sono buoni!</p>
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		<title>Dzi, le misteriose pietre tibetane del paradiso</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2010 18:27:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmaria</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche anno fa, mentre mi trovavo ospite in un monastero buddista nella remota valle dello Zanskar, sull&#8217;Himalaya indiano, un vecchio monaco mi mise al collo una strana pietra ovale d&#8217;un color grigio traslucido con delle strisce chiare. Avevo già visto oggetti simili addosso a qualche religioso, oppure a decorazione dei copricapo tradizionali delle donne tibetane, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/11/WindowsLiveWriterDzilemisteriosepietretibetanedelparadiso_AD68DSCF7702_2.jpg"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="166" alt="DSCF7702" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/11/WindowsLiveWriterDzilemisteriosepietretibetanedelparadiso_AD68DSCF7702_thumb.jpg" width="194" align="left" border="0"></a> Qualche anno fa, mentre mi trovavo ospite in un monastero buddista nella remota valle dello <a title="Valle dello Zanskar - da Wikipedia" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Zanskar" target="_blank"><font color="#cc0000">Zanskar</font></a>, sull&#8217;Himalaya indiano, <strong>un vecchio monaco mi mise al collo una strana pietra ovale</strong> d&#8217;un color grigio traslucido con delle strisce chiare. Avevo già visto oggetti simili addosso a qualche religioso, oppure a decorazione dei copricapo tradizionali delle donne tibetane, ma non avevo mai chesto cosa fossero esattamente. Ringraziai il monaco, anche se non avevo la minima idea di quale fosse il valore di quel dono. Guardando meglio la pietra, notai che aveva un aspetto singolare. <strong>Sembrava vecchia di secoli e risplendeva di una bellezza consunta, un fascino antico che metteva quasi soggezione</strong>. Era lucida e levigata, ma non come può esserlo il ciottolo di un fiume. Sembrava quasi &#8220;consumata&#8221;, come se una mano grinzosa l&#8217;avesse accarezzata per millenni. Decisi che quel monile mi piaceva e che l&#8217;avrei tenuto al collo, anche a ricordo dell&#8217;ospitalità dei monaci durante quel<font color="#cc0000"> </font><a title="Spedizione Himalayan Aid 2006" href="http://blog.thaisoriente.com/2008/11/adozioni-ad-alta-quota-racconto-di-una-spedizione-sullhimalaya/"><font color="#cc0000">viaggio</font></a> fantastico e terribile che avevo fatto sulle montagne dell&#8217;Himalaya.</p>
<p align="justify">Mi piaceva, anche se non sapevo cosa fosse, ma gli sguardi ammirati dei Tibetani che la vedevano al mio collo mi spinsero a fare delle ricerche. Bene, chiedendo e leggendo qua e là scoprii che il regalo che il vecchio monaco mi aveva fatto era assai prezioso. <strong>La pietra che portavo (e tuttora porto) al collo è detta &#8220;pietra del paradiso&#8221;, che i tibetani chiamano Dzi.</strong></p>
<p><span id="more-1443"></span>
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/11/WindowsLiveWriterDzilemisteriosepietretibetanedelparadiso_AD68dzi_2.jpg"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 0px 0px 10px; border-right-width: 0px" height="107" alt="dzi" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/11/WindowsLiveWriterDzilemisteriosepietretibetanedelparadiso_AD68dzi_thumb.jpg" width="137" align="right" border="0"></a>Gli Dzi (si pronuncia <em>zii </em>) sono delle pietre-amuleto in agata o calcedonio, normalmente di forma ovale o&nbsp;&nbsp; cilindrica, spesso decorate con delle figure geometriche quali cerchi, linee o trangoli, ma talvolta lasciate al naturale per mettere in risalto la stratificazione originale. <strong>Queste agate erano utilizzate in antichità sia come oggetti decorativi che come amuleti portatori di energia</strong>. Se ne trovano in tutta l&#8217;area trans-himalayana: soprattutto in Tibet ma anche in Nepal, Bhutan, India settentrionale, Pakistan e Afghanistan. Molte di queste pietre sono antichissime, e sono tenute in gran considerazione dai Tibetani, che ne sono grandi collezionisti e commercianti. Il valore di una singola di queste pietre può raggiungere qualche decina di milgiaio di dollari e spesso in Tibet viene usata come merce di scambio, al posto del denaro. </p>
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/11/WindowsLiveWriterDzilemisteriosepietretibetanedelparadiso_AD68Dzi_20_2.jpg"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 0px 0px 10px; border-right-width: 0px" height="111" alt="Dzi_20" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/11/WindowsLiveWriterDzilemisteriosepietretibetanedelparadiso_AD68Dzi_20_thumb.jpg" width="150" align="right" border="0"></a>Oltre che per bellezza e rarità, queste agate sono tenute in gran considerazione per il loro potere benefico e&nbsp; spirituale. <strong>I buddhisti attribuiscono un forte valore simbolico sia alla pietra in sè, sia alla combinazione di figure geometriche con cui questa è decorata</strong>. La medicina tradizionale tibetana usa la polvere ricavata tritando gli Dzi come farmaco per la cura di svariati mali. Inoltre il campo magnetico degli Dzi è 13, quando quello dei normali cristalli si aggira attorno al 4.</p>
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/11/WindowsLiveWriterDzilemisteriosepietretibetanedelparadiso_AD68Dzi_16_2.jpg"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 0px 0px 10px; border-right-width: 0px" height="119" alt="Dzi_16" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/11/WindowsLiveWriterDzilemisteriosepietretibetanedelparadiso_AD68Dzi_16_thumb.jpg" width="147" align="right" border="0"></a>Ma la parte più affascinante di tutta la storia è il mistero che avvolge le loro origini. Questi antichissim i amuleti apparvero sull&#8217;Himalaya attorno al terzo millennio avanti Cristo e facevano parte dell&#8217;antica cultura <a title="Bonpo - da Wikipedia" href="http://en.wikipedia.org/wiki/B%C3%B6n" target="_blank"><font color="#cc0000">Bonpo</font></a>. <strong>Le pietre erano realizzate da genti sconosciute</strong> utilizzando l&#8217;agata come materiale, e visto che questa è una pietra durissima (7 sula scala di Mohs), gli studiosi si chiedono ancora oggi come facessero a forarla ed inciderla. Questi misteriosi artigiani lustravano i ciottoli d&#8217;agata fino a donare loro una derta lucidità, praticavano un foro per passarvi un filo e li decoravano con linee ed altre forme geometriche utilizzando una tecnica ancora oggi sconosciuta. Si sa che per ottenere il tipico colore nero o marrone l&#8217;agata veniva messa in ammollo per mesi in una soluzione zuccherina e successivamente riscaldata provocando la caramellizzazione dello zucchero che la pietra aveva assorbito. Le linee chiare erano ottenute rivestendo la superficie della pietra con una resina, per rendere quella porzione di superficie refrattaria alla caramellizzazione. Per ottenere l&#8217;effetto è necessario portare gli Dzi ad una temperatura di svariate centinaia di gradi: ancora <strong>nessuno è riuscito a spiegare come riuscissero ad evitare la rottura dell&#8217;agata a quelle temperature.</strong></p>
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/11/WindowsLiveWriterDzilemisteriosepietretibetanedelparadiso_AD68111_2.jpg"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="244" alt="111" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/11/WindowsLiveWriterDzilemisteriosepietretibetanedelparadiso_AD68111_thumb.jpg" width="172" align="left" border="0"></a>Poi, per cause sconosciute, attorno all&#8217;ottavo secolo <strong>i misteriosi artigiani smisero di realizzare gli Dzi </strong>e le&nbsp; conoscenze relative alle antiche tecniche di lavorazione andarono perdute. Ma anticamente questi monili venivano indossati sia dai laici che dai monaci Bon, ed era tradizione cremare i corpi dei morti con addosso gli stessi Dzi, oltre a gioielli e ad altri amuleti. Inoltre alcuni studiosi sostengono che molti di questi Dzi andavano semplicemente perduti, a causa della rottura del filo che li fermava. Perciò molti degli Dzi giacquero sottoterra per secoli, per poi essere semplicemente &#8220;trovati&#8221; da ignari e ammirati contadini mentre rivoltavano il terreno o sollevavano una pietra. Questo spiega la credenza popolare tibetana secondo la quale <strong>questi talismani non sono oggetti realizzati dall&#8217;uomo, ma sono frutto della Natura, o meglio, artefatti divini</strong>. da qui il nome di &#8220;pietra del paradiso&#8221;. Secondo le genti dell&#8217;Himalaya non è possibile trovare uno Dzi, è lui che &#8220;trova&#8221; il proprietario, facendosi scoprire.</p>
<p align="justify">Grande attenzione era posta nei confronti dei simboli con cui le pietre erano decorate. Un ruolo speciale era riservato ai piccoli cerchi disegnati sulla superficie, gli &#8220;occhi&#8221;. <strong>Più occhi ha uno Dzi, più alto è il suo valore, e il numero di occhi può influenzare gli eventi della vita di chi indossa il talismano</strong>. Ad esempio gli Dzi ad un occhio sono associati al sole e rapresentano la forza interiore. Lo Dzi con due occhi è simbolo di armonia e ponderatezza, quello con tre simboleggia creatività e saggezza, ed era prediletto dai commercianti e dagli uomini d&#8217;affari. Gli Dzi con nove o più occhi sono rarissimi e possono valere veramente una fortuna.</p>
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/11/WindowsLiveWriterDzilemisteriosepietretibetanedelparadiso_AD68messner_2.jpg"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="215" alt="messner" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/11/WindowsLiveWriterDzilemisteriosepietretibetanedelparadiso_AD68messner_thumb.jpg" width="134" align="left" border="0"></a> Negli ultimi decenni la conoscenza di questi talismani antichi e preziosi si è diffusa oltre le montagne dell&#8217;Himalaya e <strong>oggi sono molti i collezionisti e gli amatori in tutto il mondo che spendono cifre pur di entrare in possesso di un esemplare originale</strong>, e con l&#8217;avvento del commercio internazionale sono nate anche le riproduzioni. In effetti i Cinesi realizzano &#8220;falsi Dzi&#8221; già da più di due secoli, ma sono molti anche i Tibetani e i Nepalesi che riproducono le originali pietre del Paradiso. Le riproduzioni possono essere in vera agata (non prendo nemmeno in considerazione i souvenirs in plastica o resina) e di ottima qualità, ma nulla hanno a che vedere con uno Dzi originale se non per il fatto che ne riproducono il design. Infatti è proprio quella bellezza consunta e il mistero quasi impenetrabile che nasconde la loro storia che suscitano un fascino irresistibile in coloro che ammirano un vero Dzi. Quello che porto al collo io è una delle tipologie più antiche. Si chiama Phun Dzi ed ha più di tremila anni. Certo che quel vecchio monaco mi ha fatto proprio un bel regalo. Grazie, monaco.</p>
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		<title>La dieta del monaco buddista</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Sep 2010 13:32:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmaria</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ormai è più di un anno che, per aiutare due miei amici monaci buddisti che vivono in Italia, ho messo in piedi un servizio di catering tibetano a cui ho dato il nome di Cena Tibetana a Domicilio. L’idea è piaciuta e ha goduto anche di una certa risonanza grazie alla stampa ed all’aiuto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/09/BH001676.jpg"><img style="border-right-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; display: inline; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px" title="BH001676" border="0" alt="BH001676" align="left" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/09/BH001676_thumb.jpg" width="244" height="165"></a> Ormai è più di un anno che, per aiutare due miei amici monaci buddisti che vivono in Italia, ho messo in piedi un servizio di catering tibetano a cui ho dato il nome di <a title="Cena Tibetana a domicilio" href="http://www.cenatibetana.com/"><font color="#cc0000">Cena Tibetana a Domicilio</font></a>. L’idea è piaciuta e ha goduto anche di una certa risonanza grazie alla <a title="Cena Tibetana a Domicilio su Repubblica.it" href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/04/07/coltelli-momos-mandala-monaci-chef-domicilio.mi_023coltelli.html" target="_blank"><font color="#cc0000">stampa</font></a> ed all’aiuto di <a title="Metti una sera a cena con Mandala - da orientalia4all.net" href="http://orientalia4all.net/post/metti-una-sera-a-cena-con-mandala" target="_blank"><font color="#cc0000">alcuni amici</font></a>. In molti chiamano incuriositi dalla novità, e i monaci girano un po’ in tutta Italia armati delle loro speciali pentole deliziando i fortunati commensali con squisite prelibatezze dal gusto himalayano. Io mi limito a rispondere alle telefonate ed alle e-mail, a spiegare come funziona e a rispondere alle cosiddette “frequently asked questions” del caso. Il resto lo fanno i monaci.</p>
<p align="justify">Una delle domande che sovente mi vengono rivolte riguarda la questione della carne. Sì perchè nel menù sono presenti alcuni piatti di carne e molti dei miei interlocutori (in particolar modo i membri delle comunità buddiste italiane) restano allibiti perchè sono convinti che <strong>“i veri monaci buddisti” siano vegetariani</strong>. Ebbene, non me ne vogliano i vegetariani, per cui nutro il massimo rispetto, ma purtroppo le cose stanno in modo diverso.</p>
<p align="justify"><strong>Il buddismo è una filosofia interessante</strong>, ma molto complessa e soprattutto “esotica”, cioè appartenente ad un contesto culturale diverso dal nostro. Come tutte le culture esotiche esercita un particolare fascino su noi Occidentali razionalisti e consumisti, ma buttandocisi a capofitto senza un approccio adeguato, si rischia di farsene un’idea troppo superficiale candendo nella banalità o, ancor peggio, nel fanatismo. E il fanatismo porta addirittura all’inappellabile negazione dell’evidenza e della ragione: per alcuni i monaci buddisti sono vegetariani e basta. </p>
<p align="justify">Capisco che ci si possa far trasportare dal carisma spirituale del buddismo, esaltandone gli aspetti più affascinanti, ma purtroppo spesso accade che<strong> la realtà sia molto meno romantica di come la dipingiamo</strong>. No, i monaci buddisti non sono necessariamente vegetariani. Ora, senza spingermi troppo in noiose questioni filosofiche, cercherò di fare un po’ di chiarezza in merito.</p>
<p><span id="more-987"></span>
