"La dimora nell’Antico Oriente" mostra del Museo Obrietan a Bergamo

ZEN-002In questi giorni sto lavorando a pieno ritmo ad un progetto che è in pentola ormai da un bel po’ ma che sta raggiungendo il rush finale. Si tratta di una mostra dedicata all’abitare nell’antico Oriente, che sto organizzando per fine febbraio. Non ho ancora il progetto definitivo, ma ho troppa voglia di parlarne!

La stanza di lavoro di un calligrafo cinese, lo studio di un funzionario della corte imperiale Qing e la sala di meditazion e di un monastero himalayano verranno ricostruite all’interno del Palazzo della Provincia di Bergamo con arredi e suppellettili originali dell’epoca.

La mostra è promossa dal Kiwanis (un’organizzazione internazionale di volontari al servizio dei bambini disagiati nel mondo, che conta ben 8000 clubs in 96 paesi) in collaborazione con il Museo d’Arte Orientale Obrietan. Non ho ancora le date esatte (credo fine febbraio 2009), ma la mostra durerà 2 settimane e sarà ad ingresso libero. In questi giorni sto lavorando al progetto di allestimento e, almeno sulla carta, sembra stia uscendo fuori una bella cosa. Stay tuned…

Spedizione umanitaria Himalayan Aid 2007: ecco l’anteprima del film

La penultima spedizione del progetto umanitario Himalayan Aid, alla quale ho partecipato, è stata seguita dal regista milanese Andrea Beretta che sta realizzando un filmato documentario di circa un’ora. Presumibilmente il filmato sarà pronto pre la fine dell’anno, intanto ecco a voi un’anteprima… una specie di trailer di quindici minuti, tanto per dare l’idea di quello che abbiamo fatto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Pezzi di libro": Adozioni ad Alta quota – Introduzione

Come promesso, ecco la "prima puntata" della serie di post in cui pubblicherò alcune immagini e alcuni stralci del libro "Adozioni ad Alta quota", che ho scritto due anni fa.

In questa puntata l’introduzione:

"Un pugno di uomini percorre a piedi il corso di un fiume ghiacciato tra le valli dell’Himalaya per centosettanta chilometri. Camminando su scivolose lastre di ghiaccio per nove ore al giorno e dormendo in tende o grotte naturali, il gruppo raggiunge la valle dello Zanzkhar, nell’India del Nord, una delle regioni più inospitali del mondo, per portare il proprio aiuto ai piccoli monaci che vivono nei monasteri arroccati sulle pendici di quelle impervie montagne, ad un’altitudine di circa quattromila metri".

100 Questa è l’immagine che si delineò nella mia mente quando mio padre, Kino Obrietan, accennò per la prima volta all’idea di organizzare una spedizione invernale nello Zanzkhar.

L’ottobre 2005 un violento terremoto aveva devastato il territorio a cavallo tra il Pakistan orientale e il Kashmir indiano. Quella terra, già martoriata da più di quindici anni di guerra ininterrotta, era stata colpita da una nuova calamità.

I giornali parlavano di ottantamila morti. Le notizie che ci arrivavano erano frammentarie e confuse, nonostante avessi inviato continui messaggi via posta elettronica chiedendo ai miei amici indiani come stessero realmente le cose laggiù, non riuscivo ad ottenere informazioni aggiornate, e la preoccupazione


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Adozioni ad alta quota: racconto di una spedizione sull’Himalaya

Copertina libro \"Adozioni ad Alta Quota\"

