Qualche tempo fa scrissi qualcosa sulla dieta dei monaci tibetani, affermando che talvolta mangiano anche carne, soprattutto in occasione di feste e celebrazioni. Infatti chi è stato in Tibet o in tutta l’area trans-himalayana non ha potuto non assaggiare i “Momos“ un tipico piatto a base di ravioli cotti a vapore e poi saltati nel burro o alla piastra. Una vera prelibatezza locale che io ho avuto occasione di gustare molte volte all’interno dei monasteri buddisti della zona e che ormai ho imparato anche a cucinare grazie ai miei amici monaci chef che abitano a Milano.
La pietanza oggi è pubblicizzata come “piatto nazionale tibetano” e in effetti è una delicatezza tradizionale, anche se non appannaggio esclusivo del Tibet. I Momos si possono gustare anche in Nepal, Buthan, Sikkim e Ladakh o in tutte quelle regioni oggetto della diaspora tibetana come l’Himachal Pradesh, il Karnataka o il West Bengala. Non solo: in Nepal il piatto è diventato uno dei più apprezzati “fast food” tanto che i Nepalesi lo hanno esportato in tutta l’India del Nord e in molte città del Medio Oriente dove migrano stagionalmente come lavoranti.
Resta il fatto che il piatto, pur avendo origini tibetane, affonda le sue radici in culture antichissime. Alcune varianti si possono gustare in Cina (Jaozi), in Mongolia (Buuz), in Asia Centrale (Manti) ed addirittura nella Russia orientale (Pelmeni). La cucina tibetana infatti è generosamente influenzata dalle culture vicine, in particolare India, Pakistan, Cina e Nepal, ma è meno speziata, più leggera e meno varia. La dieta è tipicamente montana, simile in qualche modo a quella delle nostre valli alpine alla fine dell’Ottocento. Nonostante la povertà di ingredienti dettata dal clima secco e freddo e dall’alta quota, i Tibetani si sono ingegnati producendo una discreta varietà di piatti saporiti e nutrienti come la zuppa Thukpa, il pane Tagi, preparazioni saporite a base di riso e appunto i Momos.
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Qualche anno fa, mentre mi trovavo ospite in un monastero buddista nella remota valle dello Zanskar, sull’Himalaya indiano, un vecchio monaco mi mise al collo una strana pietra ovale d’un color grigio traslucido con delle strisce chiare. Avevo già visto oggetti simili addosso a qualche religioso, oppure a decorazione dei copricapo tradizionali delle donne tibetane, ma non avevo mai chesto cosa fossero esattamente. Ringraziai il monaco, anche se non avevo la minima idea di quale fosse il valore di quel dono. Guardando meglio la pietra, notai che aveva un aspetto singolare. Sembrava vecchia di secoli e risplendeva di una bellezza consunta, un fascino antico che metteva quasi soggezione. Era lucida e levigata, ma non come può esserlo il ciottolo di un fiume. Sembrava quasi “consumata”, come se una mano grinzosa l’avesse accarezzata per millenni. Decisi che quel monile mi piaceva e che l’avrei tenuto al collo, anche a ricordo dell’ospitalità dei monaci durante quel viaggio fantastico e terribile che avevo fatto sulle montagne dell’Himalaya.
Mi piaceva, anche se non sapevo cosa fosse, ma gli sguardi ammirati dei Tibetani che la vedevano al mio collo mi spinsero a fare delle ricerche. Bene, chiedendo e leggendo qua e là scoprii che il regalo che il vecchio monaco mi aveva fatto era assai prezioso. La pietra che portavo (e tuttora porto) al collo è detta “pietra del paradiso”, che i tibetani chiamano Dzi.
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Ormai è più di un anno che, per aiutare due miei amici monaci buddisti che vivono in Italia, ho messo in piedi un servizio di catering tibetano a cui ho dato il nome di Cena Tibetana a Domicilio. L’idea è piaciuta e ha goduto anche di una certa risonanza grazie alla stampa ed all’aiuto di alcuni amici. In molti chiamano incuriositi dalla novità, e i monaci girano un po’ in tutta Italia armati delle loro speciali pentole deliziando i fortunati commensali con squisite prelibatezze dal gusto himalayano. Io mi limito a rispondere alle telefonate ed alle e-mail, a spiegare come funziona e a rispondere alle cosiddette “frequently asked questions” del caso. Il resto lo fanno i monaci.