<p align="justify">E’ vero: uno dei precetti fondamentali del buddismo è “non uccidere alcuna forma di vita”, e molti leggono in questo l’implicazione per cui i buddisti non dovrebbero mangiare carne di animali. I testi buddisti sono unanimi nel sostenere che <strong>essere vegetariani è un’ottima cosa per un buddista, ma non un obbligo</strong>. Del resto il buddismo è la filosofia della moderazione, dove viene data importanza, più che all’azione in sè, alla motivazione che vi è dietro. Buddha stesso ha precisato che è la condotta immorale a rendere impura una persona, non il cibo che mangia. Il <a title="La vita di Buddha - da Thais Blog" href="http://blog.thaisoriente.com/2009/10/la-vita-di-buddha/"><font color="#cc0000">Bhudda storico</font></a> viveva di elemosina, lasciando che la sua ciotola si riempisse di ciò che veniva offerto dai fedeli. E se capitava in mezzo anche della carne, egli di certo non la rifiutava.</p>
<p align="justify">Ma allora la carne si mangia o no nei monasteri? In molti monasteri giapponesi e coreani e in quasi tutti i monasteri in Cina, la carne non si mangia. In molti monasteri in Tibet, Nepal e India ivece sì. Considerando il fatto che l’elemosina è una delle regole monastiche nel buddhismo Mahayana, cioè i monaci devono mangiare ciò che viene loro offerto, <strong>esistono tre regole fondamentali per il consumo della carne</strong>: si può mangiare se: 1) è offerta spontaneamente e non espressamente richiesta dal monaco; 2) la bestia non è stata uccisa appositamente per il monaco; 3) la bestia non è stata uccisa appositamente per le offerte.</p>
<p align="justify">Secondo me la scelta di proibire o meno il consumo di carne in un monastero è (e dovrebbe essere) dettata da motivazioni, personali o collettive, che vanno oltre il semplice dogma religioso. Come un po’ ovunque nel mondo, <strong>la dieta è influenzata dalla disponibilità di cibo</strong>. Pensate ad esempio al Tibet: un altopiano a 4000 metri di quota, con un clima proibitivo ed una popolazione seminomade la cui economia è basata sulla pastorizia. Come farebbero i poveri monaci del Tibet ad essere vegetariani in un paese dove in pratica non cresce la verdura? Io questo lo so bene, che ogni anno vado a <a title="Spedizione umanitaria Himalayan Aid 2008 - da Thais Blog" href="http://blog.thaisoriente.com/2008/06/al-via-la-spedizione-umanitaria-himalayan-aid-2008/"><font color="#cc0000">portare assistenza</font></a> ai bambini monaci himalayani, sempre sofferenti di eczemi ed altre magagne dovute alla malnutrizione. No, i monaci dell’Himalaya non sono vegetariani: l’unico cereale che cresce in abbondanza è l’orzo, ma per il resto dipendono dai pochi animali che i pastori allevano: capre, polli e yak. No, essere vegetariani è un lusso che non tutti si possono permettere.</p>
<p align="justify">In sintesi:<strong> il monaco può mangiare la carne a patto che l’animale non sia stato ucciso apposta per lui</strong>. Molti obiettano che “non uccidere ma lasciare che altri lo facciano per noi è una squallida ipocrisia e non ha senso dal punto di vista etico” (ho citato letteramlente da una e-mail giuntami da Anna, un’amica <a title="Veganismo - da Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Veganismo" target="_blank"><font color="#cc0000">vegana</font></a>). Ora, lasciando perdere il fatto la questione non può essere liquidata con un approccio così superficiale, dato che vi sono questioni sia storiche che dottrinali che hanno determinato tale usanza millenaria; ma soprattutto, di quale etica stiamo parlando? Della nostra, o della loro? <br />Cara Anna ti ricordo che l’etica (la parola “etica” deriva dal greco <em>ethos</em> ed è un sinonimo di “morale” che deriva dal latino <em>mos, moris</em>. Entrambi i termini significano “costume, consuetudine”) è una branca della filosofia che si occupa di stabilire ciò che è giusto, buono e accettabile <strong>nel contesto di una determinata cultura</strong>. Il filosofo <a title="Fernando Savater - da Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fernando_Savater" target="_blank"><font color="#cc0000">Fernando Savater</font></a> è un fermo sostenitore del fatto che non esiste un’etica al di sopra della cornice culturale di riferimento, cioè che non esiste nulla di universalmente giusto o sbagliato, e comunque in tutte le religioni bisogna sempre rapportare i dogmi alle necessità pratiche quotidiane. Il compromesso è necessario per i fedeli di qualsiasi religione, sennò cosa dovremmo dire noi Cristiani del nostro rapporto con il<font color="#cc0000"> </font><a title="Il Nono Comandamento - da Supereva" href="http://guide.supereva.it/cristiani/interventi/2006/09/270466.shtml" target="_blank"><font color="#cc0000">Nono Comandamento</font></a>? <img src='http://blog.thaisoriente.com/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' /> </p>
<p align="justify">Ma ora lasciamo perdere queste colossali banalità e torniamo a noi. <strong>Cosa mangiano, dunque, questi monaci?</strong> Per esperienza personale (ogni tanto bazzico tra i paesi a religione buddista) posso dire che la carne viene consumata con moderazione, solitamente nei giorni di festa o per celebrazioni particolari. Mentre in Indocina i monaci mangiano una sola volta al giorno il cibo che hanno recuperato attraverso l’elemosina, in India e nei paesi trans-himalayani il vettovagliamento è più organizzato. Ogni monastero ha una cucina dove solitamente si preparano due pasti: uno al mattino presto e l’altro al pomeriggio. </p>
<p align="justify">Mentre nei piccoli monasteri sull’Himalaya i monaci si radunano in refettorio, dove il cibo uscito dalle cucine (principalmente <a title="Tsampa - da Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tsampa" target="_blank"><font color="#cc0000">tsampa</font></a>, riso, patate e un po’ di verdura) <strong>viene consumato assieme e in silenzio</strong>, nei grandi monasteri come quelli che ci sono a Dharamsala o nelle riserve dello stato del Karnataka, in India, le cucine servono ai monaci due razioni di cibo quotidiane molto semplici. I monaci si mettono in fila all’ora prestabilita e ricevono solitamente due o tre forme di pane, una ciotola di riso e un po’ di carne (tipo curry). I religiosi poi portano il cibo nella loro cella per consumarlo quando preferiscono durante il corso della giornata. Nel corso delle celebrazioni invece i monaci consumano il cibo direttamente nel <em>gompa</em>, la sala di preghiera, tra la recitazione di un mantra e l’altra.</p>
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/09/IMG_2538.jpg"><img style="border-right-width: 0px; display: inline; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px" title="IMG_2538" border="0" alt="IMG_2538" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/09/IMG_2538_thumb.jpg" width="519" height="358"></a> </p>
<p align="justify">Nell’immagine qui sopra io (il secondo da destra) nel monastero femminile di Zhangla, nella valle dello Zanskar, in India. Le monache hanno preparato per noi i “momos” dei ravioloni ripieni con carne di montone e spezie. Alla faccia del vegetarianesimo…</p>
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		<title>Kashmir, un fuoco che nessuno vuole spegnere</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Sep 2010 17:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmaria</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Kashmir è una terra magica e bellissima, incastrata tra le valli himalayane. Ci sono stato più di qualche volta e lo ritengo uno dei luoghi più affascinanti del subcontinente indiano. Srinagar, la capitale, è un gioiello dell’India, con il suo splendido lago Dal e le case galleggianti. Il turismo, laggiù, cresecrebbe prosperoso se non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/09/Muslims_protesting_in_Kashmir.jpg"><img title="Muslims_protesting_in_Kashmir" style="border-top-width: 0px; display: inline; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="177" alt="Muslims_protesting_in_Kashmir" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/09/Muslims_protesting_in_Kashmir_thumb.jpg" width="244" align="left" border="0" /></a> Il <a title="Kashmir - da Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Kashmir" target="_blank"><font color="#cc0000">Kashmir</font></a> è una terra magica e bellissima, incastrata tra le valli himalayane. Ci sono stato più di qualche volta e lo ritengo uno dei luoghi più affascinanti del subcontinente indiano. <a title="Srinagar - da Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Srinagar" target="_blank"><font color="#cc0000">Srinagar</font></a>, la capitale, è un gioiello dell’India, con il suo splendido lago Dal e le case galleggianti.</p>
<p align="justify">Il turismo, laggiù, cresecrebbe prosperoso se non ci fosse quel piccolo “problemino” con il Pakistan. La regione è considerata a rischio e non ci sono molti stranieri, ma tutto sommato il luogo è da considerarsi sicuro: più di 500.000 soldati dell’esercito indiano presidiano capillarmente tutto il territorio kashmiro. E quando dico ‘capillarmente’ lo intendo alla lettera: le città, i villaggi e le strade sono controllati da pattuglie di militari posizionati così vicino gli uni agli altri da non perdere mai il contatto visivo. In ogni viuzza c’è un soldato armato ogni 50 metri, e ogni 500 un blindato o una jeep. Questo dappertutto, anche nei villaggi più remoti.</p>
<p align="justify">Ora, con un tale dispiegamento di forze verrebbe da pensare che qualsiasi forma di assembramento, o altra attività sospetta, verrebbe immediatamente individuata ed eventualmente soppressa. E invece… l’altra notte, dopo che la televisione iraniana ha trasmesso il video di un tale che bruciava il corano davanti alla Casa Bianca ( non quell’ebete coi baffi che poi <a title="Reverendo Jones da quotidiano.net" href="http://qn.quotidiano.net/esteri/2010/09/11/383283-reverendo_jones_ceduto.shtml" target="_blank"><font color="#cc0000">si è rimangiato tutto</font></a>, un’altra persona), un drappello di ben 20000 persone si è radunato tra le strade di Tangmarg, una cittadina non lontana da Sirinagar, per poi assalire la scuola locale, dandola alle fiamme.</p>
<p> <span id="more-966"></span>
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/09/kashmir.jpg"><img title="" style="border-top-width: 0px; display: inline; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="190" alt="" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/09/kashmir_thumb.jpg" width="244" align="left" border="0" /></a>Questo atto di violenza si è innescato per punire la comunità cristiana in risposta alla dissacrazione del corano. Sì, perché quella scuola era gestita da missionari cristiani. Non tutti sanno però, che se la scuola era diretta dai missionari, gli allievi erano tutti musulmani e l’istituto insegnava, tra le altre materie, il corano. I facinorosi cittadini di Tangmarg si sono bruciati la loro scuola dove, ironia della sorte, erano custodite numerose copie del corano. Poveretti.</p>
<p align="justify">Lasciando stare il fatto che sollevazioni di questo tipo sono abbastanza comuni in Kashmir, io mi chiedo: le&#160; autorità locali, la polizia e l’esercito, così capillarmente presenti, che facevano? Io laggiù ho visto veramente tanti militari, tantissimi, e li ho anche filmati in un documentario che ho girato nel 2004 (che è possibile vedere nel mio profilo su Facebook, per chi ne ha accesso). I soldati avrebbero potuto reprimere la sommossa sul nascere, ma non l’hanno fatto. Che strano…</p>
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/09/KashmirIndianArmypatrol.jpg"><img title="Kashmir - Indian Army patrol " style="border-top-width: 0px; display: inline; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 0px 0px 10px; border-right-width: 0px" height="244" alt="Kashmir - Indian Army patrol " src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/09/KashmirIndianArmypatrol_thumb.jpg" width="223" align="right" border="0" /></a>Poi mi è tornato in mente un amico Kashmiro, un certo Tanu, che ai bei tempi faceva la guida turistica tra i l Kashmir e il Ladakh e ora fa il tassista e a tempo perso aiuta quelli come me facendo da interprete e intermediario. Parlando del più e del meno, Tanu mi raccontò la sua versione di come funzionano le cose laggiù. Mi raccontò che dagli Anni Novanta l’esercito indiano fronteggia sia il nemico pakistano che i separatisti kashmiri. Questi, negli ultimi tempi hanno rappresentato la principale minaccia alla stabilità della regione, mantenendo sempre vivo uno stato di tensione, con frequenti attentati in perfetto stile islamico. </p>
<p align="justify">A detta di Tanu, la situazione sarebbe di gran lunga più distesa se non ci fossero forti interessi economici alle spalle. In primo luogo il business dei militari. Fino ad una quindicina di anni fa tra gli ufficiali dell’esercito indiano, essere mandati in Kashmir era considerata una punizione. Ora molti di loro si fanno in quattro per essere spediti proprio in quella terra di confine, perché possono mettere in pratica un’attività molto redditizia. Il meccanismo, così come mi è stato descritto, è semplice: gli ufficiali indiani individuano giovani kashmiri appartenenti a famiglie abbienti e li arrestano con l’accusa di far parte dei gruppi fondamentalisti. Poi pretendono un riscatto alla famiglia per “far cadere le accuse”. In questo modo un alto ufficiale indiano, con una ferma di cinque anni, può mettere da parte diversi quattrini. </p>
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/09/kaeshmir_lake.jpg"><img title="kaeìshmir_lake" style="border-top-width: 0px; display: inline; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="168" alt="kaeìshmir_lake" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/09/kaeshmir_lake_thumb.jpg" width="244" align="left" border="0" /></a> Poi c’è la questione del turismo. La regione del Jammu &amp; kashmir è bellissima e rappresenterebbe un’allettante alternativa ai vicini stati del Rajasthan e dell’Himachal Pradesh. Secondo Tanu sono in molti, anche a livello politico, che non auspicano un risveglio del turismo kashmiro.</p>
<p align="justify">Infine c’è la questione dei “finanziamenti” ai gruppi separatisti di fede islamica. Le organizzazioni terroristiche internazionali di stampo islamico, non ultima <a title="Al-Qaeda - da Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Al_qaeda" target="_blank"><font color="#cc0000">Al Qaeda</font></a>, finanziano i gruppi separatisti kashmiri con l’aiuto del Pakistan. Se da una parte gli sforzi diplomatici hanno posto fine alla cosiddetta “guerra dichiarata” e avviato un clima di distensione interno alla regione, dall’altra c’è chi si premura di far saltare qualche bomba, almeno ogni tanto, per dare il contentino alle organizzazioni terroristiche e non interrompere il flusso di denaro.</p>
<p align="justify">Se le cose stanno veramente così, l’inspiegabile inerzia delle autorità indiane diventa magicamente spiegabile. Sono in molti laggiù che per ragioni diverse non hanno alcuna intenzione di cambiare lo stato delle cose. Forse la visione di un tassista kashmiro di trentasette anni non è la più lungimirante, ma ho la sensazione che ci sia molto di vero. Il kashmir è un po’ come un fuoco, anzi un incendio, attorno al quale si affannano un sacco di persone facendo finta di volerlo spegnere, ma in realtà continuano ad alimentarlo.</p>
