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Recensioni — Gianmaria @ 23/10/2009 13:17
L’India è sempre stata una delle mie mete preferite. Ci sono stato spesso, sia per lavoro che per diletto. Una delle caratteristiche più entusiasmanti di quel paese è la sua incommensurabile complessità. Ho appena finito di leggere un bel libro sul magico subcontinente indiano. Si chiama “Attraversando l’India – diario di un viaggio nella Grande Madre”, di Elio Bailo, Ed. Giovanni Tranchida. L’opera è un po’ datata, visto che è stata pubblicata per la prima volta nel 1997, ma io ho apprezzato molto il modo con cui l’autore ha affrontato argomenti che potrebbero talvolta annoiare i lettori: la storia e la filosofia indiane.
Bailo si immerge in argomenti molto complessi e profondi raccontandoli attraverso i suoi occhi di viaggiatore e affascinando il lettore con aneddoti legati alle sue esperienze sul luogo. Pagina dopo pagina si affrontano il panorama storico indiano, i miti e le religioni, il pensiero filosofico e la società indiana, antica e moderna. Il registro linguistico utilizzato è adatto a quasi tutti e la sottile ironia con cui Bailo racconta gli Indiani e le loro “stranezze” rende le oltre 300 pagine del libro piacevoli e veloci da leggere. Queste caratteristiche trasformano il libro in un ottimo strumento per chi desidera un’infarinatura sui più importanti tra i mille aspetti del Subcontinente indiano e del suo popolo.
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L’oggetto che sto per descirvervi appartiene alla collezione “Il Celeste Impero” del Museo d’Arte Orientale Obrietan e, oltre ad essere un’esemplare rarissimo e prezioso in sè, riveste una particolare importanza per il Museo stesso dato che è proprio grazie a “lui” che cinque anni fa decidemmo di dar vita alla struttura espositiva permanente.
Il contenitore ci fu donato da un amico di mio padre, un importante collezionista d’arte di Taiwan che ce lo regalò con la preghiera di non venderlo. L’oggetto andò a finire tra i pezzi della collezione personale di mio padre, ma era troppo bello per non mostrarlo. Ecco allora che ci venne l’idea di metter su un museo….
Rarissimo contenitore per le offerte in lacca a foggia di “Stupa”
Pagan, Birmania, stile Shan, Circa 1790. Presumibilmente offerto in dono all’imperatore cinese Jiaqing.
Questo magnifico esemplare di contenitore in lacca per le offerte rappresenta una tra le più significative testimonianze dell’arte antica birmana, e in particolare della tradizione della lacca birmana di Pagan, che vanta una storia quasi millenaria.
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Recensioni — Gianmaria @ 04/09/2009 16:44
Qualche tempo fa, durante una delle poche (per me) ma caldissime notti di agosto passate quasi insonne davanti alla tv, mi sono imbattuto in un video trasmesso sul canale dell’ex vicepresidente degli Stati Uniti, dal curioso titolo: “Miss Little China”.
I registi Riccardo Cremona e Vincenzo De Cecco raccontano in un documentario di un’ora circa l’Italia vista con gli occhi dei migranti cinesi. Il tema centrale del film è un concorso di bellezza organizzato al casinò di Venezia in cui le miss sono tutte con gli occhi a mandorla. Cinque aspiranti reginette della China Town di Mestre si raccontano e raccontano la loro Italia ed i rapporti con gli Italiani. Attorno a questo tema, le storie di altri Cinesi, giovani o meno giovani che, qui nel Bel Paese hanno trovato la loro America.
L’altro giorno ho scoperto che il documentario viene venduto assieme ad un libro, scritto da Raffaele Oriani e Riccardo Staglianò. Ora, siccome il film mi era piaciuto ed aveva suscitato la mia curiosità, sono corso in libreria a comperare il libro, che ho scoperto essere il seguito di un’altra pubblicazione dell’anno scorso: “I Cinesi non muoiono mai“, degli stessi due autori. E’ andata a finire che li ho presi tutti e due.
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Recensioni — Gianmaria @ 25/03/2009 19:11
Che lo vogliamo o no, la Cina sta diventando cosa di tutti i giorni. Si sta lentamente insinuando nel mondo occidentale, nella nostra cultura, nel nostro modo d’essere. Se ne parla quando si affrontano discorsi di politica, di economia, di cibo, di moda e di arte. Se ne parla qualche volta bene, molte altre male, ma se ne parla, e sono molti gli Italiani che lavorano, direttamente o indirettamente, con la Cina. E io sono uno di quelli.
In questi giorni sto finendo di leggere un libro di due sinologi francesi che parla appunto di Cina, scritto con l’intento di aiutare quegli Occidentali che hanno a che vedere con il Paese del riso mangiato con le bacchette e si trovano spaesati a causa delle enormi e invalicabili differenze culturali.
L’autore racconta, attraverso esperienze vissute personalmente, come muoversi nel mondo del business e del lavoro con i Cinesi, illustra alcuni dogmi della millenaria cultura cinese validi ancora oggi.
Il libro si intitola “La pratica della Cina – Cultura e modi del negoziare”, è scritto da André Chieng e François Jullien, edito da ObarraO edizioni, e a mio avviso è un ottimo strumento per avvicinarsi alla modernità cinese, utile in particolare a chi si troverà a lavorare a stretto contatto con i nosti amici d’estremo Oriente.
Qui trovate una scheda di presentazione
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Recensioni — Gianmaria @ 20/01/2009 11:23
Quando uno visita un posto per la prima volta è un po’ come una tela bianca su cui l’artista si appresta a dipingere. Le prime sensazioni, le prime impressioni si fissano nella mente e poi accompagnano il viaggiatore nel rievocare il luogo visitato. Per quante volte il viaggiatore torni sul posto, per quanto questo posto possa poi cambiare nel tempo, queste prime pennellate tracciate nei ricordi restano vive e nette nella sua mente.
Questo è un po’ quello che succede a me con l’India. Nonostante siano passati ormai più di dieci anni dal mio primo viaggio, e in India ci vado almeno una volta l’anno, quella sensazione indefinibile fatta di colori, rumori, odori ed emozioni, si rifà viva ogni volta che rievoco il Paese, anche solo con il pensiero, tanto che, ripensandoci, mi accorgo che la mia idea di India, per quanto io vi abbia reascorso un bel po’ di tempo e per quante cose diverse via abbia visto, è sempre associata a quella ‘primordiale sensazione’.
Recentemente ho letto un libro che mi ha colpito perché l’autrice, nel descrivere scene paesaggi e situazioni, ha costruito un’immagine dell’India che è quanto di più vicino alla mia ’sensazione primordiale’ di quel Paese che io abbia mai sperimentato.
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