Una delle domande che sovente mi vengono rivolte riguarda la questione della carne. Sì perchè nel menù sono presenti alcuni piatti di carne e molti dei miei interlocutori (in particolar modo i membri delle comunità buddiste italiane) restano allibiti perchè sono convinti che “i veri monaci buddisti” siano vegetariani. Ebbene, non me ne vogliano i vegetariani, per cui nutro il massimo rispetto, ma purtroppo le cose stanno in modo diverso.
Il buddismo è una filosofia interessante, ma molto complessa e soprattutto “esotica”, cioè appartenente ad un contesto culturale diverso dal nostro. Come tutte le culture esotiche esercita un particolare fascino su noi Occidentali razionalisti e consumisti, ma buttandocisi a capofitto senza un approccio adeguato, si rischia di farsene un’idea troppo superficiale candendo nella banalità o, ancor peggio, nel fanatismo. E il fanatismo porta addirittura all’inappellabile negazione dell’evidenza e della ragione: per alcuni i monaci buddisti sono vegetariani e basta.
Capisco che ci si possa far trasportare dal carisma spirituale del buddismo, esaltandone gli aspetti più affascinanti, ma purtroppo spesso accade che la realtà sia molto meno romantica di come la dipingiamo. No, i monaci buddisti non sono necessariamente vegetariani. Ora, senza spingermi troppo in noiose questioni filosofiche, cercherò di fare un po’ di chiarezza in merito.
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Il Kashmir è una terra magica e bellissima, incastrata tra le valli himalayane. Ci sono stato più di qualche volta e lo ritengo uno dei luoghi più affascinanti del subcontinente indiano. Srinagar, la capitale, è un gioiello dell’India, con il suo splendido lago Dal e le case galleggianti.
Il turismo, laggiù, cresecrebbe prosperoso se non ci fosse quel piccolo “problemino” con il Pakistan. La regione è considerata a rischio e non ci sono molti stranieri, ma tutto sommato il luogo è da considerarsi sicuro: più di 500.000 soldati dell’esercito indiano presidiano capillarmente tutto il territorio kashmiro. E quando dico ‘capillarmente’ lo intendo alla lettera: le città, i villaggi e le strade sono controllati da pattuglie di militari posizionati così vicino gli uni agli altri da non perdere mai il contatto visivo. In ogni viuzza c’è un soldato armato ogni 50 metri, e ogni 500 un blindato o una jeep. Questo dappertutto, anche nei villaggi più remoti.
Ora, con un tale dispiegamento di forze verrebbe da pensare che qualsiasi forma di assembramento, o altra attività sospetta, verrebbe immediatamente individuata ed eventualmente soppressa. E invece… l’altra notte, dopo che la televisione iraniana ha trasmesso il video di un tale che bruciava il corano davanti alla Casa Bianca ( non quell’ebete coi baffi che poi si è rimangiato tutto, un’altra persona), un drappello di ben 20000 persone si è radunato tra le strade di Tangmarg, una cittadina non lontana da Sirinagar, per poi assalire la scuola locale, dandola alle fiamme.
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News — Gianmaria @ 23/06/2010 10:53
Continua la rassegna di esposizioni dedicate ai simboli dell’arte orientale. Dopo la mostra “Lo sguardo della Tigre”, conclusasi la scorsa settimana, si terrà a Verona un’esposizione intitolata “Il Drago”, a cura del Museo d’Arte Orientale Obrietan.
Presso la galleria d’arte “Archetipo”, situata nel cuore della città, sotto la splendida cornice delle Arche Scaligere, sarà inaugurata una mostra dedicata alla figura simbolica del drago: attraverso un percorso espositivo composto da antichi oggetti d’arte e da arredi provenienti da Cina e Tibet, il cui tema decorativo sono le forme sinuose ed i vivaci colori con cui viene rappresentato uno dei protagonisti indiscussi di fiabe e leggende di tutto il mondo.
La mostra verrà inaugurata sabato 26 giugno alle ore 18.30 presso la Galleria “Archetipo”, in via Santa Maria in Chiavica a Verona. Le collezioni, di proprietà di Galleria Thais, resteranno esposte fino alla fine di luglio. L’esposizione è ad ingresso libero, ed è aperta dal martedì al sabato con orari 11-13 e 16-20.
Per informazioni: 045 800 6564 oppure 335 706 5080