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		<title>L&#8217;uso dei mobili in Tibet</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 16:00:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmaria</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per comprendere il complesso mondo dei mobili tibetani e dei loro vivaci decori è utile accennare ai diversi stili di vita del suo popolo. A titolo semplificativo, gli storici considerano i tibetani una popolazione semi-nomade, ma nella realtà dei fatti in Tibet vi sono sia comunità nomadi che stanziali, sia in ambiente laico che monastico. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/06/big_baule_scacchi.jpg"><img title="big_baule_scacchi" style="border-top-width: 0px; display: inline; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="184" alt="big_baule_scacchi" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/06/big_baule_scacchi_thumb.jpg" width="244" align="left" border="0" /></a> Per comprendere il complesso mondo dei mobili tibetani e dei loro vivaci decori è utile accennare ai diversi stili di vita del suo popolo. A titolo semplificativo, gli storici considerano i tibetani una popolazione semi-nomade, ma nella realtà dei <a title="Orientalia4all.net" href="http://orientalia4all.net/post/il-fascino-discreto-dellipocrisia-il-fascismo-e-la-repubblica-intellettuali-e-potere" target="_blank"><font color="#404040">fatti</font></a> in Tibet vi sono sia comunità nomadi che stanziali, sia in ambiente laico che monastico. </p>
<p align="justify">I nomadi tibetani sono raggruppati in comunità pastorizie che si spostano seguendo le esigenze dei loro Yak e delle loro pecore. Gli spostamenti di questi gruppi sono stagionali, in base al clima ed alla disponibilità di foraggio per il bestiame, ed i loro accampamenti sono costituiti da grandi tende scure, fatte con lana di yak. In alcuni casi i percorsi di questi gruppi sono sempre gli stessi e i periodi di permanenza nello stesso luogo piuttosto lunghi, per cui &#8211; dove possibile &#8211; si preferiva costruire case in muratura al posto delle tende. La ricchezza e prosperità di questi gruppi nomadi varia molto da regione a regione, alcune comunità sono molto povere e vivono esclusivamente di ciò che riescono a produrre. Altre, concentrate soprattutto nella parte <a title="Orientalia4all" href="http://orientalia4all.net/post/steve-jobs-linnovazione-e-i-suicidi-della-foxconn" target="_blank"><font color="#404040">orientale</font></a><font color="#404040"> </font>del Plateau, si sono arricchite grazie al commercio di bestiame. A prescindere dalle possibilità economiche di ogni singolo gruppo, i nomadi sono molto selettivi in merito alle cose da tenere con loro, e la portabilità dei loro oggetti d&#8217;uso quotidiano è uno dei parametri discriminanti di questa selezione.</p>
<p> <span id="more-902"></span>
<p align="justify">All&#8217;interno della tenda, la maggior parte delle attività quotidiane si svolgono a terra, su un pavimento in terra battuta ricoperto con stuoie e tappeti. Gli arredi si limitano ai bauli in pelle e a qualche tavolino pieghevole (Tepchok): i primi sono utilizzati per il trasporto di vestiario e oggetti d&#8217;uso, i secondi per bere e mangiare.</p>
<p align="justify">La vita nomade ha influenzato il design dei mobili tibetani sin dai tempi antichi, e a causa del fatto che questi oggetti erano continuamente sottoposti ad usura dovuta ai lunghi viaggi sul dorso degli yak, pochi esemplari sono giunti fino a noi.</p>
<p align="justify">Gli arredi destinati alle popolazioni stanziali, e soprattutto gli arredi monastici hanno &#8211; in molti casi &#8211; goduto di un destino migliore. Arredi come le casse monastiche e le librerie tibetane erano destinati alla conservazione di oggetti preziosi e quindi venivano trattati con la stessa cura dedicata al loro contenuto. Altri splendidi oggetti, quali le ruote da preghiera, i pannelli decorativi e gli altari per le offerte, essendo destinati ad un uso specifico, furono prodotti in quantità più limitata e solo pochi esemplari antichi si sono conservati fino ai nostri giorni.</p>
<p align="justify">Vista la scarsa disponibilità di legni duri in Tibet, i mobili sono generalmente realizzati con legno dolce, soprattutto conifere provenienti dalle foreste del Sud Est, vicino al confine con il Nepal. Tali tipologie di legno non sopportano bene il tempo e se sottoposti alle sollecitazioni dovute al clima rigido ed ai lunghi spostamenti legati al dorso degli yak, tendono a rovinarsi e rompersi in fretta. Per questo motivo, i mobili tibetani antichi giunti sino a noi risalgono generalmente a non prima del XVIII Secolo. Esemplari più antichi sono estremamente rari e, escludendo alcuni preziosi altari monastici, era comune in Tibet riparare gli arredi sostituendo con disinvoltura le parti danneggiate con assi lignee di nuova fattura, o talvolta con parti &quot;cannibalizzate&quot; da altri mobili.</p>
<div class="wlWriterEditableSmartContent" id="scid:0767317B-992E-4b12-91E0-4F059A8CECA8:686131d7-61d9-4a08-b0ee-33078fdaaab7" style="padding-right: 0px; display: inline; padding-left: 0px; float: none; padding-bottom: 0px; margin: 0px; padding-top: 0px">Technorati Tag: <a href="http://technorati.com/tags/mobili" rel="tag">mobili</a>,<a href="http://technorati.com/tags/mobile" rel="tag">mobile</a>,<a href="http://technorati.com/tags/tibet" rel="tag">tibet</a>,<a href="http://technorati.com/tags/oriente" rel="tag">oriente</a>,<a href="http://technorati.com/tags/orientale" rel="tag">orientale</a>,<a href="http://technorati.com/tags/arredi" rel="tag">arredi</a>,<a href="http://technorati.com/tags/bauli" rel="tag">bauli</a>,<a href="http://technorati.com/tags/librerie" rel="tag">librerie</a>,<a href="http://technorati.com/tags/credenze" rel="tag">credenze</a>,<a href="http://technorati.com/tags/antiquariato" rel="tag">antiquariato</a>,<a href="http://technorati.com/tags/collezionismo" rel="tag">collezionismo</a>,<a href="http://technorati.com/tags/cultura+himalayana" rel="tag">cultura himalayana</a>,<a href="http://technorati.com/tags/himalaya" rel="tag">himalaya</a>,<a href="http://technorati.com/tags/buddhismo" rel="tag">buddhismo</a>,<a href="http://technorati.com/tags/buddha" rel="tag">buddha</a></div>
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		<title>Il Tesoro di Hoian, il mare restituisce un prezioso carico di ceramiche dopo 500 anni</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Mar 2010 11:23:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmaria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antiquariato]]></category>
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		<description><![CDATA[Non ne ho mai parlato qui, ma i visitatori del nostro museo sanno che dal 2001 possediamo un&#8217;importantissima collezione di ceramiche antiche, realizzate in Vietnam nel 1400 e rimaste in fondo al mare per quasi 5 secoli, dopo che la nave che le trasportava affondò al largo della città di Hoian, forse a causa di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/03/WindowsLiveWriterIlTesorodiHoianilmarerestituisceunprezio_A74EIMG0023_2.jpg"><img style="border-right-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px" border="0" alt="IMG0023" align="left" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/03/WindowsLiveWriterIlTesorodiHoianilmarerestituisceunprezio_A74EIMG0023_thumb.jpg" width="244" height="144"></a> Non ne ho mai parlato qui, ma i visitatori del nostro museo sanno che dal 2001 possediamo un&#8217;importantissima collezione di ceramiche antiche, realizzate in Vietnam nel 1400 e rimaste in fondo al mare per quasi 5 secoli, dopo che la nave che le trasportava affondò al largo della città di Hoian, forse a causa di una tempesta. Dal giorno in cui alcuni pescatori per primi incapparono in una pesca inattesa, ci sono voluti anni di preparazione, una lunga cooperazione con il governo Vietnamita e milioni di dollari per recuperare il tesoro di Hoi An e farne arrivare una piccola parte qui al Museo, dopo 500 anni trascorsi nel profondo dell&#8217;oceano.</p>
<p align="justify">La storia inizia nel 1993, quando al largo del villaggio di Hoian (Vietnam), nelle reti di alcuni pescatori rimasero impigliate alcune ceramiche di incredibile rarità e bellezza, risalenti al 1400. A seguito della scoperta, il governo del Vietnam si impegnò attivamente in un’operazione di recupero, in collaborazione con l’Università di Oxford ed una compagnia privata malese (Saga Horizon). Tale campagna si risolse in quella che è oggi considerata &#8220;la più importante scoperta di tutti i tempi&#8221; nel settore delle ceramiche del sud est asiatico. Tra gli oggetti recuperati spiccano piatti, vasi, giare ed altri pezzi dai colori e dai decori stupendi, nonché tipologie di oggetti mai viste in precedenza. L’esame dei pezzi da parte del M.A.R.E. (il dipartimento di archeologia sottomarina dell’Università di Oxford), confermato dalla datazione al radiocarbonio del relitto, ha consentito di certificare con precisione l’epoca di produzione del carico (1440 d.c. + o – 40 anni), e di localizzarne la provenienza nella aree di Chu Dao e My Xa, nel Vietnam del Nord.</p>
<p><span id="more-882"></span>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">La scoperta di queste ceramiche vietnamite assunse una tale rilevanza a livello mondiale, che l’UNESCO, in seguito al ritrovamento, dichiarò Hoian &#8220;Patrimonio dell’umanità&#8221;.&nbsp; Del carico recuperato, il 10% fu donato ai musei del Vietnam, un’altra parte consistente fu acquistata dai principali musei del mondo, e il resto fu messo all’asta a S. Francisco, in California, a cura della Butterfields. La THAIS, con la collaborazione del Dr. Fabrizio Caldara e del Dr. Alberto Buson, ha partecipato a quest’evento assicurandosi alcuni tra i migliori esemplari, che sono andati a costituire la magnifica collezione esposta nella nostra galleria di Villa Orna e sono oggi a disposizione di collezionisti e appassionati. </p>
<p align="justify"><b>1. La Scoperta del Relitto</b> </p>
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/03/WindowsLiveWriterIlTesorodiHoianilmarerestituisceunprezio_A74EIMG0004_2.jpg"><img style="border-right-width: 0px; margin: 0px 0px 0px 10px; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px" border="0" alt="IMG0004" align="right" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/03/WindowsLiveWriterIlTesorodiHoianilmarerestituisceunprezio_A74EIMG0004_thumb.jpg" width="320" height="189"></a>I pescatori di Hoi An non sanno dire chi fu il primo a trovare il relitto e quando, ma fu in qualche momento tra&nbsp; il 1993 e il 1994 che, per qualche allora misteriosa ragione, le reti di una barca si incagliarono sul fondo. Il primo tesoro emerse presto dal mare. Il fortunato pescatore cercò di mantenere segreta la scoperta, ma le parole volano e l’eccitazione spesso origina azioni sconsiderate.</p>
<p align="justify">Fu così infatti che le reti vennero gettate ripetutamente nel sito del ritrovamento, permettendo il recupero dei pochi oggetti che si trovavano sullo strato più superficiale.Successivamente, le sortite di &#8216;pesca&#8217; si fevcero più aggressive e i tentativi di recuperare con le reti anche i pezzi affondati nella sabbia causarono la distruzione di un gran numero di ceramiche. Il danno era comunque considerato ben poca cosa se confrontato con la possibilità di portare nuovi pezzi sul mercato dell’antiquariato di Hoi An. </p>
<p align="justify">Ben presto venditori professionisti entrarono in gioco e i primi pezzi comparvero nei mercati di Ho Chi Minh (Saigon), Singapore, Tokio, Hong Kong e Londra. La gente cominciò a capire che nei mare della Cina del sud era stata fatta una scoperta archeologica di straordinaria importanza, ma ben pochi sapevano con esattezza dove, e quei pochi non ne parlavano di certo. </p>
<p align="justify">Solo quando due commercianti giapponesi vennero fermati all’aeroporto di <a href="http://orientalia4all.net/post/la-cina-sfida-tutti-con-sa-dingding" target="_blank">Da Nang</a> con le valige piene di antiche ceramiche, la cosa divenne finalmente di dominio degli archeologi. Con l’aiuto delle autorità, essi scoprirono l’origine del materiale recuperato, e poterono inoltre stabilire che il relitto della nave giaceva ad una profondità tale da impedirne l’accesso ai pescatori con la semplice apnea. </p>
<p align="justify"><b>2. Lo Scavo</b> </p>
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/03/WindowsLiveWriterIlTesorodiHoianilmarerestituisceunprezio_A74EIMG0013_2.jpg"><img style="border-right-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px" border="0" alt="IMG0013" align="left" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/03/WindowsLiveWriterIlTesorodiHoianilmarerestituisceunprezio_A74EIMG0013_thumb.jpg" width="244" height="189"></a> La Saga e la VISAL ottennero il permesso dal governo Vietnamita di condurre uno scavo che permettesse il recupero degli artefatti. La Saga finanziò e gestì l’intero progetto che comprendeva la sorveglianza e protezione del sito, e lo scavo archeologico stesso. La Saga si avvalse della collaborazione della sezione di Archeologia subaquea dell’Università di Oxford (Oxford MARE) che si occupava del recuperi di relitti in mare dal 1981 e che era stato il primo gruppo al mondo ad utilizzare veicoli operanti sui fondali con controllo a distanza e tecniche di recupero archeologico in acque profonde. Lo stesso direttore della Saga Horizons, Mr. Ong, aveva una grossa esperienza in operazioni di questo tipo, la più importante delle quali era avvenuta negli anni ’80 quando venne recuperato il famoso Carico di Nanchino, un prezioso tesoro di porcellane risalenti al periodo Ming. </p>
<p align="justify">La VISAL e la Saga avrebbero provveduto l’equipaggiamento e le navi, mentre la Oxford MARE avrebbe fornito il know-how archeologico e avrebbe diretto tutti gli aspetti legati allo scavo. Una serie di collaborazioni si stabilirono con il Museo Nazionale di Storia e l’Istituto Nazionale di Archeologia di Hanoi e allo stesso modo con parecchi altri musei e istituzioni universitarie. Per sovrintendere alle operazioni il Ministro della Cultura organizzò un Comitato Archeologico presieduto dal Dr. Pham Quoc Quan, direttore del Museo Nazionale di Storia del Vietnam. Nelle campagne di scavo che seguirono, tutte le procedure dovettero ottenere l’approvazione del Comitato. </p>
<p align="justify">Con l’aiuto dei pescatori che avevano per primi individuato il sito, la posizione del relitto venne identificata 22km. al largo di Da Nang; Vietnam centrale, e una prima indagine fu avviata nell’Agosto del 1997. Fin dall’inizio il Governo Vietnamita e l’Università di Oxford insistettero affinché il progetto fosse condotto nel modo proprio ad uno scavo archeologico. Il vero problema era che si trattava del primo tentativo di recupero archeologico a tale profondità e che nessuno era certo delle tecniche subacquee da impiegare e delle metodologie archeologiche più appropriate. </p>
