Spesso ho a che fare con appassionati di culture orientali, e in particolar modo conoscitori o seguaci della filosofia buddista. Molti di loro sono estremamente competenti in materia, ma talvolta qualcuno ha la tendenza a “divinizzare” il Buddha considerandolo alla stregua di un dio. Anche se è vero che il buddhismo, in senso stretto, può essere considerato una religione, in realtà questa affermazione è piuttosto riduttiva. Più che altro, la figura del Buddha, ovvero “Il Risvegliato” dovrebbe essere intesa come “uno che ce l’ha fatta” il cui esempio è da seguire.
Molti testi sacri buddisti raccontano la vita e le imprese del Buddha storico (il cosiddetto Shakyamuni), con lo scopo di fornire insegnamenti che aiutino i seguaci della dottrina a raggiungere lo stato della Consapevolezza Assoluta: il Nirvana.
Come è ovvio pensare, nelle Scritture la vita del Buddha è abbondantemente romanzata e permeata da leggende, tanto che molti, ancora oggi, mettono in discussione luoghi, date e fatti legati alla vita del fondatore di una delle quattro maggiori religioni del mondo. L’unica cosa che si sa è che il personaggio storico è realmente esistito, e nulla fa pensare che egli ritenesse sé stesso un dio. Il processo di divinizzazione è avvenuto molto, molto dopo.
Si usa generalmente ammettere che il fondatore della dottrina buddista sia nato 560 anni prima di Cristo ai confini tra India e Nepal, nella zona di Lumbini, non lontano dalla città di Kapilavasu.
Si chiamava Siddharta Gautama ed apparteneva al clan dei Shakya, il che gli valse in seguito il soprannome di “Shakyamuni”, il saggio dei Shakya. Suo padre era un reggente locale, il re di Shuddodana e sua madre si chiamava Maya. La nascita di Siddharta fu circondata da prodigi. In seguito ad una profezia, il pargolo crebbe fra i più svariati piaceri. Suo padre faceva di tutto per nascondergli la miseria di questo mondo, perciò egli visse fra bellissime donne, si sposò ed ebbe un figlio. Un’opera buddista ce lo mostra “fra le sue donne simili a dee, interamente puro, gradevole a vedersi ed adorno delle sue buone azioni”.
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Recentemente abbiamo acquisito un raro esemplare di libro antico tibetano, nella sua classica configurazione a pagine non rilegate, completo della sua ‘copertina’ originale. L’esemplare risale probabilmente alla prima metà del Sec XVIII ed è in discrete condizioni di conservazione.
Oggetti come questo sono molto ambiti dagli appassionati e dai collezionisti, ma possono disorientare i neofiti, in quanto esulano dal concetto occidentale di “libro” sia per come vengono scritti e confezionati, sia per come vengono conservati e letti. I testi tibetani erano perlopiù realizzati per tramandare la tradizione filosofica e spirituale del Buddhismo, ed esistono da quando in Tibet fu elaborata la scrittura. Questi “libri” erano costituiti da una pila di fogli ricavati dalla corteccia fibrosa di un arbusto particolare (Daphnae Cannabina). Ogni foglio veniva scritto su entrambi i lati, tutte le pagine erano poi impilate l’una sull’altra senza alcuna rilegatura. La pila veniva poi avvolta in un drappo di seta o di cotone e posta tra due pesanti blocchi di legno finemente intagliato, come copertine. A loro volta, le copertine erano tenute insieme legandole con un pezzo di stoffa pregiata.
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News — Gianmaria @ 11/02/2009 10:16
Non hanno perso tempo, i Cinesi, ad esprimere “forte disappunto e ferma contrarietà” per la visita del Dalai Lama a Roma e Venezia. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese ha ufficialmente protestato contro il Governo Italiano affermando che la Cina “si sente offesa”. Poverini.
La Farnesina ha subito cercato di smorzare i toni della polemica affermando che i Comuni Italiani agiscono in totale autonomia, ricordando anche che l’Italia sostiene la politica di una sola Cina, come ribadito dal nostro Presidente del Consiglio durante le ultime visite ufficiali.
