Mostra “Lo sguardo della Tigre – Simboli e misteri dell’arte himalayana”. Dal 16 maggio al 16 giugno 2010

Tigre_copertina_fronte_1 Il Museo d’Arte orientale Obrietan di Brendola (VI)presenta  un’esposizione dedicata alla tigre come simbolo mistico – antichi arredi e oggetti di culto provenienti dal Tibet e dal Nepal. Dal 16 maggio al 16 giugno 2010.

La tigre, con il suo ruggito possente ed il suo sguardo magnetico, ha da sempre affascinato l’immaginario collettivo. In Oriente il suo elegante vello a bande gialle e nere è considerato simbolo di forza, e in antichità era sovente usato come ornamento da reggenti e sovrani, o indossato dai guerrieri in battaglia. Oggi è quasi scomparsa, ma un tempo la tigre prosperava sugli altopiani del Tibet ed era temuta e rispettata dalla popolazione, che la riteneva un animale magico e dai grandi poteri curativi. Oltre ad essere elevata a simbolo di forza interiore e saggezza, essa è uno dei dodici segni del calendario tibetano.

Secondo il calendario tibetano, il 14 febbraio 2010 è iniziato l’anno della Tigre. Per l’occasione Il Museo d’Arte orientale Obrietan e Galleria Thais presentano un’esposizione di quaranta antichi esemplari di arredi e oggetti d’arte tibetana: bauli, casse monastiche, porte, pannelli ed oggetti rituali; tutti accomunati dalla presenza della tigre come simbolo religioso.

Con la mostra "Lo sguardo della Tigre – simboli e misteri dell’Arte himalayana" il Museo d’Arte orientale Obrietan intende aprire al visitatore uno spaccato sulla vita quotidiana dell’antica civiltà tibetana prendendo in esame in particolare lo stretto rapporto tra la spiritualità e la vita di tutti i giorni. Questo rapporto secolare ben si estrinseca sugli oggetti che i Tibetani usano nella loro quotidianità: mobili, elementi di arredo e utensili cerimoniali esprimono egregiamente la stretta relazione che lega la vita di quel popolo alla venerazione del Buddha. Relazione che si evidenzia in ogni gesto quotidiano, anche il più banale.


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Il Bhutan, la Svizzera dell’Himalaya

800px-Taktshang Una decina di anni fa, nel corso di uno dei miei più bei viaggi in Oriente, misi piede per la prima volta in Bhutan. Questo piccolo staterello himalayano incastrato tra India e Cina è considerato dai viaggiatori occidentali come una “Svizzera d’Oriente”. Splendide montange verdi, ricoperte di fitta vegetazione, fanno da cornice a strette valli dove, in un’atmosfera quasi fiabesca, trovano posto minuscoli ma coloratissimi villaggi e splendidi monasteri buddisti. Ricordo lo stupore provato quando, atterrato sull’unico aeroporto del Paese a bordo di uno degli unici (allora) due velivoli BAe146 dell’unica Compagnia Aerea, vidi camminare sul piazzale un manipolo di tecnici di volo… in gonna. Infatti l’abbigliamento tradizionale, che i Bhutanesi indossano tutti i giorni, prevede per gli uomini una casacca stretta in vita che arriva fino alle ginocchia lasciando scoperti i polpacci e, per le donne, una stretta gonna a tubo che scende fino alle caviglie.

La popolazione (poco più di 650.000 abitanti) parla lo dzongkha, una specie di dialetto tibetano. La religione di stato è il buddismo, e tutto il Paese ne è permeato, tanto che il visitatore occidentale rimane affascinato dall’atmosfera spirituale che si respira in quei luoghi. Moltissimi sono i monasteri che si incontrano percorrendo le poche strade asfaltate che collegano la capitale Thimphu con gli altri centri abitati. Una discreta parte della popolazione buddhista è costituita da monaci, e molti sono anche i monasteri femminili: sembra quasi che in Bhutan fare il monaco sia considerato una professione tra le più ambite.


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Spedizione Umanitaria Himalayan Aid 2009 – al via la lavorazione del libro fotografico

Sped_copGiorni frenetici in ufficio, questi. Il Natale si avvicina, l’anno sta finendo e i lavori si accumulano sulla scrivania. E come se non bastasse, lunedì cominceremo a lavorare ad un nuovo libro fotografico. Sì, dopo la pubblicazione Adozioni ad Alta Quota del 2006, Ladakh del 2007 e Angeli Rossi del 2008, si parte con la lavorazione del libro che racconterà l’ultima spedizione umanitaria fatta lo scorso luglio in Nepal, in aiuto ai bambini monaci buddisti.