<p align="justify">Dopo le prime sortite gli archeologi rimasero atterriti da quello che li aspettava. Acque gelide, visibilità praticamente a zero e furiose correnti marine, insieme ad una profondità che non era mai stata raggiunta in alcun altro scavo archeologico, erano le premesse per il più difficile e pericoloso recupero mai tentato. </p>
<p align="justify">Ovunque puntassero la torcia non vedevano altro che ceramiche frantumate, nascoste in una notte perpetua. I subacquei erano preoccupati per la possibilità che, depredando il sito, i pescatori avessero distrutto tutto, ma ogni volta che affondavano il braccio nella sabbia sentivano file e file di tazze e piatti uno dentro l’altro, raccolti in maniera così compatta da impedire l’estrazione anche di un solo campione senza il rischio di romperlo. </p>
<p align="justify">Nel 1997 e 1998, vennero effettuati due tentativi di scavo del relitto, uno dei quali finì prematuramente quando&nbsp; l’Abex,&nbsp; la nave per ricerche sottomarine da 60 metri, fu quasi spazzato via da un tifone. Entrambe le spedizioni dimostrarono l’impossibilità di condurre uno scavo prettamente archeologico a 60 metri di profondità. </p>
<p align="justify">Nel 1999 gli archeologi tornarono con un nuovo vascello da recupero di 70 metri, il Tropical 388. L’Abex fu attrezzato invece come barca archeologica per lo stoccaggio, la desalinizzazione e le operazioni archeologica di superficie, al quale più tardi si aggiunse anche l’O L Star. Ogni nave era equipaggiata con una barca appoggio che faceva spola con il porto di Hoi An e si curava degli approvvigionamenti necessari. La stagione di ricerca 1999 aveva coinvolto più di 150 persone. </p>
<p align="justify">Sopra l’intero relitto venne subito posata una griglia d’acciaio che ne suddividesse la superficie in quadrati di due metri di lato. Quindi il vasellame venne fila per fila e strato per strato recuperato e ridisposto nel medesimo ordine sul ponte della nave. </p>
<p align="justify">Una volta terminato lo scavo ci vollero lunghi mesi per completare la desalinizzazione, le operazioni di conservazione e la registrazione di tutti i pezzi trovati. Per molte settimane le due navi archelogiche vennero ormeggiate a Ky Hat, un piccolo porto protetto a sud di Cu Lao Cham. Terminata la desalinizzazione, gli artefatti vennero impacchettati e spostati in un enorme magazzino nei pressi di Hoi An, e da qui a Da Nang dove 60 persone continuarono con la pulitura, la fotografie, il disegno dei dettagli e la catalogazione di ogni singolo pezzo. La parte più difficile dell’intera operazione non fu lo scavo, ma piuttosto la gestione e la razionalizzazione dell’enorme volume dei dati. </p>
<p align="justify"><b>3. Immersione con la tecnica della saturazione </b></p>
<p align="justify">Questa è una tecnica professionale di immersione che permette agli operatori di sopravvivere in un ambiente ad una determinata pressione per un periodo di alcune settimane, senza interrompere il lavoro con lunghe decompressioni. Durante questo tempo, i tessuti vengono saturati da una combinazione artificiale di vari gas che i subacquei respirano. Nel team di Hoi An ad esempio vennero usati elio e ossigeno (heliox). Le persone vivevano in camere pressurizzate sul ponte della nave e venivano portati e recuparati dal sito all’interno di campane pressurizzate. I gas che respiravano, la corrente elettrica, i cavi video e quelli di comunicazione, l’acqua calda che circolava nelle mute per evitare il congelamento, erano tutti trasportati dalla superficie attraverso una serie di tubi e cavi cablati, che venivano definiti “ombelicali”. </p>
<p align="justify">Uno staff di 4 persone monitorava costantemente i sistemi di sopravvivenza mentre altri 15 tecnici supportavano tutte le loro attività. Alla fine di questo periodo di “isolamento” ci vollero tre giorni per riportare le persone alla pressione atmosferica. Utilizzando due team di subacquei, ognuno operante per 12 ore, si porté procedere con il lavoro di scavo ininterrottamente per 24 ore al giorno. Al centro di controllo sulla nave c’erano gli archeologi che studiavano le strategie e coordinavano le operazioni. Il contatto con i subacquei era continuo grazie ai sistemi di comunicazione via cavo e alle telecamere installate ai caschi delle mute. </p>
<p align="justify"><b>4.</b> <b>I pericoli del Mare dei Dragoni</b> </p>
<p align="justify"><b></b></p>
<p align="justify">Oltre a tutto l’equipaggiamento specialistico e alle tecniche richieste per il recupero del carico della Hoi An, le operazioni furono complicate da quello che i locali chiamano il “Mare dei Dragoni”, un nome che ben definisce questo luogo così notoriamente inospitale. Violenti tifoni e la piaga della pirateria rappresentano ironicamente gli stessi pericoli che affrontarono i marinai di 500 anni fa. </p>
<p align="justify">Più della metà dei casi di pirateria nel mondo avvengono nei mari della Cina del Sud. Nell’ultimo decennio, i pirati hanno catturato centinaia di navi. Solo nel 1995 ben 188 attacchi sono stati registrati in quest’area. Una spedizione carica di tecnologie e con un tesoro in ceramiche era di certo un bersaglio interessante. Quando l&#8217;equipaggio del Tropical 338 ricevette l’avvertimento che i pirati stavano operando nell’area, la sola difesa in attesa dell’aiuto da parte delle autorità fu di organizzare un gruppo di sentinelle in uniforme militare nella speranza che l’illusione facesse da deterrente ad un eventuale attacco. Fortunatamente i pirati non si avvicinarono mai a sufficienza per scoprire il trucco e la spedizione non fu mai seriamente minacciata. </p>
<p align="justify">Tuttavia, Madre Natura era ugualmente un problema serio. Gli stessi venti che rendevano possibili i viaggi commerciali alle navi nel XV e XVI secolo spesso si trasformavano, e lo fanno tuttora, in fenomeni potenti e spaventosi, i tifoni tropicali. Ad un certo punto della spedizione di recupero ogni operazione venne interrotta, ma solo le tecniche moderne di previsione meteorologica permisero all’equipaggio di affrontare il tifone con la dovuta preparazione. Ma nonostante ciò, i forti venti misero comunque a repentaglio la vita dei subacquei e dell’equipaggio di bordo. </p>
<p align="justify">Una uscita in sicurezza dalle camere da immersione richiede un periodo di decompressione di 3 giorni. Un qualsiasi evento che ne avesse violato la tenuta stagna avrebbe portato inevitabilmente alla morte gli occupanti. Un ritorno prematuro alla pressione atmosferica avrebbe letteralmente portato il corpo ad esplodere. Nel caso poi che la nave fosse affondata solo l’equipaggio di superficie avrebbe avuto qualche possibilità di salvezza. Per aumentare le speranze di sopravvivenza dei nove sommozzatori, in occasione di un forte tifone vennero tutti raccolti nella campana da immersione, che fu lasciata libera nell’oceano con 48 ore d’aria disponibile. Un enorme galleggiante e delle ancore permettevano di mantenere comunque la campana entro un’area non troppo grande. Alcuni anni prima nelle stesse acque, un altro equipaggio venne sorpreso da una simile tempesta. La nave affondò con i sommozzatori nella camera di decompressione. Uno degli occupanti sacrificò la vita uscendo dalla camera per segnalare con il suo corpo la posizione dei colleghi intrappolati. Il suo corpo venne ritrovato ma sfortunatamente non in tempo per salvare i compagni. Fortunatamente per il team della Hoi An, una volta passato il tifone, la campana da immersione venne recuperata e l’equipaggio poté ritornare in tutta sicurezza nella camera di decompressione della nave. </p>
<p align="justify"><strong>5. L&#8217;importanza della scoperta</strong> </p>
<p align="justify">Il carico di Hoi An è così importante perché aiuta a riempire un grande vuoto nella nostra conoscenza della<a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/03/WindowsLiveWriterIlTesorodiHoianilmarerestituisceunprezio_A74EIMG0002_2.jpg"><img style="border-right-width: 0px; margin: 5px 0px 0px 10px; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px" border="0" alt="IMG0002" align="right" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/03/WindowsLiveWriterIlTesorodiHoianilmarerestituisceunprezio_A74EIMG0002_thumb.jpg" width="359" height="242"></a> storia. Arte e cultura vietnamite sono sempre state adombrate da un gigantesco vicino, la Cina. La Cina, anche per tradizione, dominò i commerci di porcellane e ceramiche dell&#8217;Asia, producendo i preziosi lavori che arricchirono le collezioni dei sultani in medio-oriente e dei reali in Europa. Tuttavia, il carico di Hoi An ci dimostra che 500 anni fa, i Vietnamiti e non i Cinesi, stavano producendo molti dei più importanti ed esaltanti prodotti dell&#8217;arte ceramica del sud-est asiatico. </p>
<p align="justify">Questo tesoro fornisce un apporto significativo alla nostra conoscenza della cultura Vietnamita e della storia dell&#8217;arte in Asia. Durante il XV secolo i Vietnamiti riguadagnarono la loro indipendenza dalla Cina, e contemporaneamente ridiedero vigore alla loro arte e alla loro cultura. Allo stesso tempo, la Cina dei Ming chiuse le sue porte al resto del mondo e bloccò le esportazioni. </p>
<p align="justify">La varietà e la qualità delle loro merci, ben rappresentate dal carico di Hoi An, suggeriscono che la produzione Vietnamita ebbe un&#8217;espansione tale da coprire il vuoto lasciato dai Cinesi. Ma anziché imitare forme, disegni e motivi Cinesi, le ceramiche Vietnamite hanno uno stile innovativo, pieno di vigore e unico. </p>
<p align="justify"><strong>6 &#8211; La tradizione della ceramica in Vietnam</strong> </p>
<p align="justify">Il cuore del Vietnam del Nord, con Hanoi al centro, lungo il corso del Fiume Rosso è ricco di antichi siti per la produzione di ceramica. Dal XII fino al XVI secolo, i ceramisti Vietnamiti svilupparono una tradizione locale di forme e decori particolarmente sofisticata che attirò commercianti dalla Cina, dal Sud-Est Asiatico, dal mondo Islamico e dall&#8217;Europa. </p>
<p align="justify">Insieme a questo sviluppo, alcune delle forme richieste dai commercianti stranieri entrarono a far parte del patrimonio locale. Trasportate lungo il Fiume Rosso verso il mare, le ceramiche, con altri prodotti tipici del Vietnam venivano poi caricate sulle navi straniere presso Van Don, per iniziare il viaggio verso la loro destinazione finale, attraverso il Mar della Cina. Le ceramiche del carico di Hoi An forniscono una quantità di materiale senza precedenti risalente al tardo XV secolo. Si ritiene che i forni nei quali queste ceramiche vennero cotte si trovino a Chu Dau nella provincia di Hai Hung vicino ad Hanoi. </p>
<p align="justify">La datazione del relitto di Hoi An non è precisa. Tuttavia, i test al radiocarbonio indicano che la maggior parte del carico risale al 1449, con un margine di errore di 50 anni. I pochi pezzi di porcellana Cinese trovati tra le stoviglie di bordo risalgono al periodo di Interregno (1436-1464) e non sembra che, all&#8217;epoca dell&#8217;affondamento, fossero particolarmente vecchie. Ulteriori studi, nuove scoperte sulla terraferma, l&#8217;evoluzione della scienza e forse un giorno un ritorno al sito, potrebbero migliorare la comprensione della cronologia di questa importante scoperta </p>
<p align="justify"><strong>7. La nave</strong> </p>
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/03/WindowsLiveWriterIlTesorodiHoianilmarerestituisceunprezio_A74Ewreck_2.jpg"><img style="border-right-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px" border="0" alt="wreck" align="left" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/03/WindowsLiveWriterIlTesorodiHoianilmarerestituisceunprezio_A74Ewreck_thumb.jpg" width="244" height="184"></a>Gli archeologiche condussero lo scavo erano interessati alla nave e alla vita che vi si conduceva a bordo almeno quanto al carico. La parte inferiore dello scafo è arrivata fino a noi, anche se purtroppo molto deteriorata. Si stime che la lunghezza totale della base fosse 29.75 metri. </p>
<p align="justify">Lo scafo era diviso in 18 compartimenti di carico. I piatti furono caricati per primi, in pile compatte e allineate da prua a poppa, con le paratie dei compartimenti che fungevano da spalla. I vuoti lasciati furono quindi riempiti da file di oggetti più piccoli. Ogni spazio fu occupato senza ordine con piccole giare, scatoline, versatoi e altri oggetti minuti. Di questi oggetti erano anche riempite le giare più grandi. Gli oggetti più delicati, come i kendi e le brocche, erano alloggiati nella parte alta dello scafo. Alcuni pezzi di legno erano usati come cunei, e non ci sono evidenze di scatole o altro materiale da imballaggio. </p>
<p align="justify">La maggior parte degli oggetti recuperati faceva parte del carico; c&#8217;erano ben pochi oggetti che dessero un qualche indizio sul modo di vivere all&#8217;interno della nave. Il teschio di una donna rinvenuto insieme a varie ossa di bambini o neonati, non ci permette di capire se si trattasse di passeggeri o della famiglia del capitano. </p>
<p align="justify">La nazionalità della nave non è ancora stata definita, tuttavia alcuni indizi fanno pensare che fosse thailandese. I teschi umani ritrovati non erano né di origine cinese, né vietnamita, e il legno usato per la costruzione del vascello (teak) non si trovava in quei paesi al tempo dell&#8217;affondamento. Le ipotesi più probabili sia sui teschi che sulla disponibilità del teak fanno appunto pensare alla Thailandia. Inoltre, due pezzi delle stoviglie usate in cambusa erano thailandesi, e si sa che le navi Thai frequentavano spesso il nord del Vietnam. </p>
<p align="justify">L&#8217;origine del carico tuttavia non presenta alcun dubbio. Le ceramiche furono prodotte nell&#8217;area di Chu Dau, un villaggio nei pressi del fiume Thai Binh sul delta del Fiume Rosso, 6 chilometri a nord-ovest della città di Hai Duong. Benché si possa supporre che la nave possa aver risalito il fiume fino a Chu Dau per ricevere il suo carico, è più probabile che le ceramiche siano state prima trasportate a Van Don, Pho Hien o qualche altro punto di ingresso sul Golfo di Tonchino. Da qui potevano poi essere immagazzinate dai mercanti o trasportate direttamente alle navi oceaniche come appunto la nave di Hoi An. </p>
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/03/WindowsLiveWriterIlTesorodiHoianilmarerestituisceunprezio_A74EIMG0005_2.jpg"><img style="border-right-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px" border="0" alt="IMG0005" align="left" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/03/WindowsLiveWriterIlTesorodiHoianilmarerestituisceunprezio_A74EIMG0005_thumb.jpg" width="372" height="219"></a>Dal Golfo di Tonchino la nostra nave si era poi diretta a sud. Ceramiche del tipo prodotto a Chu Dau sono state trovate verso est fino in Giappone e verso ovest fino a Zanzibar e in Egitto. Ma il mercato che accoglieva la maggior quantità di vasellame erano le isole del sud est asiatico. Numerosi oggetti sono stati ritrovati a Sumatra, Giava, nel Borneo, a Sulawesi e nelle Filippine. </p>