Eh Sì, perché come spiega Enrica, queste visite del Dalai Lama sono programmate in vista di una forte mobilitazione dei Tibetani in tutto il mondo per celebrare i 50 anni dalla rivolta popolare di Lhasa contro l’invasione Cinese. Chiaro quindi che la Cina si preoccupi di fronte al sostegno di Tibetani da parte dei governi ‘amici’. Lo afferma chiaramente il ministero delgi Esteri cinese: “Speriamo che l’Italia prenda sul serio le preoccupazioni cinesi e adotti immediatamente misure efficaci per eliminare l’impatto negativo di questa iniziativa e preservare un sano sviluppo delle relazioni bilaterali”.
E intanto, tra polemiche e smentite (anche da parte nostra) Tenzin Gyaltso riceve la cittadinanza onoraria dai sindaci di Roma e Venezia e poi vola in Germania.
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News — Gianmaria @ 27/01/2009 10:29
I Cinesi si sono inventati una nuova “festa nazionale”: sarà celebrata il 28 marzo di goni anno e sarà chiamata “Il giorno dell’emancipazione degli schiavi”. Lo ha annunciato il 19 gennaio scorso il parlamento del governo cinese del Tibet. La festa è stata indetta in ricordo della sanguinosa repressione della rivolta dei Tibetani avvenuta nel 1959.
Con questa celebrazione Pechino rivedica di aver liberato i Tibetani dalla “schiavitù teocratica imposta dal Dalai Lama. La Cina spiega di aver annesso la regione nel 1951 per strappala al medioevo e proiettarla nel mondo moderno, liberando i suoi abitanti da una schiavitù imposta dall’oligarchia religiosa buddista.
I Tibetani invece contestano il fatto che non fu una liberazione ma un’invasione militare di uno stato sovrano, che costrinse all’esilio il Dalai Lama e i suoi seguaci, e ridusse alla fame molti dei suoi abitanti. Da allora opera un sistematico annientamento della cultura, delle religione e della stessa identità etnica dei tibetani, perseguitando con carcere e discriminazioni la semplice fede religiosa nel Dalai Lama e favorendo la massiccia immigrazione nella regione di etnici Han, cui sono riservati posti di potere a facilitazioni nei commerci.
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Eccoci al terzo appuntamento con la serie “Pezzi di libro” dedicata al volume fotografico “Adozioni ad alta quota”. Dopo la prima e la seconda puntata, la storia continua con un altro stralcio del racconto di viaggio ed altre immagini.
Il fiume si fa sentire incessantemente sotto la coltre di ghiaccio. A volte lo si nota spostarsi lentamente là
dove non è coperto dal suo freddo sudario, e l’acqua nera trasporta sottili placche gelate, come piccole zattere galleggianti. Dove la furia delle rapide impedisce alla superficie gelida di solidificarsi lo si scorge turbinoso, con il suo ruggito penetrante.
Lo si avverte anche nel silenzio tombale in quei punti dove il letto è completamente ghiacciato, e lo si immagina scivolare invisibile sotto ai propri piedi o lo si intravede scorrere dove la lastra è trasparente e sottile. In questa gola silenziosa e gelida, pur se intrappolato sotto il manto nevoso, il fiume è fonte di vita, una protesta contro la rigidità invernale di questo luogo disabitato.
In alcuni punti l’acqua è profonda soltanto alcune decine di centimetri e, dove il ghiaccio è più fragile, si può rompere facilmente con i piedi e le racchette: possiamo così improvvisare un guado, con l’appoggio dei ciottoli del greto. Utilizzando le funi e le imbracature di sicurezza possiamo raggiungere l’altra sponda.
Qualche altra volta, invece, il fiume non ci è amico e ci impedisce di passare. Dove le rocce costringono le acque all’interno della gola, il fiume raggiunge i sette metri di profondità e la corrente è più furiosa che mai: siamo così costretti a lunghe deviazioni tra le pareti rocciose per aggirarne i tratti impraticabili.
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