Non abbiamo ancora deciso titolo, lunghezza, formato e testi, ma il progetto editoriale è chiaro. Lunedì cominceremo con la selezione delle immagini e mercoledì con la stesura dei testi. Non ho idea di quando sarà pronto il tutto, ma con un po’ di fortuna ce la faremo per Natale.

Il volume racconterà, attraverso le immagini di Kino Obrietan e i testi miei e di Gianni Salin, la spedizione umanitaria “Himalayan Aid 2009″, ovvero un viaggio tra le montagne himalayane dell’Alto Dolpo, in Nepal, per portare aiuti umanitari ai bambini monaci buddisti. La missione, composta da quattro volontari italiani (tra i quali mio padre ed io), un medico croato, un interprete e diciotto portatori nepalesi, quattordici muli e sei cavalli, ha viaggiato per duecento chilomentri spostandosi lungo i sentieri che corrono lungo le valli del fiume Dolpo, ad una quota compresa tra i 3000 e i 5400 metri. Lungo la via abbiamo incontrato sette monasteri e due scuole, dove abbiamo portato assistenza medica, generi di prima necessità e donazioni sottoforma di adozioni a distanza. La spedizione, la settima dal 2001, ha consegnato ben 105 adozioni a distanza e distribuito più di 500Kg di generi di prima necessità, acquistati a Kathmandu e trasportati fino a destinazione a dorso di mulo.


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Libri: Attraversando l’India – diario di un viaggio nella Grande Madre

attraversando_india L’India è sempre stata una delle mie mete preferite. Ci sono stato spesso, sia per lavoro che per diletto. Una delle caratteristiche più entusiasmanti di quel paese è la sua incommensurabile complessità. Ho appena finito di leggere un bel libro sul magico subcontinente indiano. Si chiama “Attraversando l’India – diario di un viaggio nella Grande Madre”, di Elio Bailo, Ed. Giovanni Tranchida. L’opera è un po’ datata, visto che è stata pubblicata per la prima volta nel 1997, ma io ho apprezzato molto il modo con cui l’autore ha affrontato argomenti che potrebbero talvolta annoiare i lettori: la storia e la filosofia indiane.

Bailo si immerge in argomenti molto complessi e profondi raccontandoli attraverso i suoi occhi di viaggiatore e affascinando il lettore con aneddoti legati alle sue esperienze sul luogo. Pagina dopo pagina si affrontano il panorama storico indiano, i miti e le religioni, il pensiero filosofico e la società indiana, antica e moderna. Il registro linguistico utilizzato è adatto a quasi tutti e la sottile ironia con cui Bailo racconta gli Indiani e le loro “stranezze” rende le oltre 300 pagine del libro piacevoli e veloci da leggere. Queste caratteristiche trasformano il libro in un ottimo strumento per chi desidera un’infarinatura sui più importanti tra i mille aspetti del Subcontinente indiano e del suo popolo.


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Recensione: La mia nuova vita sugli alberi, Di Desai Kiran

kiran_desaiQuando uno visita un posto per la prima volta è un po’ come una tela bianca su cui l’artista si appresta a dipingere. Le prime sensazioni, le prime impressioni si fissano nella mente e poi accompagnano il viaggiatore nel rievocare il luogo visitato. Per quante volte il viaggiatore torni sul posto, per quanto questo posto possa poi cambiare nel tempo, queste prime pennellate tracciate nei ricordi restano vive e nette nella sua mente.

Questo è un po’ quello che succede a me con l’India. Nonostante siano passati ormai più di dieci anni dal mio primo viaggio, e in India ci vado almeno una volta l’anno, quella sensazione indefinibile fatta di colori, rumori, odori ed emozioni, si rifà viva ogni volta che rievoco il Paese, anche solo con il pensiero, tanto che, ripensandoci, mi accorgo che la mia idea di India, per quanto io vi abbia reascorso un bel po’ di tempo e per quante cose diverse via abbia visto, è sempre associata a quella ‘primordiale sensazione’.

Recentemente ho letto un libro che mi ha colpito perché l’autrice, nel descrivere scene paesaggi e situazioni, ha costruito un’immagine dell’India che è quanto di più vicino alla mia ‘sensazione primordiale’ di quel Paese che io abbia mai sperimentato.


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