<p align="justify">Appena fuori dal centro del Vietnam, non lontano da Hoi An, la nave affondò. Fu colpa di una barriera corallina? Non ce ne sono nella zona. Attaccata dai pirati? Le monete recuperate e un anello d&#8217;oro suggeriscono di no. E nemmeno il fuoco può esserne stato la causa. La frutta deperibile ritrovata a bordo fu raccolta a stagione avanzata il che indica una partenza ritardata in un periodo poco sicuro. Potrebbe quindi essere stata colpita da un tifone, ma questo probabilmente non lo sapremo mai con certezza. </p>
<p align="justify"><strong>8. Caratteristiche delle ceramiche vietnamite</strong></p>
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/03/WindowsLiveWriterIlTesorodiHoianilmarerestituisceunprezio_A74EIMG0004_4.jpg"><img style="border-right-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-top-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-left-width: 0px" border="0" alt="IMG0004" align="left" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/03/WindowsLiveWriterIlTesorodiHoianilmarerestituisceunprezio_A74EIMG0004_thumb_1.jpg" width="244" height="144"></a> Il carico della nave di Hoi An offre una splendida introduzione alle ceramiche del Vietnam del tardo XV secolo, rivelando ricchezza di forme e immaginazione, grazia e anche sottile umorismo. La maggior parte delle ceramiche trovate sul relitto sono del tipo chiamato &#8220;blu e bianco sottocoperta&#8221;, che furono prodotte in quantità a scopo commerciale in Vietnam durante il XV secolo, molto probabilmente per capitalizzare la lunga assenza dai mercati della Cina. </p>
<p align="justify">E&#8217; inevitabile il confronto delle merci vietnamite con quelle blu e bianche della tradizione cinese. La ceramica vietnamita di quel periodo possiede infatti forti analogie con le ceramiche cinesi prodotte 100 anni prima, durante la dinastia Yuan e quella Ming iniziale. Questo specialmente per quanto riguarda i motivi e i disegni usati per i decori. Tuttavia, se è vero che le ceramiche vietnamite erano chiaramente ispirate da precedenti prototipi cinesi, esse mostrano un vigore così fresco e spontaneo tale da superare spesso il design più formale di quelle cinesi. </p>
<p align="justify">Le ceramiche vietnamite produssero forme estremamente originali e inventive, come ad esempio le coppe a pappagallo, che furono trovate unicamente sul carico di Hoi An. Allo stesso tempo, gli artisti ceramici vietnamiti acquisirono una confidenza e un&#8217;energia veramente peculiari nel rappresentare il mondo naturale, come nei vasi ad uccelli e in altri popolari disegni, come il dragone che salta tra i flutti a caccia di pesci. I superbi disegni di creature mitiche e maestose accennati con semplici linee si accompagnano a quelli di eleganti peonie e fiori di loto. Tutti gli elementi erano catturati con una combinazione di tocchi leggeri, gradazioni di colore attente e linee precise per elaborare dettagli ed effetti originali. </p>
<p align="justify">Altre qualità che sono caratteristiche delle ceramiche vietnamite di questo periodo sono: </p>
<p align="justify">Disegni <br />I disegni blu cobalto visti sulle ceramiche vietnamite devono molto alla tradizione bianco-blu della Cina. I motivi floreali, i petali di fiore di loto stilizzati che si possono vedere sugli oggetti di Hoi An, tutti hanno un loro prototipo in ceramiche cinesi precedenti. Tuttavia, l&#8217;artista vietnamita li interpretava comunemente con una pennellata più libera. </p>
<p align="justify">Materiali <br />Le ceramiche vietnamite di quel periodo erano fatte di gres, una ceramica cotta ad alta temperatura più densa e pesante della porcellana. Diversamente dalla porcellana che diventa bianca e translucida quando è cotta, il gres può variare di colore da un crema ad un tono di colore tendente al grigio, come si può ben vedere nel carico della Hoi An. </p>
<p align="justify">Cobalto <br />Il cobalto è il minerale che veniva utilizzato per dipingere le ceramiche prima di coprire tutto con un ultimo strato di vetro trasparente. Il colore può variare dal blu brillante a un color liquirizia quasi nero, che dipendeva dal tipo di cobalto usato e dalle condizioni di cottura nei forni. </p>
<p align="justify">Base bruno-cioccolato <br />La base delle ceramiche vietnamite di questo periodo era spesso colorata con un bagno di ossido di ferro color bruno-cioccolato.</p>
<p align="justify"><strong>9. La collezione di Galleria Thais</strong> </p>
<p align="justify">Una volta terminato il lavoro di catalogazione e ricostruzione filologica, il 10% del carico di preziose ceramiche venne trattenuto dal governo vietnamita, il quale ha esposto i pezzi più importanti nel museo nazionale di Ho Chi Min City. La maggior parte degli esemplari più preziosi e raffinati venne comprato dai maggiori musei mondiali; oggi i pezzi più belli si possono ammirare in esposizione nelle grandi capitali: New Yor, Londra e Tokyo, per fare un esempio. </p>
<p align="justify">Il resto del carico venne messo all&#8217;asta nel 2001 attraverso la Butterfields, una famosa casa d&#8217;aste di Chicago. Fu così che parte del &#8220;Tesoro della Hoian Hoard&#8221; arricchì le esposizioni dei più grossi collezionisti d&#8217;arte a livello internazionale. Quando la notizia dell&#8217;asta si sparse per il Web, la Galleria Thais non si lasciò scappare l&#8217;occasione, e dopo una lunga trattativa d&#8217;acquisto, si arricchì di una imponente collezione: circa cinquecento esemplari delle famose ceramiche. </p>
<p align="justify">In particolare, l&#8217;operazione fu possibile grazie al paziente lavoro del Dott. Fabrizio Caldara e del Dott. Alberto Buson, due informatici padovani, esperti conoscitori dell&#8217;arte ceramica orientale, che al tempo collaboravano con la Galleria in qualità di consulenti. Quando qui alla Thais ci si rese conto del valore della scoperta, l&#8217;entusiasmo salì alle stelle, e dopo parecchie notti passate davanti ai monitor dei computer per individuare e selezionare i pezzi più belli, le abilità informatiche di Caldara e Buson, permisero l&#8217;acquisto di molti tra i più preziosi esemplari disponibili nel mercato dei collezionisti d&#8217;arte mondiali. </p>
<p align="justify">Piatti, vasi, bottiglie, o piccole scatoline, ampolle per profumi e altri manufatti in gres invetriato, finemente decorati con dipinti blu, acquistati uno per uno tramite asta online, costituiscono una tra le più importanti e numerose collezioni in Europa relative al carico della &#8220;Hoian Hoard&#8221;. Oggi, nei saloni della Galleria, è possibile ammirare e acquistare una parte di quella scoperta archeologica che fece diventare Hoian uno dei siti che l&#8217;UNESCO considera &#8220;Patrimonio Culturale Mondiale&#8221; e che viene tuttora chiamata &#8220;La scoperta del Secolo&#8221; dagli esperti del settore archeologico internazionale. </p>
<p align="justify">Dopo la nascita del Museo d&#8217;Arte Orientale Obrietan nel 2005, una parte importante della collezione è stata musealizzata e si può ammirare presso l&#8217;apposita sezione dedicata, nei locali di Villa Orna</p>
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		<title>A proposito dei tappeti tibetani</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 17:44:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmaria</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/02/WindowsLiveWriterApropositodeitappetitibetani_106E5tibetan-dragon-rug_2.jpg"><img style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="186" alt="tibetan-dragon-rug" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/02/WindowsLiveWriterApropositodeitappetitibetani_106E5tibetan-dragon-rug_thumb.jpg" width="122" align="left" border="0"></a> L&#8217;Oriente si fa largo tra gli oggetti che arredano le nostre case. E anche tra i cultori e i collezionisti di tappeti, il Tibet si sta guadagnando una rispettabile nicchia, a fianco dei giganti persiani e caucasici. Nonostante io non tratti direttamente queste splendide opere d&#8217;arte antica, provo ad introdurre (a puntate) l&#8217;argomento del tappeto tibetano, che sempre di più è apprezzato e conosciuto anche qui in Italia. Non pensiamo però solo al classico grande tappeto rettangolare che adorna il pavimento del salotto: per i Tibetani (così come per ogni altra cultura nomade), il tappeto era allo stesso tempo un oggetto decorativo, un utensile da lavoro, un&#8217;opera d&#8217;arte ed uno strumento sacro. Dozzine di diverse tipologie di tappeti, di foggia e dimensioni diverse, possono disorientare e affascinare chi si avvicina per la prima volta alla conoscenza di questa secolare arte antica.
<p align="justify">I Tibetani hanno sempre usato, e ancora oggi usano, i tappeti per un&#8217;infinita varietà di utilizzi, sia nell&#8217;ambiente monastico che in quello laico. La nascita di questa tradizione secolare è dovuta al clima freddo che caratterizza il plateau tibetano, ma anche alla generosa produzione di lana di ottima qualità e allo stile di vita nomade, che vede la realizzazione di oggetti facilmente trasportabili come necessità. A ciò aggiungiamo la tipica laboriosità che caratterizza le popolazioni himalayane ed ecco spiegata la straordinaria abilità raggiunta nell&#8217;arte dell&#8217;intreccio e della tessitura del tappeto.</p>
<p><span id="more-844"></span>
<p align="justify">
<p align="justify">A differenza delle vicine India e Cina, dove i tappeti erano realizzati in aree vocate e da artigiani specializzati, in Tibet la tessitura è da considerarsi una vera e propria arte popolare. È vero che oggi esistono dei centri dedicati alla produzione del tappeto nell&#8217;area centrale dell&#8217;altipiano, specialmente nella zona attorno alla capitale Lhasa e nelle città di Shigatse e Gyantse, ma è anche vero che tradizionalmente, i tappeti erano realizzati dai nomadi o dagli abitanti dei villaggi e destinati ad un uso domestico. È proprio tra questi esemplari che troviamo alcune tra le più rare e belle testimonianze di quest&#8217;arte antica.
<p align="justify">Le tecniche di tessitura e annodatura tibetane hanno influenzato tutta l&#8217;area himalayana, arrivando a sconfinare anche in Nepal, nel Sikkim, e probabilmente anche nella parte settentrionale dell Arunachal Pradesh, in India.
<p align="justify">Di solito noi Occidentali pensiamo al tappeto elemento di arredo: li utilizziamo stesi a terra o, al massimo, appesi a parete. Molti di noi, però, ignorano che in Tibet i tappeti erano utilizzati per molti usi diversi.
<p align="justify"><strong><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/02/WindowsLiveWriterApropositodeitappetitibetani_106E5tibetan-rug_2.jpg"><img style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 0px 0px 10px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="177" alt="tibetan-rug" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/02/WindowsLiveWriterApropositodeitappetitibetani_106E5tibetan-rug_thumb.jpg" width="103" align="right" border="0"></a> Tappeti da pavimento:</strong> erano usati generalmente per sedercisi sopra o per dormire. La loro dimensione media è di cm. 170&#215;90. Quelli utilizzati per dormire sono chiamati nyeden, mentre quelli utilizzati come seduta, in particolare da monaci o da persone di rilievo, sono chiamati khaden.
<p align="justify"><strong>Corsie monastiche:</strong> si tratta di tappeti che arrivano a misurare ben dieci metri di lunghezza, utilizzati nei templi buddisti come corsie, solitamente poste nel corridoio centrale della sala di preghiera, oppure posti a coprire le sedute dei monaci in preghiera, solitamente posti l&#8217;uno a fianco all&#8217;altro. Questa tipologia di tappeto, normalmente lunga almeno cinque metri, è composta da sezioni quadrate e viene chiamata kyongring.
<p align="justify"><strong>Copri-ingresso:</strong> questo tipo di tappeto è molto usato ancora oggi nel Tibet meridionale e nel Buthan, sia a copertura degli ingressi delle tende che delle case. Normalmente sono di lana o feltro, e sono vivacemente decorati. La tradizione di proteggere gli ingressi delle abitazioni con un tappeto si è conservata fino ad oggi, tanto che in Buthan per accedere agli uffici governativi, è necessario scostare con la mano un tappeto di questo tipo. Sono conosciuti in Tibet con il nome di goyo.
<p align="justify"><strong><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/02/WindowsLiveWriterApropositodeitappetitibetani_106E5tibetan-rug-column_2.jpg"><img style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 0px 0px 10px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="180" alt="tibetan-rug-column" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/02/WindowsLiveWriterApropositodeitappetitibetani_106E5tibetan-rug-column_thumb.jpg" width="240" align="right" border="0"></a> Copri-colonna:</strong> il loro nome tibetano è kathum, sono lungi più o meno tre metri, e si trovano arrotolati attorno alle colonne dei monasteri buddisti. Stranamente, l&#8217;usanza di avvolgere le colonne dei monasteri con un tappeto è comune solo in territorio tibetano: nei numerosissimi monasteri buddisti in India settentrionale, Nepal e Buthan le colonne restano nude. Pare che quest&#8217;usanza sia un antico retaggio della cultura cinese.
<p align="justify"><strong>Tappeti per Lama:</strong> esiste poi una tipologia di piccoli ma preziosissimi tappeti confezionati per essere utilizzati come cuscini dai monaci di alto rango. Questi sono sempre di piccole dimensioni sono sempre ornati con una cornice in finissimo broccato di seta. Questi esemplari, rarissimi, sono normalmente di colore giallo o rosso e, visto il loro utilizzo sacro, difficilmente sono disponibili al collezionismo occidentale. Il loro nome è thigyab-yol.
<p align="justify"><strong><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/02/WindowsLiveWriterApropositodeitappetitibetani_106E5saddle_rug_2.jpg"><img style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 0px 0px 10px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="184" alt="saddle_rug" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/02/WindowsLiveWriterApropositodeitappetitibetani_106E5saddle_rug_thumb.jpg" width="178" align="right" border="0"></a> Copri-sella:</strong> tappeti utilizzati per foderare le selle equestri tibetane. Questa tipologia si riferisce in realtà a due tipi diversi di tappeto. La copertina (maden) , di forma quadrangolare, veniva posta tra la schiena del cavallo e la sella lignea, mentre il coprisella vero e proprio (masho), di foggia rettangolare era munito di occhielli attraverso cui far passare delle fibbie di cuoio per il fissaggio.