Chi mi segue ricorderà di quando, quest’estate, annunciai l’imminente partenza dell’ultima missione umanitaria in Nepal di cui mio padre era il capo spedizione. In effetti, una delle cose più divertenti che faccio fuori dall’ambiente strettamente professionale è il progetto Himalayan Aid, un’iniziativa umanitaria a favore delle comunità di monaci buddhisti che porto avanti con mio padre dal 2001. Beh, a dire la verità non è poi così svincolato dal mio lavoro, dato che il progetto è finanziato dal museo di cui sono direttore, ma lo spirito con cui affronto quest’attività non ha nulla a che vedere con gli interessi professionali. Lo faccio per passione, per vocazione e perché lo trovo divertente e costruttivo.
Con il progetto Himalayan Aid, organizziamo spedizioni umanitarie nelle aree a cultura buddhista dell’Himalaya: Tibet, Nepal, India, Bhutan, ecc. per portare aiuto ai monaci che vivono in monasteri sperduti tra le montagne, in condizioni estreme.
La nostra attenzione è diretta in particolare ai novizi, cioè ai bambini di un’età compresa tra i 5 e i 15 anni che intraprendono la vita monastica e vivono nei monasteri. Per aiutare questi bambini portiamo sul posto un’equipe medica, generi di prima necessità ed aiuto economico sotto forma di adozioni a distanza.
Andiamo direttamente nei monasteri, per raggiungere i quali è talvolta necessaria una spedizione di tipo alpinistico, o l’uso di elicotteri, dato che molte tra le comunità monastiche sono difficilmente raggiungibili per la maggior parte dell’anno.


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Thangka: i dipinti sacri himalayani

Sto preparando del materiale per alcune lezioni sull’arte orientale che terremo l’anno prossimo qui al museo. Ecco un’introduzione all’affascinante mondo dei Thangka buddisti

I Thangka

La pratica del buddismo tibetano, che fa appello all’immaginazione per evocare la realtà della vita spirituale dei suoi fedeli, ha dato origine all’affascinante arte dei Thangka.
La parola “Than”, in tibetano, significa piatto, dritto, mentre il suffisso “Ka”,indica il cavalletto per dipingere: la parola “Thang-ka”, dunque, indica un’immagine dipinta. Oggi la parola è comunemente utilizzata per indicare i dipinti sacri del buddhismo tibetano: raffigurazione su tela, attraverso immagini e simboli, degli episodi più importanti della vita del Buddha, dei suoi discepoli e dei miracoli compiuti dai Lama più famosi.
Generalmente un Thangka si presenta come un dipinto realizzato su una tela di cotone, lana grezza o – più raramente – seta. Le dimensioni possono variare da pochi centimetri a qualche metro, e normalmente il dipinto si sviluppa in senso verticale, anche se non mancano esemplari più larghi che lunghi.Thangka vajrakilaya
Sebbene molti di questi dipinti siano utilizzati per decorare le pareti dei monasteri buddisti, tradizionalmente i Thangka venivano conservati chiusi in appositi contenitori, per essere srotolati ed esposti solo in occasione di particolari ricorrenze o cerimonie religiose. Gli esemplari antichi, infatti, sono spesso provvisti di due listelli in legno o bambù (thang-ching) che facilitano lo srotolamento e l’esposizione. Talvolta le tele erano incorniciate in un riquadro di stoffa preziosamente ricamata ed arricchita con dei nastri di vari colori lasciati penzolare dalle estremità. Negli esemplari più preziosi, il riquadro era costituito da un ricco broccato decorato con motivi simbolici, quali segni di felicità o longevità, draghi, fenici o altri simboli legati alla spiritualità buddista. Anche il riquadro, come tutti gli altri elementi del dipinto, possiede un significato religioso specifico, ed alcuni esemplari erano realizzati con preziosissime sete di origine cinese.
L’arte dei Thangka è essenzialmente religiosa, ed il suo scopo è l’evocazione dei principi immutabili della legge buddhista per mezzo di immagini e simboli. I maestri pittori dell’antichità erano per lo più monaci, ed il loro lavoro artistico era inserito in un contesto puramente spirituale: la pratica della pittura era essa stessa una forma di meditazione e preghiera, così come la contemplazione dell’opera finita. Non vi era molto spazio per la fantasia o la creatività artistica, e sicuramente non vi era l’intento di esprimere, attraverso l’opera d’arte, alcun sentimento personale o visione del mondo. In questo contesto spirituale, creazione e fruizione dell’opera sono da considerarsi puri esercizi meditativi, strumenti attraverso i quali ascendere alla suprema consapevolezza: il cosiddetto Nirvana.
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