<p align="justify"><strong>Copertine equestri cerimoniali:</strong> Esiste poi un tipo particolare di copertine per cavalli, chiamate Tekheb, utilizzato in aggiunta al normale coprisella, per adornare le cavalcature durante le cerimonie o in occasioni speciali, come i matrimoni.
<p align="justify"><strong><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/02/WindowsLiveWriterApropositodeitappetitibetani_106E5tiger_rug_2.jpg"><img style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 0px 0px 10px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="113" alt="tiger_rug" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2010/02/WindowsLiveWriterApropositodeitappetitibetani_106E5tiger_rug_thumb.jpg" width="164" align="right" border="0"></a> Tappeti-tigre:</strong> questa è forse una delle tipologie di tappeto tibetano maggiormente conosciute ed apprezzate dai collezionisti occidentali. Si tratta di tappeti decorati con la raffigurazione di una tigre, o un vello di tigre, utilizzando i colori classici della tradizione monastica tibetana: il giallo e il rosso. La tigre è uno dei più potenti simboli del buddismo tantrico, e rappresenta la trasformazione dell&#8217;aggressività in forza interiore. Da qui l&#8217;uso da parte dei monaci di alto rango, per simboleggiare la loro abilità nel controllare gli istinti atavici trasformandoli in saggezza e benevolenza.
<p align="justify">Sebbene la tradizione del buddismo tantrico sia ricca di simboli ed elementi iconografici di vario tipo, chi si avvicina al mondo del tappeto tibetano non deve lasciarsi ingannare: escludendo gli esemplari monastici come i tiger-carpets o i cosiddetti thigyab di cui abbiamo parlato sopra, molti elementi utilizzati per decorare i tappeti non hanno alcun valore simbolico, sono messi li solo &#8220;per bellezza&#8221;. Ciò appare in netto contrasto con l&#8217;arte himalayana in genere, che annovera un generosissimo numero di elementi simbolici tra i suoi pattern decorativi, basti pensare al rigore iconografico dei <a title="Thangka su Thais Blog" href="http://blog.thaisoriente.com/2008/10/thangka-i-dipinti-sacri-himalayani/"><font color="#cc0000">thangka</font></a>. È pur vero però che i tappeti, così come gli arredi, erano spesso realizzati da laici, e come tali non dovevano necessariamente rispondere ai dettami stilistici e iconologici dell&#8217;arte sacra, ma piuttosto riflettevano attraverso le decorazioni la tradizione culturale tibetana.
<p align="justify">(fine prima parte)</p>
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		<title>La simbologia cinese: gli animali mitologici</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2009 17:14:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmaria</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/WindowsLiveWriterLasimbologiacineseilserpente_B894dragon_2.jpg"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="165" alt="dragon" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/WindowsLiveWriterLasimbologiacineseilserpente_B894dragon_thumb.jpg" width="244" align="left" border="0"></a> Spesso i suppellettili e i mobili cinesi sono arricchiti da decorazioni pittoriche che raffigurano i più svariati tipi di animali, sia verosimili che fantastici. Il regno animale gioca un ruolo importantissimo nella cultura cinese (e non solo in qualità di cibo sul tavolo).
<p align="justify">La tradizione cinese classifica tutti gli animali in quattro categorie, ciascuna delle quali rappresentata da una &#8220;bestia&#8221; mitologica. Gli animali con le scaglie, come i pesci e i serpenti sono simboleggiati dal drago. Quelli con le piume sono simboleggiati dalla fenice. Gli animali con pelliccia dall&#8217;unicorno e le creature coriacee hanno come capostipite la tartaruga. Nei tempi antichi il drago, la fenice, la tartaruga e l&#8217;unicorno erano considerati esseri sopranaturali, il primo in testa al gruppo.
<p align="justify">Come ho già spiegato in un <a title="La simbologia cinese: il drago" href="http://blog.thaisoriente.com/2009/04/la-simbologia-cinese-il-drago/"><font color="#cc0000">precedente articolo</font></a>, il drago è da sempre stato considerato una creatura benevola e la sua figura è da sempre utilizzata come emblema del potere imperiale. Il drago rappresenta anche la forza maschile, la saggezza e la magnanimità. Se il drago rappresenta l&#8217;imperatore, la fenice è spesso associata al femminile e rappresenta l&#8217;imperatrice. Questo strano volatile è considerato una tra le creature più sacre del mito cinese. La tradizione vuole che la fenice abbia la testa di un cigno, la coda di un unicorno, il becco di un gallo, la gola di una rondine e le striature di un drago. Chissà che crisi di identità deve avere avuto, poverina. In realtà nelle raffigurazioni pittoriche, gli artisti cinesi si sono sempre preoccupati di dare al loro volatile prediletto una forma aggraziata. </p>
<p><span id="more-501"></span>
<p align="justify">
<p align="justify">Sui dipinti antichi e sui ricami delle sete tradizionali troviamo spesso la fenice che svolazza in coppia con la<a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/WindowsLiveWriterLasimbologiacineseilserpente_B894phoenix_06_2.jpg"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 5px 0px 0px 10px; border-right-width: 0px" height="244" alt="phoenix_06" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/WindowsLiveWriterLasimbologiacineseilserpente_B894phoenix_06_thumb.jpg" width="133" align="right" border="0"></a> sua controparte femminile, il drago. Infatti i due, assieme, simboleggiano amore e beatitudine coniugale. Gli ideogrammi utilizzati per indicare la fenice rappresentano anche l&#8217;unione tra il maschio e la femmina, il sesso, insomma. I Cinesi ancora oggi ci scherzano sopra e giocando sul doppio significato del termine, usano la fenice per riferirsi al sesso.
<p align="justify">Il Qilin, cioè l&#8217;unicorno cinese, è detto essere in grado di riconoscere i colpevoli dagli innocenti. Molte antiche leggende lo vedono protagonista nei panni di consigliere degli imperatori durante i processi. L&#8217;unicorno, tradizionalmente, ha il corpo di un cervo, la coda di un bue, zoccoli da cavallo e un singolo corno sulla fronte, anche se talvolta si possono vedere unicorni con tre o più corni. Secondo una credenza popolare, per prevedere il futuro sarebbe necessario bruciare uno di questi corni, e con la luce prodotta dalla fiamma illuminare un bacile di acqua purissima. La presenza dell&#8217;unicorno raffigurato accanto o assieme ad un imperatore simboleggia la rettitudine di quest&#8217;ultimo.
<p align="justify">Poi c&#8217;è la tartaruga. Essendo questo un animale longevo, sin dai tempi antichi è stato utilizzato come simbolo di lunga vita e di fedeltà. Gli antichi usavano decorare le lapidi dei loro defunti con incisioni a forma di guscio di tartaruga, come augurio di vita eterna. Quando gli imperatori emanavano una legge o qualche altra forma di comunicazione scritta, questa veniva incisa su tavolette di legno che poi erano legate al dorso di una tartaruga, come a significare che quelle parole sarebbero divenute eterne. Ma come molti simboli orientali, anche la tartaruga ha in sé così tanti significati da risultare ermetica a qualsiasi interpretazione, senza conoscere l&#8217;esatto contesto. E infatti, per qualche sconosciuta ragione, la testuggine simboleggia anche l&#8217;immoralità. Il termine &#8220;tartaruga nera&#8221; è utilizzato dai cinesi per indicare lo sfruttatore di prostitute. Il pappone, insomma.
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/WindowsLiveWriterLasimbologiacineseilserpente_B894centipede_coin_2.jpg"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="153" alt="centipede_coin" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/WindowsLiveWriterLasimbologiacineseilserpente_B894centipede_coin_thumb.jpg" width="152" align="left" border="0"></a> Ma come in ogni mito che si rispetti, a questi quattro super-eroi si contrappongono ben cinque antagonisti, ovvero le &#8220;Cinque Creature Malefiche&#8221; della tradizione cinese, ovvero le rappresentazioni dei cinque demoni sottoforma di animale. Essi sono il serpente, il rospo, lo scorpione, il geko e il centopiedi. Raffigurati nei dipinti, o citati in prose o poesie, queste creaturine simboleggiano abuso e corruzione, evasione delle tasse, furto, inedia e stupidità. In realtà questi animaletti sono da considerarsi negativi solo in alcuni contesti, dato che in origine quasi tutti loro erano considerati benevoli. Il serpente, ad esempio, era anticamente ritenuto simbolo di intelligenza, nonché portatore di fortuna. Per i Cinesi, sognare di essere inseguiti da un serpente è segno di ricchezza in arrivo. Il geko era tradizionalmente utilizzato come simbolo di protezione. Specialmente protezione contro l&#8217;adulterio. Secondo alcune credenze popolari la lucertolina funzionava da cartina tornasole per testare la fedeltà della moglie. Prima di partire per lunghi viaggi, gli uomini cinesi usavano tatuare un geko sull&#8217;inguine della loro donna: se questa fosse stata infedele, al loro ritorno il tatuaggio sarebbe sparito. Una simile pratica, che vedeva sempre il geko come protagonista, era utilizzata per testare la verginità delle ragazze destinate all&#8217;imperatore.
<p align="justify">Anche il centopiedi era anticamente considerato una figura benevola e, anzi, veniva reputato acerrimo nemico del serpente. Molte leggende vedono un centopiedi salvare una donzella aggredita da un serpente malvagio.
<p align="justify">Altri animali sono portatori di un certo significato simbolico per semplice omofonia. Ad esempio molte insegne augurali cinesi sono decorate con dei pipistrelli. Il pipistrello è considerato in Cina un simbolo di fortuna, semplicemente perché l&#8217;ideogramma usato per rappresentarlo si pronuncia &#8220;fu&#8221;. Esiste un altro ideogramma che si scrive in tutt&#8217;altro modo ma ha la stessa identica pronuncia. Il suo significato è appunto &#8220;fortuna&#8221;.
<p align="justify">Una gran confusione, insomma, tra figure buone e meno buone, o la cui bontà cambia a seconda del tempo e del contesto, omofonie e sovrapposizioni di significato. Ma del resto è normale aspettarsi tale complessità in una cultura che manipola allegramente simboli da più di seimila anni.</p>
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		<title>La vita di Buddha</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Oct 2009 14:21:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmaria</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Spesso ho a che fare con appassionati di culture orientali, e in particolar modo conoscitori o seguaci della filosofia buddista. Molti di loro sono estremamente competenti in materia, ma talvolta qualcuno ha la tendenza a &#8220;divinizzare&#8221; il Buddha considerandolo alla stregua di un dio. Anche se è vero che il buddhismo, in senso stretto, può [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/windowslivewriterlavitadibuddha-e279buddha.jpg"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="244" alt="buddha" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/windowslivewriterlavitadibuddha-e279buddha-thumb.jpg" width="193" align="left" border="0"></a> Spesso ho a che fare con appassionati di culture orientali, e in particolar modo conoscitori o seguaci della filosofia buddista. Molti di loro sono estremamente competenti in materia, ma talvolta qualcuno ha la tendenza a &#8220;divinizzare&#8221; il Buddha considerandolo alla stregua di un dio. Anche se è vero che il buddhismo, in senso stretto, può essere considerato una religione, in realtà questa affermazione è piuttosto riduttiva. Più che altro, la figura del Buddha, ovvero &#8220;Il Risvegliato&#8221; dovrebbe essere intesa come &#8220;uno che ce l&#8217;ha fatta&#8221; il cui esempio è da seguire.
<p align="justify">Molti testi sacri buddisti raccontano la vita e le imprese del Buddha storico (il cosiddetto Shakyamuni), con lo scopo di fornire insegnamenti che aiutino i seguaci della dottrina a raggiungere lo stato della Consapevolezza Assoluta: il Nirvana.
<p align="justify">Come è ovvio pensare, nelle Scritture la vita del Buddha è abbondantemente romanzata e permeata da leggende, tanto che molti, ancora oggi, mettono in discussione luoghi, date e fatti legati alla vita del fondatore di una delle quattro maggiori religioni del mondo. L&#8217;unica cosa che si sa è che il personaggio storico è realmente esistito, e nulla fa pensare che egli ritenesse sé stesso un dio. Il processo di divinizzazione è avvenuto molto, molto dopo.
<p align="justify">Si usa generalmente ammettere che il fondatore della dottrina buddista sia nato 560 anni prima di Cristo ai confini tra India e Nepal, nella zona di Lumbini, non lontano dalla città di Kapilavasu.
<p align="justify">Si chiamava Siddharta Gautama ed apparteneva al clan dei Shakya, il che gli valse in seguito il soprannome di &#8220;Shakyamuni&#8221;, il saggio dei Shakya. Suo padre era un reggente locale, il re di Shuddodana e sua madre si chiamava Maya. La nascita di Siddharta fu circondata da prodigi. In seguito ad una profezia, il pargolo crebbe fra i più svariati piaceri. Suo padre faceva di tutto per nascondergli la miseria di questo mondo, perciò egli visse fra bellissime donne, si sposò ed ebbe un figlio. Un&#8217;opera buddista ce lo mostra &#8220;fra le sue donne simili a dee, interamente puro, gradevole a vedersi ed adorno delle sue buone azioni&#8221;.</p>
<p><span id="more-483"></span></p>
<p align="justify">
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/windowslivewriterlavitadibuddha-e279siddharta1-2.gif"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="244" alt="siddharta1" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/windowslivewriterlavitadibuddha-e279siddharta1-thumb.gif" width="164" align="left" border="0"></a> Ciò nonostante Siddharta non era felice nel suo palazzo reale. Decise quindi di recarsi nel giardino che suo padre aveva attrezzato per lui. Uscì dunque con il suo carro e, ad un tratto, (raccontano le Scritture) &#8220;vide un uomo, vecchio e decrepito, curvo e triste, appoggiato al suo bastone&#8221;. Il suo cocchiere glielo fece notare ed egli fu molto turbato dal fatto che &#8220;in ogni creatura la gioventù è vinta dalla vecchiaia&#8221;.
<p align="justify">Poco dopo il giovane Siddharta uscì nuovamente e &#8220;scorse sulla strada un uomo malato, arso dalla febbre, con il corpo smagrito, sporco dei suoi propri escrementi&#8221;. Il cocchiere gli fece capire che la salute nell&#8217;uomo &#8220;è come il gioco di un sogno&#8221;.
<p align="justify">Siddharta uscì una terza volta e vide sulla strada un uomo morto. Il suo cocchiere gli disse. &#8220;Signore, quest&#8217;uomo è morto, non vedrà più suo padre, sua madre la sua casa, i suoi figli. Ha abbandonato le sue ricchezze, la sua dimora, i suoi parenti e la folla dei suoi amici&#8221;. Colpito dalla distesa senza limiti dell&#8217;oceano del dolore, il principe si sentì invaso da un insistente pensiero: &#8220;farò in modo di compiere la liberazione&#8221;.
<p align="justify">Quando il principino uscì da palazzo per la quarta volta, scoprì il rimedio al dolore incontrando un monaco-mendicante. Un uomo calmo, disciplinato, assorto, che aveva abbandonato le gioie del desiderio e &#8220;si sforzava di calmare sé stesso&#8221;. Siddharta decise allora di intraprendere questo tipo di vita.
<p align="justify">Intanto, nella mente del giovane principe maturò un altro pensiero: &#8221; Non sarebbe giusto e sarebbe ingrato da parte mia se me ne andassi senza avere prima ottenuto l&#8217;autorizzazione da mio padre&#8221;.
<p align="justify">Siddharta si rivolse quindi al padre e gli chiese il permesso di abbracciare la vita religiosa. Disse: &#8220;Signore, io desidero quattro cose: se potete darmele, io resterò con voi. Che la vecchiaia, Signore, non si impadronisca mai di me; che io rimanga sempre in possesso dei bei colori della giovinezza,; che, non avendo il potere su di me, la malattia non mi colpisca mai; che la mia vita sia illuminata e non conosca mai declino&#8221;. Allora il re, seppur con il dolore nel cuore, decise di acconsentire che il figlio intraprendesse la vita monastica e gli disse: &#8220;Tu che metti la gioia nel soccorrere e nel liberare gli esseri, vai a compiere i disegni che mediti&#8221;.
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/windowslivewriterlavitadibuddha-e279siddharta2gif-2.gif"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="244" alt="Siddharta2gif" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/windowslivewriterlavitadibuddha-e279siddharta2gif-thumb.gif" width="165" align="left" border="0"></a> Tuttavia i Shakya non erano decisi a lasciar partire il loro principe. Essi misero delle guardie alle porte della città. Gli déi vennero in aiuto al giovane e portarono con le loro mani gli zoccoli del cavallo di Bodhisattva. Quindi&nbsp; salì sull&#8217;eccellente re dei cavalli, simile al disco della luna piena. Indra e Brahma, ambedue davanti a lui, facevano strada.»
<p align="justify">Giunto ad una certa distanza dalla città, Siddharta fermò la sua montatura e congedò gli dèi. «Discese dal cavallo Kanthaka, poi disse al suo scudiero: «Vai! Porta via questi ornamenti e questo cavallo; torna sui tuoi passi». In questo luogo della terra dove lo scudiero tornò sui suoi passi fu eretto un monumento.
<p align="justify">Poi, il giovane pensò: «Come conservare un ciuffo di capelli, quando si è diventati un religioso, errante?»
<p align="justify">Allora -dicono i testi -«tagliando il suo ciuffo di capelli con la spada, lo gettò al vento. E questo ciuffo di capelli fu raccolto dagli dèi del Cielo dei Trentatre per onorarlo».
<p align="justify">Essendosi quindi allontanato, Siddhartha scambiò i suoi vestiti con i cenci di un cacciatore. poi si affidò agli insegnamenti dei saggi dell&#8217;India, andando dall&#8217;uno all&#8217;altro allo scopo di acquisire la conoscenza.
<p align="justify">«Così il Bodhisattva giunse in seguito alla grande città di Vaiçàli. In quel tempo, Arata Kàlàma, circondato da discepoli, aveva fissato la sua dimora nella città di Vaiçàlì ed insegnava la legge de conduce alla povertà accompagnata dalla restrizione dei sensi.» Ma Siddharta, essendosi esercitato secondo la via di questo saggio, si mise a pensare: «La dottrina di Arata non è liberatrice, non libera completamente.»
<p align="justify">Si recò allora a Ràjagriha dove, con una gran folla di discepoli viveva «un figlio di Ràma chiamato Rudraka». Rudraka «insegnava la legge che, con delle mortificazioni, conduce al luogo dove non c&#8217;è idea né assenza d i idee».
<p align="justify">Ma Sidhàrtha pensò ancora: «Questa via non conduce né al disgusto del mondo, né all&#8217;assenza di sè, né all&#8217;impedimento della rinascita, né alla calma, né alla scienza superiore, né alla Suprema Conoscenza, né alla vita santa, né al Nirvana».
<p align="justify">Lasciata Ràjagriha, Siddhàrtha si recò a Gayà, poi «dalle parti d&#8217;Uruvilva». «Là scorse il fiume chiamato Nairanjhana, dalle acque pure, con i bei gradini, abbellito da alberi e boschetti gradevoli,&nbsp; circondato da ogni lato da praterie e villaggi. Là, lo spirito del Bodhisattva fu estremamente soddisfatto ed allora il Boddhisattva si mise a praticare, durante sei anni, terribili austerità, fra le più difficili da praticare, più difficili fra le difficili &#8230; Si sedette a gambe incrociate sulla terra non pulita e, dopo essersi seduto, domò il suo corpo per mezzo del suo spirito e lo tormentò &#8230; E si applicò a prendere poco nutrimento.»
<p align="justify">Ma dopo questi lunghi sforzi, nel cuore di Siddhartha si fece strada questa constatazione: «Non è questa la strada della Conoscenza; non può essere questa, in futuro, la via per giungere a far scomparire la sofferenza della nascita, della vecchiaia, della malattia e della morte. La strada che conduce alla Piena Conoscenza non si può ottenere con l&#8217;annullamento del corpo. E, d&#8217;altronde, se con la forza della scienza e della saggezza, con un corpo indebolito, io mi avvicinassi al terrazzo del Risveglio, la mia ultima esistenza non sarebbe votata alla compassione e tale non è la via della Conoscenza. Ma, dopo aver preso abbondante nutrimento ed aver fatto rinascere la forza nel mio corpo, io potrò avvicinarmi al terrazzo del Risveglio».
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/windowslivewriterlavitadibuddha-e279affer-to-buddha-13-2.gif"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="244" alt="affer_to_buddha-13" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/windowslivewriterlavitadibuddha-e279affer-to-buddha-13-thumb.gif" width="163" align="left" border="0"></a> Avendo quindi deciso di riprendere il suo peso, Siddhartha ricevette il suo nutrimento da una ragazza chiamata Sujata. «Quindi, Sujata, figlia del capo del villaggio Nandika, prese il latte di mille vacche, ne trasse sette volte la panna più pura, poi versando questa crema ed il riso più fresco e più nuovo in un coccio nuovo, ed avendolo messo su di un focolare nuovo, preparò il pasto &#8230; poi lo coprì di fiori e lo profumò con acqua odorosa, poi disse alla serva chiamata Uttara: «Vai, Uttara, invita il bramino, sorveglierò io la zuppa di latte al miele».
<p align="justify">Ritrovato il suo bell&#8217;aspetto fisico grazie al nutrimento offertogli da Sujata, il Bodhisattva ebbe questo pensiero: &#8220;Dato che ho preso un nutrimento eccellente ed abbondante che ha ridato forza al mio corpo, devo andare ai piedi del fico, il re degli alberi, per rivestirmi dell&#8217;onniscienza di un Buddha.»
<p align="justify">Così Siddhartha si recò presso il fico nel luogo chiamato oggi Bodh-Gaya.
<p align="justify">Gli dèi, racconta la leggenda, pulirono ed ornarono la strada che va dalla Nairanjana al terrazzo del Risveglio ed al fico sacro. «Dalle due parti di questa strada, era stata costruita per magia una pedana composta di sette cose preziose &#8230; e questo punto della terra, diventato liscio come il palmo della mano, senza pietre né ciottoli, fu coperto di diamanti, di perle, di cristallo, di lapislazzuli, di conchiglie, di corallo, d&#8217;oro, d&#8217;argento e di un&#8217;erbetta verde, soffice al tatto.» Quando il Bodhisattva si diresse verso il terrazzo del Risveglio, una luce si irradiò dal suo corpo e «da questa, tutti i mali furono calmati, tutte le ansie cancellate, tutte le sensazioni negative annientate &#8230; e coloro che erano afflitti dalle malattie furono guariti dei loro mali; coloro che erano tormentati dal timore furono rassicurati; coloro che erano trattenuti da legami furono liberati; i poveri ebbero dei beni; gli affamati furono saziati; gli assetati furono liberati dalla loro sete&#8230; Tutti gli esseri, in quel momento, furono pieni di sentimenti di benevolenza, di sentimenti di generosità gli uni verso gli altri, come quelli di un padre e di una madre.»
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/windowslivewriterlavitadibuddha-e279siddharta4-2.gif"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="244" alt="siddharta4" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/windowslivewriterlavitadibuddha-e279siddharta4-thumb.gif" width="163" align="left" border="0"></a> Andando verso l&#8217;Albero del Risveglio, «il Bodhisattva scorse Svastika l&#8217;erbaiolo che tagliava un&#8217;erbetta tenera, tutta nuova e fresca». Gli si avvicinò e gli chiese dell&#8217;erba. «Svastika, felice, rapito, pieno di allegrezza, prese una manciata di erba novella, soffice al tatto, tenera e bella» e gliela diede. Il Bodhisattva sparse lui stesso l&#8217;erba e se ne fece un sedile. Poi, «simile ad un leone, ad un eroe, ad un uomo forte e coraggioso, ad un saggio, ad un essere dotato di ogni merito e padrone della sua completezza, avendo assunto la posa delle gambe incrociate, si sedette su questo tappeto d&#8217;erba, il viso rivolto ad oriente, tenendo il corpo ben eretto».
<p align="justify">Una volta seduto, il Bodhisattva pronunciò questa risoluzione: «Qui, su questo sedile, che il mio corpo si dissecchi, che la mia pelle, le mie ossa, la mia carne si dissolvano! Ma, senza aver ottenuto la Conoscenza difficile da ottenere, il mio corpo non lascerà questo sedile!».
<p align="justify">Quando il Bodhisattva fu seduto sotto l&#8217;albero, Mara, il dio tentatore, tentò con ogni mezzo di distrarlo dalla meditazione. II demonio fece preparare la sua grande armata di quattro corpi di truppe, forte e validissima in combattimento, fiera e spaventosa, tale che né gli uomini né gli dèi non ne avevano mai vista di uguale né ne ave vano sentito parlare.»
<p align="justify">Alcuni diavoli «avevano dei corpi sfolgoranti, lividi, neri, bluastri, rossi e gialli; alcuni avevano occhi deformati, profondi come pozzi &#8230; ; alcuni avevano ventri come montagne, con corpi debilitati; alcuni avevano il ventre come un otre ed i piedi simili a crani&#8230;; alcuni avevano visi deformi ed ispiravano terrore; alcuni avevano forme strane».
<p align="justify">«II demonio con il suo seguito lanciava sul Bodhisattva vari proiettili ed anche montagne simili al Monte Sumeru, ma questi proiettili lanciati sul Bodhisattva, si trasformavano in archi di fiori &#8230; ».
<p align="justify">«Ritornò e lanciò sul Bodhisattva ogni sorta di temibili armi: spade, archi e frecce, lance, giavellotti, asce, pietre, piloni, folgori ad una punta, mazze, dischi, martelli, alberi, pietre, catene e bocce di ferro, ma anche queste armi, non appena lanciate, si trasformarono in ghirlande di fiori».
<p align="justify">«Nel mezzo di questi spaventi, simile al Monte Sumeru, lo spirito di colui che porta i segni delle qualità e della benedizione non era agitato. Come magia, come sogni, come nuvole, così egli guardava ogni cosa».
<p align="justify">Il Bodhisattva disse allora: «La Terra, questa madre degli esseri, mi è testimone».
<p align="justify">«Poi, avendo avvolto il demonio ed il suo seguito in un pensiero di dolcezza e di compassione, batté misuratamente la terra con la mano destra. La terra si mise allora a tremare in sei modi diversi e risuonò fortemente da ogni parte. Allora la grande dea della terra mostrò la metà del suo corpo ornato di tutti i suoi orpelli e così parlò: «Va bene così, grande uomo, va bene come tu hai dichiarato».
<p align="justify">Allora il demonio inviò le sue figlie per turbare il Bodhisattva.
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/windowslivewriterlavitadibuddha-e279siddharta5-2.gif"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="244" alt="Siddharta5" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/windowslivewriterlavitadibuddha-e279siddharta5-thumb.gif" width="165" align="left" border="0"></a> «Giunta è la primavera, la più bella delle stagioni; gli alberi sono in fiore; rallegriamoci, amico &#8230; Mentre la tua giovinezza non è ancora trascorsa e sei nella prima parte della tua vita, mentre non sei ancora stato raggiunto né dalla malattia, né dalla vecchiaia; mentre possiedi beltà e giovinezza e ti siamo amiche, assapora le gioie del desiderio con volto ridente!».
<p align="justify">Ma lui restava impassibile: «I desideri sono incostanti, come la goccia di rugiada su di un filo d&#8217;erba..
<p align="justify">come nebbia d&#8217;autunno. 1 desideri sono simili a spade, a dardi, a picche; sono simili ad un rasoio
<p align="justify">cosparso di miele; simili alla testa di un serpente, ad un solco di fuoco; sono da me ben conosciuti come
<p align="justify">tali».
<p align="justify">Dopo aver vinto Mara e le sue truppe, simboli dei nostri timori e dei nostri desideri, Shakyamuni si rinchiuse in una profonda contemplazione.
<p align="justify">«Alla prima veglia della notte, al fine di produrre la percezione della scienza della vista della saggezza, che viene dall&#8217;occhio divino, egli preparò accuratamente il suo pensiero e lo diresse».
<p align="justify">«Allora il Bodhisattva, coll&#8217;occhio divino perfettamente puro, che vale molto di più dell&#8217;occhio umano, vide gli esseri migranti, rinascenti; di buona casta, di cattiva casta, sulla buona strada, sulla cattiva strada… infermi, rialzati, vaganti sotto l&#8217;influenza delle loro opere e li distinse bene».
<p align="justify">«Alla veglia della metà della notte, ricordò esattamente le varie specie di dimore precedenti, sue e degli altri esseri».
<p align="justify">«All&#8217;ultima veglia della notte, quando spunta l&#8217;aurora», egli cercò l&#8217;origine della vecchiaia e della
<p align="justify">morte, l&#8217;origine dell&#8217;esistenza e capì che sopprimendo l&#8217;ignoranza si sopprime la grande massa delle sofferenze.
<p align="justify">Così egli ottenne la triplice scienza, «essendosi rivestito della qualità perfetta e compiuta del Buddha.
<p align="justify">! Avendo così ottenuto il perfetto Risveglio, Shakyamuni trascorse alcune settimane nel godimento di quanto . aveva realizzato. Gli dèi gli ricordarono il suo voto di liberare tutti gli esseri e perciò egli pensò «a mettere in movimento la Ruota della Legge». Mara tentò nuovamente di impedirglielo, ma invano.
<p align="justify">Allora le sue tre figlie, «con sventatezza femminile», presero l&#8217;aspetto della piena giovinezza e, nella loro cecità, si avvicinarono al Buddha. &#8221; non fece alcun caso a loro, ma le trasformò in vecchie decrepite.
<p align="justify">Nella settima settimana, due mercanti, i fratelli Trapusha e Bhallika, passarono vicino al luogo dove viveva il Buddha. «Essi presero del miele, dei dolci e delle canne da zucchero sbucciate» e portarono tutto al Buddha.
<p align="justify">Allora, «avendo riconosciuto che era giunto per il Buddha il momento di mangiare, nello stesso istante, dai quattro punti dello spazio, giunsero i quattro grandi re portando quattro vasi d&#8217;oro».
<p align="justify">Dato che il Buddha, trovandoli troppo ricchi, li rifiutava, gli offrirono successivamente altri vasi fatti con le più diverse materie preziose. Ma Shakyamuni accettò soltanto vasi di pietra; quando li ricevette, li prese e ne fece uno solo. Ed è in questo unico vaso che egli prese il nutrimento dei due mercanti.
<p align="justify">Il Buddha, chiamato anche il Tathàgata, «Colui che è andato così», cioè il «Perfetto», restò a Bodh-Gayà per varie settimane, assorto nella meravigliosa pace della contemplazione. Poi si recò a Bénarès, la città santa dell&#8217;India, al fine di predicare la sua dottrina. Nel Parco delle Gazzelle, davanti a cinque dei suoi antichi compagni di austerità, egli pronunciò il suo primo discorso e «mise in movimento la Ruota della Legge».
<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/windowslivewriterlavitadibuddha-e279siddharta6-2.gif"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="244" alt="siddharta6" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/10/windowslivewriterlavitadibuddha-e279siddharta6-thumb.gif" width="169" align="left" border="0"></a> «Esistono, o monaci, due estremi da cui deve star lontano colui che conduce una vita spirituale. Quali sono tali due estremi? Uno è una vita di piaceri, l&#8217;altro è una vita di mortificazioni. Da questi due estremi, o monaci, il Tathàgata si è tenuto distante ed ha scoperta la Via di Mezzo che conduce alla Pace, alla Conoscenza, al Risveglio, al Nirvana. Ma qual è questa Via di Mezzo che conduce alla Pace, alla Conoscenza, al Risveglio, al Nirvana? È la Nobile Via Ottupla che si chiama giusta Comprensione, giusta Intenzione, giusta Parola, giusta Azione, giusti Mezzi di esistenza, giusto Sforzo, giusta Attenzione, giusta Concentrazione».
<p align="justify">«Eccovi, o monaci, la Nobile Verità sul Dolore: la nascita è dolore, la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore, l&#8217;unione con coloro che odiamo è dolore, la separazione da coloro che amiamo è dolore, non ottenere quello che desideriamo è dolore; riassumendo: i cinque tipi d&#8217;oggetti dell&#8217;attaccamento sono dolore».
<p align="justify">«Eccovi, o monaci, la Nobile Verità sull&#8217;Origine del Dolore: è la sete di esistenza che conduce di esistenza in esistenza, accompagnata dal piacere, la sete del piacere, la sete dell&#8217;esistenza, la sete della prosperità» .
<p align="justify">«Eccovi, o monaci, la Nobile Verità sulla Soppressione del Dolore: l&#8217;estinzione di questa sete per mezzo del completo annientamento del desiderio, rinunciandovi, liberandosene, non lasciandogli posto alcuno» .
<p align="justify">«Eccovi, o monaci, la Nobile Verità sulla Via che conduce alla Soppressione del Dolore: è la nobile Via Ottupla».
<p align="justify">Per più di quarant&#8217;anni il Buddha insegnò questa misurata ed equilibrata dottrina con molteplici e svariati mezzi. Poi, avendo fondato la Comunità dei monaci o Sangha, egli si spense vicino a Kuçinagara, circa 480 anni prima della nostra era.
<p align="justify">Quando Shakyamuni raggiunse il Perfetto Risveglio a Bodh-Gaya, conobbe un perfetto stato di pace interiore. La dottrina buddista si fonda su questa esperienza umana: è essenzialmente un metodo pratico che permette ad ognuno di ripetere l&#8217;esperienza del Buddha. Naturalmente, insegnandole, il Maestro, che conosceva le diverse inclinazioni di tutti gli esseri, si sforzò di adattarla ad ogni temperamento, ad ogni grado di sviluppo individuale. È per questo che l&#8217;insegnamento del Buddha ha rivestito diversi aspetti e ha dato origine a varie tradizioni.
<p align="justify">In particolare, alcuni posero l&#8217;accento sulla ricerca della pace buddistica attraverso la pratica della meditazione, dando luogo alla cosiddetta Cravaka, la &#8220;via degli uditori&#8221;o al Pratyekabuddha, la &#8220;via dei Buddha&#8221;
<p align="justify">Altri insistettero sull&#8217;amore universale e la compassione: non ricercarono più la pace per sé stessi, ma tesero al raggiungimento del Nirvana come strumento per aiutare tutti gli altri esseri senzienti e portarli verso la salvezza. Questi esseri illuminati che, per scelta, rinunciano allo stato di Buddha e rimangono in questo mondo vengono chiamati &#8220;Boddhisattva&#8221;. la dottrina in questione è chiamata Mahayana o &#8220;grande sentiero&#8221;, mentre le prime due vengono chiamate Hinayana, &#8220;piccolo sentiero&#8221;.</p>
<div class="wlWriterSmartContent" id="scid:0767317B-992E-4b12-91E0-4F059A8CECA8:54d86bd5-2613-4dba-8a0a-67bb6db46e8e" style="padding-right: 0px; display: inline; padding-left: 0px; padding-bottom: 0px; margin: 0px; padding-top: 0px">Technorati Tag: <a href="http://technorati.com/tags/siddharta" rel="tag">siddharta</a>,<a href="http://technorati.com/tags/buddha" rel="tag">buddha</a>,<a href="http://technorati.com/tags/shakyamuni" rel="tag">shakyamuni</a>,<a href="http://technorati.com/tags/buddismo" rel="tag">buddismo</a>,<a href="http://technorati.com/tags/religioni" rel="tag">religioni</a>,<a href="http://technorati.com/tags/filosofie" rel="tag">filosofie</a>,<a href="http://technorati.com/tags/storia" rel="tag">storia</a>,<a href="http://technorati.com/tags/biografie" rel="tag">biografie</a>,<a href="http://technorati.com/tags/Nirvana" rel="tag">Nirvana</a>,<a href="http://technorati.com/tags/illuminazione" rel="tag">illuminazione</a></div>
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		<title>La fine della crisi: anche il mercato dell&#8217;arte orientale torna a comprare</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2009 16:20:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianmaria</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/09/windowslivewriterlafinedellacrisiancheilmercatodellarteor-e562christies-auction-2.jpg"><img style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 5px 0px 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="133" alt="SONY DSC                     " src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/09/windowslivewriterlafinedellacrisiancheilmercatodellarteor-e562christies-auction-thumb.jpg" width="244" align="left" border="0"></a> Non c&#8217;è da stupirsi che il mercato dell&#8217;arte e del collezionismo siano fortemente influenzati dalla stabilità economica internazionale. Infatti, nonostante siano considerati ambienti &#8220;di nicchia&#8221;, frequentati da persone facoltose, la crisi non li ha di certo risparmiati: nel primo semestre del 2009 si è registrato uno tra i peggiori crolli di mercato, con un calo del 50% rispetto allo stesso semestre dell&#8217;anno precedente.</p>
<p align="justify">Tra i maggiori indicatori economici del mercato vi sono le quotazioni di vendita delle due più importanti case d&#8217;asta internazionali, <a title="Sotheby's" href="http://www.sothebys.com/" target="_blank"><font color="#cc0000">Sotheby&#8217;s</font></a> e <a title="Christie's" href="http://www.christies.com" target="_blank"><font color="#cc0000">Christie&#8217;s</font></a>, che con le aste di arte asiatica dello scorso marzo avevano totalizzato una vendita di 43.5 milioni di dollari, contro i 126 milioni dell&#8217;anno precedente. Anche la cancellazione dell&#8217;<a title="International Asian Art Fair" href="http://www.haughton.com/international-fairs" target="_blank"><font color="#cc0000">International Asian Art Fair</font></a> di New York, in programma a marzo 2009, aveva contribuito a creare un clima di preoccupante inerzia tra i mercanti e i collezionisti a livello mondiale.</p>
<p align="justify">A guardare questi numeri non c&#8217;era certo da stare allegri, e la natura stessa del crack economico, considerato una vera e propria &#8220;crisi di liquidità&#8221;, avrebbe fatto pensare ad uno stallo del mercato, totale e irreversibile.</p>
<p align="justify">Invece al primo segnale di ripresa, ecco un&#8217;inaspettato quanto benvenuto guizzo del mercato: nel corso delle aste d&#8217;arte asiatica di settembre sia Sotheby&#8217;s che Christies hanno registrato un quasi tutto venduto, con percentuali di aggiudicazione comrese tra il 97 e il 99,5%! Non solo, molti tra i lotti più importanti hanno ottenuto aggiudicazioni che superano anche del 400% il valore di stima. Come nel caso dello splendido vaso rituale &#8220;Gui&#8221;, risalente alla dinastia degli <a title="Dinastia Zhou - Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dinastia_Zhou" target="_blank"><font color="#cc0000">Zhou occidentali</font></a> (XII Secolo a.C.) che, stimato attorno ai 20/30 mila dollari, al colpo di martello ha raggiunto l&#8217;impressionante prezzo di $ 362.000!</p>
<p><span id="more-465"></span></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Era proprio quello che ci voleva, visto che normalmente il mercato dell&#8217;arte ha tempi di ripresa piuttosto lunghi. Forse è la prova che che i collezionisti e gli investitori credono nel potenziale di crescita dell&#8217;arte asiatica. Del resto l&#8217;incremento del volume di scambio e del valore economico di questo settore negli ultimi dieci anni sono stati a dir poco entusiasmanti.</p>
<p align="justify">Difatti, se fino agli anni Ottanta il collezionismo d&#8217;arte orientale era appannaggio di pochi connaisseurs occidentali, soprattutto Americani, Inglesi e Francesi, oggi l&#8217;ambiente conta innumerevoli appassionati e collezionisti in tutto il mondo, che guardano alla compravendita d&#8217;arte anche (o soprattutto) come possibilità di investimento a medio e lungo termine.</p>
<p align="justify">Un forte impulso a questo mercato è arrivato proprio dagli stessi Paesi asiatici, specialmente dalla Cina, dove<a href="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/09/windowslivewriterlafinedellacrisiancheilmercatodellarteor-e562grafico-aste-2.png"><img style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 5px 0px 0px 10px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="166" alt="grafico_aste" src="http://blog.thaisoriente.com/wp-content/uploads/2009/09/windowslivewriterlafinedellacrisiancheilmercatodellarteor-e562grafico-aste-thumb.png" width="298" align="right" border="0"></a>  i neo-capitalisti con gli occhi a mandorla hanno cominciato improvvisamente a rivalutare l&#8217;arte e l&#8217;antiquariato del loro paese, che prima di allora non godeva della minima considerazione, anche grazie al retaggio culturale del Comunismo di Mao. Questo fenomeno ha generato una specie di &#8220;corsa all&#8217;opera d&#8217;arte&#8221; che vede facoltosi Cinesi impegnati a riportare dentro ai confini nazionali preziosissime <a title="Giada, la pietra dei diecimila anni" href="http://blog.thaisoriente.com/2008/06/giada-la-pietra-dei-diecimila-anni/"><font color="#cc0000">giade</font></a>, mobili, percellane ed altri esemplari antichi, portati fuori dalla Cina ad opera dei Coloni. </p>
<p align="justify">Per i collezionisti occidentali invece, il processo di attribuzione del valore all&#8217;opera d&#8217;arte asiatica segue un percorso diverso. l&#8217;esemplare in sè perde molti dei cosiddetti &#8220;valori remoti&#8221;, cioè quelli attribuiti all&#8217;opera dall&#8217;artista che la realizzò e dai fruitori di un tempo, che la interpretavano secondo canoni estetici e semantici dettati dalla cultura locale. Il fruitore occidentale moderno non è in grado di percepire i valori originari, ma ne attribuisce di nuovi: apprezza le opere come testimonianze di culture diverse, oppure come rari e ricercati oggetti di interior design, o ancora come opere d&#8217;arte tout court. Ma soprattutto, il fruitore moderno percepice il fascino legato alla natura esotica del manufatto artistico, e ne attribuisce un valore che va al dilà del tempo e delle mode del momento.</p>
<p align="justify">Grazie a tale meccanismo l&#8217;arte asiatica è oggi percepita come un investimento sicuro e stabile nel tempo: acquistare una porcellana Ming o un mobile in Huanghuali può essere considerato al pari del dipinto di un famoso impressionista. E questa tendenza è provata dalle quotazioni di vendita delle aste negli ultimi dieci anni.</p>
<p align="justify">Ora, anche se i numeri delle aste di settembre sono contenuti rispetto a quelli pre-crisi (hanno fruttato &#8220;solo&#8221; 7.8 milioni di dollari), le percentuali di lotti aggiudicati e l&#8217;entità dei rilanci fanno ben sperare per una ripresa a pieno ritmo del mercato. </p>
<p align="justify">In questo clima di ottimismo mi accingo anch&#8217;io a <a title="I nuovi arrivi di Galleria Thais all'asta il 4 ottobre" href="http://blog.thaisoriente.com/2009/09/i-nuovi-arrivi-di-gallera-thais-allasta-il-4-ottobre/"><font color="#cc0000">sondare il mercato locale</font></a>, dopo che la nostra casa d&#8217;aste ha registrato un calo lo scorso anno e un discreto successo <a title="Asta Galleria Thais 22 maggio 2009" href="http://blog.thaisoriente.com/2009/05/a-galleria-thais-asta-di-beneficenza-e-distruzione-del-mandala-per-aiutare-i-piccoli-monaci/"><font color="#cc0000">nell&#8217;ultima asta</font></a> di maggio 2009.</p>
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